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"Storia della Bulgaria": commento degli autori alla recensione di G.Brucciani

26.10.2008

Riceviamo e pubblichiamo il commento, di Dimitrina Aslanian (autrice) e Gavrail Nenov (traduttore) alla recensione di Giacomo Brucciani a la “Storia della Bulgaria dall’antichità ai giorni nostri”.

La “Storia della Bulgaria dall’antichità ai giorni nostri” è stata pubblicata in Francia nel 2003 e, grazie al successo riscontrato, è stata ristampata una seconda edizione riveduta e completata nel maggio 2004. In una solenne seduta pubblica nel dicembre 2004 l’Accademia bulgara delle scienze ha conferito all’autrice Dimitrina Aslanian la targa onorifica ”Marin Drinov” per i meriti eccezionali nella diffusione in Francia della storia bulgara. Siamo grati che 16 mesi dopo l’edizione italiana del libro è uscita la recensione di Giacomo Brucciani nella quale viene riconosciuto il contributo per la conoscenza del paese, della sua storia, del suo popolo, della sua lingua, della sua cultura e del suo patrimonio archeologico.

Per completezza al lettore aggiungiamo che il libro include 56 pagine a colori con 9 carte geografiche e 98 figure di reperti archeologici, quadri, ritratti di personalità ed immagini, che meglio delle parole illustrano e chiariscono il testo. La bibliografia include 24 referenze generali, scritte dal 1936 al 2003, e 122 referenze su periodi storici, editi dal 1915 al 2004. Per un’edizione destinata al pubblico, la bibliografia è estremamente ricca e si orienta anche verso lavori con diversi indirizzi storici, compresi alcuni riferimenti non sempre condivisi.

Nell’introduzione l’autrice sottolinea espressamente che il libro non apporta novità alla scienza storica, ma si adopera per far conoscere al largo pubblico la storia della Bulgaria in forma più succinta ed accessibile. A tal riguardo ha avuto moltissimi e lunghi incontri con i più autorevoli storici bulgari per chiarimenti di tanti aspetti importanti, sottolineando che la responsabilità dell’esposto rimane sua personale.

La translitterazione non si riferisce propriamente al cirillico, ma alla trascrizione della lingua bulgara nell’alfabeto italiano. Il russo ed altre lingue slave hanno proprie varianti del cirillico e hanno una loro personale translitterazione. Quella usata è in sostanza quella di Enrico Damiani il quale, a tale scopo, usa le lettere italiane. Si constata con piacere la tacita accettazione della trascrizione fonetica.

Il primo appunto della recensione è che ”la bibliografia al termine del libro è eccezionalmente carente di una serie di studi condotti anche negli ultimi anni e che hanno tentato con successo di liberarsi dalla retorica di regime“. La bibliografia si ferma al 2004 e non include le fonti più specialistiche e quelle accessibili in lingue che l’autrice non pratica. Saremmo grati al recensore se ci potrà indicare la serie di studi che secondo lui, si sono liberati da un tipo di retorica, senza cadere in un’altra.

Segue la seconda osservazione sul metodo: “Aslanian rimane legata ad una storiografia che oramai si pensava avesse compiuto la propria parabola temporale e metodologica“. Brucciani non spiega a quale regime e a quale storiografia si riferisce, ma proseguendo nella lettura della recensione il suo pensiero si chiarisce gradualmente.

I primi esempi segnalati sul metodo dell’autrice (pag. 138 e 140) riguardano “La Storia slavobulgara” di Paisij e l’azione di Vrachanski. Il recensore colloca all’inizio del XIX secolo i primi movimenti per la liberazione dal giogo turco. In verità, i movimenti di rivolta cominciano molto prima, con l’inizio della decadenza dell’impero ottomano. Le prime azioni dei bulgari in questa direzione dalla fine del XVI secolo (Cap. IV pag. 133-137) sono:

– la comparsa degli hajduk, il cui numero aumenta in modo considerevole;
– la preparazione della prima rivolta di Todor Balin nel 1598, domata dai turchi;
– l’attività diplomatica di Petar Parcevich e Petar Bogdan nel XVII secolo, che termina con l’insuccesso, ma che prepara il terreno per le future rivolte dei bulgari.

