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"Storia della Bulgaria": replica di G.Brucciani al commento degli autori

28.10.2008

Riceviamo e pubblichiamo la replica di Giacomo Brucciani al commento di Dimitrina Aslanian e Gavrail Nenov della sua recensione della “Storia della Bulgaria dall’antichità ai giorni nostri”.

Ringrazio veramente Dimitrina Aslanian e Gavril Nenov per il loro commento alla mia recensione perché, in questo modo, ho la possibilità di sviluppare un’ulteriore discussione.

Come mia contro-risposta vorrei partire dalla fine della loro replica. Aslanian e Nenov mi ringraziano per “la fatica della recensione”. In effetti, leggere un libro di storia di un paese con l’intenzione di darne un giudizio è sempre un esercizio carico di responsabilità. Purtroppo l’editore della rivista in cui è uscita la recensione è tassativo nel porre il limite di 4000 caratteri; quindi di più non potevo dire in quella sede. Ma ora procediamo con ordine dall’inizio.

Credo di aver detto che riconosco al libro della Aslanian dei meriti che sono evidentemente stati riconosciuti anche in Bulgaria. Il desiderio dall’autrice di far conoscere il suo paese è senza dubbio un esercizio di scrittura lodevole per una serie di motivi. Forse uno dei più importanti è proprio quello di rendere visibile la vicenda di un popolo che sebbene nel corso della sua storia si è spesso auto-rappresentato come fieramente balcanico (penso alle opere di Rakovski, Gjuselev, Botev, Slavejkov, Jovkov e Mutafčiev), oggi viene inglobato nella definizione “negativa” di Balcani e quindi risucchiato in una dimensione che per certi aspetti non gli è propria. Ma quando si scrive una recensione credo che si debbano mettere in evidenza anche i tratti che non ci convincono. Poiché a meno che non si voglia lodare un libro gratuitamente oppure farne semplicemente un riassunto, la critica deve essere al centro della discussione.

Mi scuso per aver omesso di segnalare le 56 pagine a colori. Ma non sono sicuramente d’accordo che queste “meglio delle parole illustrano e chiariscono il testo”.

Ma l’aspetto più importante credo che sia quello del metodo. La storiografia alla quale secondo il sottoscritto la Aslanian è rimasta legata, magari involontariamente visto che non è una storica di professione, corrisponde ad un modo storiografico che continua a persistere ancora oggi: continuare a scrivere di epoche e di figure storiche senza chiedersi se le fonti attraverso le quali si tenta di riscrivere una storia siano ancora valide oppure passibili di riconsiderazione. Meglio di me sicuramente la Aslanian sa che molte teorie scientifiche ritenute fino ad un certo momento valide, sono state poi messe in discussione, talvolta decostruite e superate. Non mi piace affatto, però, il tono con il quale si è creduto di fare una piccola lezione riassumendo in tre punti alcuni episodi della storia moderna bulgara. Se Aslanian e Nenov sono così attenti alla mia recensione, tanto da dedicargli un commento così lungo, avranno sicuramente notato che esiste uno scarto rispetto a ciò che ho scritto personalmente e ciò che loro dicono. Mi spiego meglio.

Concentrandosi sulla questione di Paisij e del movimento di liberazione, che secondo il sottoscritto inizia nei primi decenni dell’Ottocento, essi appunto parlano di Movimenti e io invece di Movimento. Non è una questione di poco conto. Loro scrivono che “i movimenti di liberazione cominciarono molto prima con l’inizio della decadenza dell’impero ottomano”. La decadenza dell’Impero come è noto a tutti inizia, o per lo meno si manifesta, in conseguenza del fallito assedio di Vienna del 1683: a partire da questo momento il Sultano avrebbe perso sia la propria capacità espansionistica sia la capacità di pieno controllo del territorio, quest’ultimo aspetto reso evidente dall’intensificarsi del banditismo contadino.

Posto l’inizio della crisi imperiale, non capisco però come si possa parlare di movimenti di liberazione. Semmai potrebbe essere più appropriato parlare di episodi di ribellione che, inoltre, spesso avevano solamente lo scopo di rivendicare immediati miglioramenti sociali e economici, senza avere quindi la caratteristica di azioni rivoluzionarie organizzate al fine di liberare il popolo dal giogo. Non so quanto un contadino dei territori bulgari dell’impero ottomano avesse chiaro nel XVI o anche nel XVII secolo il senso della sua appartenenza alla “Bulgaria”: semmai poteva benissimo autodefinirsi cristiano, ortodosso, magari anche bulgaro, ma da qui ad affermare l’esistenza di movimenti di rivolta che presuppongono quindi un certo tipo di consapevolezza politica credo che la strada sia lunga.

