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Il commissario UE Spidla: «Nessun problema per il lavoro se gli Stati aprono le frontiere»

19.11.2008 - Bruxelles

I lavoratori comunitari dell'est Europa fanno bene all'economia dell'ovest, compresi i tanto vituperati romeni, peraltro scesi in massa più in Spagna che non in Italia. «La mobilità tra nuova e vecchia Europa ha agito in maniera estremamente positiva - assicura il commissario al lavoro Vladimir Spidla - i lavoratori dei nuovi Stati membri hanno dato un contributo importante alla crescita senza cerare grossi problemi al mercato del lavoro: non ci sono stati impatti negativi sui salari e sui contratti dei lavoratori» autoctoni. Buone ragioni, secondo Bruxelles, per aprire le frontiere e togliere le limitazioni in quei paesi che non l'hanno ancora fatto. «La libera circolazione è uno dei valori di base della Ue», ribadisce infatti Spidla a più riprese. E la crisi? «I lavoratori vanno dove c'è lavoro, non per iscriversi in un'altra lista di disoccupazione. In questi tempi difficili non dobbiamo temere flussi di lavoratori che aumentano la lista dei disoccupati: il rallentamento dell'economia rallenterai anche spostamenti, I flussi, iniziati già con la caduta del muro di Berlino, hanno già superato il loro apice».

Spidla basa le sue affermazioni sui dati forniti ieri dalla Commissione dopo aver monitorato cos'è successo nella vecchia Ue a 15 a quattro anni e mezzo dalla chiusura delle frontiere per i lavoratori di Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia, Estonia, Lettonia e Lituania (entrati il primo maggio 2004), e a quasi due anni dall'operazione analoga nei confronti di rumeni e bulgari. Sotto le forti pressioni di Austria e Germania, i vecchi 15 imponevano nei negoziati di adesione con i nuovi Stati membri la possibilità di chiudere la frontiere ai loro lavoratori, una prassi che si ripete dal 1986 ogni qual volta bussa alle porte del club un paese povero. A pagare per primi furono spagnoli e portoghesi. Il sistema previsto si basa sul 2+3+2, ossia chiusura a piacere per 2 anni, rinnovabile unilateralmente per altri 3 anni e ampliabile, infine, per altri due, ma solo assicurando che si attua per prevenire «gravi perturbazioni del mercato del lavoro».

Una cosa, quest'ultima, tutta da dimostrare dopo i dati presentati ieri da Spidla, dati che si basano sui paesi che hanno aperto le loro frontiere fin da subito, come successe in Regno unito, Irlanda e Svezia. Due anni dopo altri Stati seguivano l'esempio, con l'Italia un po' in ritardo, nell'estate 2006, dopo il passaggio dal governo Berlusconi a quello Prodi. Ora solo Austria, Germania, Belgio e Danimarca mantengono ancora le frontiere per i lavoratori dei paesi entrati nel 2004, mentre bulgari e romeni possono andare liberamente solo in Finlandia e Svezia e con limitazioni in molti altri, come in Italia in cui sono ammessi in determinati settori come la costruzione e la ristorazione. In totale i due allargamenti hanno portato la cifra degli immigrati presenti nella Ue a 15 da 900 mila a 2 milioni, non certo un'ondata imponente. Secondo la Commissione l'apertura dei mercati del lavoro ha un effetto benefico, visto che permette di far emergere il nero. I problemi? Per Spidla sono stati «pochi e temporanei», relativi «alle abitazioni ed agli asili per i bambini». I salari invece non hanno risentito della concorrenza che veniva dall'est: «I grafici indicano che l'evoluzione dei salari dal 2000 è una linea dritta, niente cali», conclude il commissario.


Autore: Alberto D'Argenzio
Fonte: Il Manifesto




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