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I lavoratori stranieri in Italia: vogliamo un sindacato

24.10.2008

Otto su dieci vogliono un sindacato tutto loro. Sono i lavoratori immigrati, quelli che lavorano nelle fabbriche, nei cantieri, negli uffici del nostro paese. Motivo? Li pagano di meno e sono più precari dei loro colleghi. Lo rileva una ricerca di Eures, istituto di ricerche economiche e sociali. L’analisi è stata condotta su un campione di 1.105 immigrati regolari, provenienti da 71 Paesi diversi. L’83 per cento di loro ha un lavoro: il 67% subordinato, il 14,8% autonomo. Sono soddisfatti della loro occupazione e del rapporto che hanno con i colleghi e con i datori di lavoro, ma credono che la loro busta paga non sia soddisfacente (il 50,8 per cento), che il loro posto di lavoro non sia sicuro (il 47,1 per cento) e che la loro professione non sia adeguata alla formazione che hanno avuto (46 per cento).

È per questo che l’80 per cento degli intervistati crede che l’unico modo per risolvere queste questioni sia farsi un sindacato tutto per sé. Altrimenti, dicono, sono pronti a scioperare. Soprattutto i più giovani e quelli che vengono dai paesi dell’Est: se l’ipotesi di uno sciopero dei lavoratori stranieri in Italia, infatti, raccoglie il 76,3 per cento dei consensi, la percentuale supera l’80 per cento se si considerano i lavoratori che hanno tra i 18 e i 29 anni e provengono da Romania, Polonia, Repubblica Ceca, Bulgaria. Infine, i più arrabbiati sono quelli che vivono in Italia da più di dieci anni.

Per l’Eures i dati dimostrano la «crescente consapevolezza tra i lavoratori dell’importanza del proprio ruolo e del contributo fornito alla crescita della ricchezza del nostro Paese: gli immigrati rappresentano infatti il 12,5% dell’occupazione, con mansioni nell’85% dei casi di carattere esecutivo, progressivamente abbandonate dai lavoratori italiani». Due milioni di persone che ogni giorno mandano avanti la nostra economia. «Se tutti i lavoratori stranieri incrociassero le braccia – calcola Eures – al di là degli effetti fortemente negativi sul Pil nazionale (di cui producono il 9,2%), si avrebbe una paralisi di alcuni settori quali, in primo luogo, i servizi alle famiglie (dove la componente straniera raggiunge il 67%), ma anche nell’agricoltura (20,9% di occupati stranieri), nelle costruzioni (19,7%) e nel comparto turistico ricettivo (20,9%); fortemente indeboliti ne risulterebbero anche il tessile (14,8% di occupati stranieri), l’industria conciaria (15,7%), quella metallifera (14,6%) e, più in generale, l’industria nel suo complesso (12,9%)».

Nonostante l’idea di un sindacato a parte per gli stranieri possa essere perfino pericolosa, secondo l’Eures, se raccolta dalle istituzioni, può diventare un’opportunità. «La consapevolezza della comunità dei lavoratori stranieri di essere un soggetto sociale portatore di interessi e di diritti specifici – spiegano i ricercatori - costituisce in sè un forte e irreversibile segnale di cambiamento che il sistema politico italiano non deve e non può ignorare nè respingere. Al contrario – rileva Eures – deve coglierne la spinta propulsiva e la connotazione positiva per trasformare questa forte domanda di integrazione e di partecipazione in una più complessiva occasione di crescita sociale e civile del Paese».


Fonte: L'UnitÓ




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