Sono perfettamente conscio che “tutti” gli storici bulgari asseriscano ancora oggi che la Storia di Paisij abbia avuto un ruolo fondamentale per il Risorgimento bulgaro. Basterebbe però solo citare le parole di Nikolaj Genčev, uno dei massimi storici bulgari occupatosi di Risorgimento, contenute nel secondo volume della Istorija na Bălgarija uscita per l’editore Anubis nel 1999. Trattando il Risorgimento si soffermava sulla formulazione teorica alla quale si fa riferimento per la datazione del Văzra×dane, e che è rimasta ancora oggi predominante nel panorama della storiografia bulgara, cioè quella dello storico Marin Drinov, “Otec Paisij, negovoto vreme, negovata istorija i učenicite mu”, Periodičesko Spisanie na Bălgarskoto Kni×ovno Dru×estvo, 1, n. 4, 1871, pp. 3-26. In questo articolo il Drinov rendeva nota la sua teoria secondo la quale il Risveglio bulgaro doveva iniziare negli anni sessanta del XVIII sec. e in particolare con la compilazione della Istorija Slavjanobolgarskaija di Paisij.

Questa teoria, che da più di cento anni domina la storiografia bulgara, secondo le parole di Nikolaj Genčev, si fonda su un’interpretazione hegeliana dei fatti storici, basata quindi sull’idea che nel corso della storia nascano delle figure talmente importanti (cosmostoriche) da poterne influenzare il percorso. Seguendo questa impostazione metodologica si rischia, a mio avviso, di sopravvalutare il cosiddetto fenomeno Paisij, facendone un unicum. Per chiarire l’importanza di Paisij basterebbe riconsiderare la sua opera alla luce delle fonti utilizzate, alla luce delle altre storie scritte nello stesso periodo e dei rispettivi prestiti. Basti pensare alle opere di Vassilije Petrovič per il Montenegro, di Rajič per il popolo serbo, di Miošič per i croati, di Micu per i romeni, di Spiridon, di Kleiner, di Branković e altri.

Ma noi oggi sappiamo cose che Drinov non conosceva. Paisij che termina la compilazione della sua opera nel 1762 non ha un immediato impatto, questo è bene chiarirlo. La prima edizione a stampa è del 1844 ad opera del Pavlovič e sebbene prima di questa ci siano state delle copie compilate da monaci come è il caso delle copie fatte da Sofronij, esse non ebbero una ricezione tale da poter influenzare il nascente ceto mercantile bulgaro che iniziava ad interessarsi anche alla causa nazionale. Infatti una delle prime storie che mercanti bulgari finanzieranno per diffondere la conoscenza del proprio popolo è quella di Neskovič (1801), ovvero una rielaborazione della parte dedicata alla Bulgaria presente nella Istorija raznih slavenskih narodv del serbo Rajić. Poi un’altra questione. Mi si spieghi in che termini Paisij si rivolgeva al “popolo come nazione”.

Egli parla di pleme, rod, termini che non possono essere sicuramente tradotti con nazione. Basterebbe, come ho già affermato, concentrarsi sulle fonti utilizzate dal monaco atonita, gli Annales di Baronio e Il Regno degli slavi di Orbini. Oppure basterebbe, per chiarire la situazione, oltre che rileggere saggi di Velčev, Konev, Canev, Picchio, Dell’Agata e molti altri, anche il libro di circa una quarantina d’anni fa scritto dal russo Robinson, Istoriografija slavjanskogo vozro×denie i Paisij Hilendarski. Paisij poi parla sì di Stato, ma si riferisce alla statualità medievale, quindi poco corrispondente al suo presente. Ovviamente è un’operazione che serve ad inorgoglire il popolo che oltre ad essersi scordato della propria storia, come dice Paisij si è rivolto anche ad una cultura e lingua straniera, quella greca.

Infine dire che il libro di Paisij insieme a quello di Sofronij danno l’avvio alla nuova letteratura bulgara, è un’altra affermazione che ritengo errata per metà. Come ha scritto negli anni quaranta del Novecento lo storico della Letteratura Bojan Penev, la nuova letteratura bulgara inizia con Sofronij per motivi riconducibili a questioni filologiche e non ideologiche. Quindi credo che far iniziare un Movimento di liberazione (che, ricordo, deve essere provvisto di organizzazione interna, obbiettivi politici ben determinati e consapevolezza dei rapporti di forza internazionali) con Paisij è il risultato di una visione datata e parziale della storia. Sono comunque disponibile ad approfondire la discussione sul Risorgimento bulgaro al quale ho dedicato la tesi di dottorato.

Passiamo ad un altro punto. Per quanto riguarda la traslitterazione il mio era soltanto un breve commento. Comunque, non credo di dover aggiungere molto rispetto a quanto già scritto dal Prof. Dell’Agata sul sito in occasione di una precedente discussione.

Per quanto riguarda la storiografia non utilizzata dall’autrice. Non credo che sia opportuno che mi metta ad elencare tutta una serie di lavori a mò di lista della spesa. Sarebbe noioso e molto pedante. Tuttavia, visto che oramai da circa dieci anni mi occupo di storia bulgara ho semplicemente acquisito un certo numero di opere storiografiche che mi permettono di poter dare dei giudizi di valore su ciò che via via leggo e commento. Con questo non voglio sottrarmi all’esortazione di un confronto. Credo solamente che possa essere condotto in modo diverso. E in ultima analisi è chiaro in sede storiografica che un testo di storia è sempre un opera scritta soggetta inevitabilmente a impostazioni di pensiero; d’altro canto nuove tendenze storiografiche fattesi avanti negli ultimi anni non necessariamente sono nate con l’intenzione di fondare una nuova retorica.