Indiscusso e accettato da tutti gli storici bulgari è il ruolo de “La Storia slavobulgara” di Paisij per il risveglio della coscienza del popolo e per la preparazione alla lotta di liberazione politica e spirituale. Quel libro e l’opera di Sofronij danno l’avvio alla nuova letteratura bulgara e al Risorgimento. Bisogna poi notare che Risorgimento e Rinascimento in lingua bulgara vengono tradotti con Risorgimento e Risorgimento spirituale, in verità iniziati con grande ritardo in confronto all’Italia.

Il tipo di stato che aveva in mente Paisij quando scriveva, può essere motivo di discussione, ma è insignificante per il vero ruolo dalla sua Storia. Indubbiamente è il primo libro diffuso fra la popolazione che si rivolge al popolo come nazione, richiama il ricordo di un suo Stato e lo esorta a liberarsi. Sofronij continua questa azione e sviluppa un’attività politica fra i bulgari più in vista nel paese e fra gli emigranti. Sulla base di questo sviluppo della coscienza del popolo, i lavori di G. Rakovski, L. Karavelov e l’ideologia di V. Levski hanno formulato nuove visioni sul futuro stato bulgaro.

Non si può affermare che il testo descrive sempre i bulgari come popolo fiero e coraggioso”. Le debolezze di questo popolo e dei suoi governanti sono descritte in molte occasioni: asservimento durante la schiavitù, fallimenti delle attività rivoluzionarie per tradimenti, divergenze sulle modalità della liberazione, la mancata sollevazione del paese nel 1876, esempi di cattiva scelta politica dei governanti dopo il 1878 e nel XX sec. ecc. Naturalmente le debolezze potrebbero essere riviste con maggior dettaglio in una storia in tanti volumi. Se espressioni come spirito popolareedepopea sono retorica da condannare, tutta la storia europea avrà bisogno di una revisione radicale. Non conosciamo popolo che di fatto non sia fiero della propria storia, pur comprendendo i fatti storici negativi. In caso contrario bisogna parlare di negazionismo.

Il coraggio dei bulgari viene testimoniato anche da stranieri vissuti a lungo in Bulgaria che si sono affezionati al popolo. Due esempi vengono esposti qui di seguito: il conte Robert de Bourboulon ed il giornalista americano MacGahan.

Il conte Robert de Bourboulon è vissuto più di 20 anni in Bulgaria come segretario di Ferdinando ed ha partecipato attivamente alla vita politica bulgara. Trovandosi nello stato maggiore durante la guerra balcanica, osserva da vicino la condotta dei soldati bulgari dopo ogni vittoria – Per i soldati questa guerra è buona…Da tutti i treni militari si sente un frenetico urrà, i soldati cantano, agitano i berretti in pieno inebriamento! Dalle crociate ad oggi nessuna guerra è mai stata così unanimamente popolare. Solo una frase è nella loro bocca: difendere la nostra fede, liberare i fratelli di fede!... I feriti vogliono solo una cosa, tornare sui campi di battaglia… Nessun svincolo, nessuna defezione, nessun panico, solo un ardimento pazzesco – è magnifico!”

Il giornalista americano MacGahan come corrispondente del “Daily New” fu inviato nel 1876 in Bulgaria come osservatore dopo la soppressione della rivolta di aprile ed accompagnò anche l’esercito russo e i veterani bulgari nella guerra di liberazione russo-turca nel 1877-1878. I suoi articoli dalla Bulgaria dopo la repressione della rivolta e durante la guerra sono documenti storici fondamentali che hanno fatto cambiare l’atteggiamento dell’Inghilterra e dell’Europa verso la “questione bulgara” ed hanno contribuito alla sua liberazione. Egli partecipa dall’inizio alla fine della guerra e conosce bene il popolo.