Le espressioni “spirito popolare” e “epopea” mi ricordano molto i miei studi di filosofia allorquando ci si accingeva al commento della Filosofia della Storia di Hegel. Proprio per liberare la scienza storica da certe impostazioni, a Pisa ormai da anni si sta portando avanti un progetto europeo che comprende circa cinquanta atenei e centri di ricerca con l’intenzione di rivedere la storia dei singoli paesi all’interno del contesto europeo unito, senza per questo avere l’intenzione di avvalorare revisionismi deleteri e neanche appiattire singole vicende nazionali.

Rispetto al coraggio dei bulgari, ringrazio molto Aslanian e Nenov che riportano citazioni da Robert de Bourboulon e da MacGahan, autori che conosco bene avendone studiato gli scritti. Avrebbero potuto anche citare i fratelli Noel e Charles Buxston ai quali a Sofia è stata dedicata anche una strada: Boulevard Batrija Bakston.

Riguardo Stambolijski, al quale ho dedicato la tesi di laurea e cinque saggi, uno uscito anche nel Bulgarian Historical Review, volevo solamente precisare un assunto che credo errato. Le cause che portarono a rovesciare il governo agrario risiedono nell’ostracismo dichiarato delle destre e nell’irredentismo mai sopito, elementi che mal si conciliavano con la politica di pacificazione regionale messa in atto da Stambolijski anche in occasione degli accordi di Niš. La Guardia Arancione sulla quale mi sono fulmineamente riferito nella recensione fu uno delle tante “misure politiche” che il leader agrario cercò di portare avanti e che furono puntualmente criticate anche dalla Commissione interalleata presente nel paese. Ma affermare che proprio la Guardia con i propri modi brutali causò la caduta del governo è senza dubbio sbagliato.

Per tornare alla storiografia, è significativa una particolare tendenza. Tutto ciò che possa aver avuto anche solo la parvenza di qualcosa di poco democratico è etichettato immediatamente come regime e totalitario. E quindi si tende solamente a mettere in risalto taluni metodi adottati in particolari momenti per esprimere giudizi più ampi. Lungi da me non evidenziare pregi e difetti dei governi agrari. Tuttavia credo che una discussione seria debba essere portata avanti senza pregiudiziali.

Per quanto riguarda il regime comunista, sarebbe davvero un errore grossolano non mettere in evidenza il terrore, la dittatura e le scelte economiche sbagliate che costrinsero il paese ad un ritardato e spesso inefficace sviluppo.

Infine. Le espressioni “sudditanza ottomana” e “potere straniero” non le ho usate per allinearmi al così detto politically correct. Credo solamente che chi si occupa di storia debba andare oltre a espressioni e termini che possano anche minimamente fuorviare. Non c’è dubbio che il popolo bulgaro, come altri della regione, abbia sofferto dal 1396 al 1878. Recentemente mi è capitata l’occasione di scrivere un articolo sul rapporto tra memoria e storia nel contesto balcanico. Ho scritto questo mio contributo partendo da opere come il Gorski Vjenac di Njegoš e il Gorski Pătnik di Rakovski proprio perché credo che certe idee e determinate forme di ricezione del senso di sottomissione siano, in modo eloquente, descritte anche in opere letterarie.

Da una di queste, il Pod Igoto di Vazov, è derivato tutto un particolare modo di interpretazione. Gli episodi di cui si macchiano gli appartenenti a Batak sono indubbiamente e unilateralmente da condannare. Ma per tornare al senso del mio sudditanza ottomana penso che si debba tener conto di molti aspetti: non è nelle mie intenzioni negare o rivedere fonti che testimoniano le sofferenze patite. Credo solo che si debbano considerare anche per esempio le conversioni “spontanee” di coloro che aspiravano semplicemente ad una vita sociale migliore. Erano costretti dalle contingenze a convertirsi. Probabilmente sì. Tuttavia, credo che per condurre una discussione veramente fruttuosa bisognerebbe liberarsi anche da stereotipi che sembrano tanto veri solo perché familiari. Con questa mia affermazione non mi riferisco alla Aslanian o a Nenov. Dico solo, in generale, di ripensare per esempio alla fortuna di Vreme Razdelno di Dončev e alla sua strumentalizzazione per creare, attraverso la letteratura e il cinema, una coscienza popolare sicuramente distorta e parziale.

Termino questa mia replica ringraziando Aslanian e Nenov per le loro osservazioni e per avermi dato così la possibilità di chiarire alcune questioni che non avevo potuto per ragioni di spazio inserire nella recensione.


Autore: Giacomo Brucciani




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