Durante la veloce avanzata dell’esercito bulgaro, nella stampa turcofona e fra gli ufficiali stranieri inseriti nell’esercito turco, si diffonde la voce di certe brutalità dei veterani bulgari come vendetta alle atrocità turche durante il 1876. MacGahan con l’autorità di osservatore delle barbarie durante il 1876 scrive: ”Voglio notare, che non ci sono state case incendiate, turchi uccisi e donne turche violentate, che neanche un turco fu bruciato vivo e nessun bambino turco fu infilzato sulle baionette e fatto girare sulle strade. Voglio aggiungere ancora, che parecchi turchi che vivono qui sono stati partecipi durante le feroci uccisioni di bulgari. Quest’ultimi lo sanno molto bene, pertanto bisogna applicare una diversa valutazione per i bulgari e i turchi”.

Per quanto riguarda il regime di Stambolijski, il recensore estrapola una frase dal riassunto del capitolo IX e fa le sue conclusioni. Il paragrafo IX.2 (pag. 304-312), invece, tratta con dovizia questo argomento.

Brucciani osserva ”una non sempre celata e discutibile vena ideologica” relativa al periodo fra le due guerre e a quello del regime comunista. Bisogna comunque notare che il periodo interbellico, dopo gli anni tumultuosi fino al 1926-28 è caratterizzato da stabilità politica e, dopo la crisi del 1929, da un rapido sviluppo economico che fa riavvicinare la Bulgaria al livello di vita occidentale.

L’autrice scrive esplicitamente che la rappresentazione della storia durante il regime comunista è stata completamente storpiata. In questo senso il recensore ha pienamente ragione nel dire che “la vena ideologica” non è celata e non è affatto marxista. Nel libro vengono segnalati il progresso nell’istruzione e lo sviluppo della vita teatrale e musicale nel paese durante il regime. Ma come si può non evidenziare anche il terrore, la dittatura e l’arretratezza economica rispetto all’Occidente, a meno di non scrivere la storia con tendenze marxiste? L’autrice mostra bene dove il regime ha sviluppato il paese e dove ha compiuto tali disastri che anche oggi rappresentano un enorme handicap per il libero sviluppo della Bulgaria nell’ Unione Europea.

Torniamo adesso sulla ”storiografia che oramai si pensava avesse compiuto la propria parabola temporale e metodologica. L’uso delle espressioni come sudditanza ottomana e potere straniero al posto di schiavitù e giogo, saranno oggi “politically correct”, ma non riflettono la realtà storica. Il vissuto di quasi cinque secoli è profondamente incarnato nell’anima dei popoli sottoposti alla schiavitù. Si può perdonare, ma si può dimenticare? Si deve velare con frasi moderate, per poi cancellare col tempo la memoria? Il risultato è evidente nel recente negazionismo delle mattanze di Batak, dove sarebbero state uccise poche persone e non ci sarebbero stati soprusi! Oppure il cinismo sulla rivolta di aprile, che non sarebbe stata neanche considerata, se non ci fossero stati gli interessi statali russi.

Come viene affermato nell’introduzione del libro (pag.13-14), gran parte della storia della Bulgaria è nota attraverso le cronache di storici stranieri, soprattutto bizantini, molto spesso ostili ai bulgari. Le interpretazioni dei medesimi eventi riguardanti i paesi balcanici sono spesso differenti a causa della inevitabile visione soggettiva, secondo la nazionalità dello scrivente. Questo concerne non solo gli storici balcanici, ma anche quelli dell’Europa occidentale fino ad oggi. Abituata con le precise metodologie della fisica, l’autrice ha esaminato un gran numero di ricerche documentate per avvicinarsi quanto più possibile alla verità storica.

L’autrice e il traduttore dell’edizione italiana sono riconoscenti a Giacomo Brucciani per la fatica della recensione. Quest’ultima ha dato la possibilità di contrapporre due visioni e di chiarire alcuni punti. Incontreranno positivamente anche altri pareri e critiche, che potranno contribuire a divulgare la poco conosciuta storia bulgara in Italia.

Naturalmente non ci sono limiti ad eventuali miglioramenti nel libro, anche nella traduzione italiana. Ben vengano nuovi lavori sulla storia della Bulgaria.


Autore: Dimitrina Aslanian e Gavrail Nenov



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