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«Macché fascisti! Colpa dei bulgari»

14.10.2008 - Genova

La bandiera bulgara bruciata. I cori fascisti. Le svastiche sui canali televisivi di mezzo mondo. Un Paese intero che si vergogna, con il ministro dell’Interno Roberto Maroni che promette punizioni per tutti i protagonisti della notte di Sofia e il ministro della Difesa La Russa che «si vergogna». Ultras Italia, il gruppo di supporter della Nazionale, è nel mirino. Ma ora si difende: «E mettendoci la faccia, perché noi ci mettiamo la faccia, è tutto alla luce del sole».

Si chiama Pierluigi Peccetti, ha 31 anni, ha una ditta di impianti elettrici e di condizionaemento. Ed è il rappresentante genovese di Ultras Italia, il gruppo che segue sistematicamente gli Azzurri in trasferta:

«Siamo ancora pochi in questa città, cinque o sei, ma in questo progetto ci crediamo davvero». Parla con i supporter di altre città, quelli che a Sofia c’erano.

Poi spiega la sua versione dei fatti:

«I miei amici sono stati aggrediti a sangue freddo mentre se ne stavano tranquillamente in un pub. Hanno scritto che erano 150, ma non erano più di una cinquantina. Hanno subìto le violenze dei tifosi bulgari e poi la ruvidità della polizia. Li abbiamo contattati parlando con l’ambasciata d’Italia in Bulgaria. Altro che aggressori, erano loro i terrorizzati».

Però abbiamo visto le scene della bandiera bulgara bruciata...

«Quello era un gagliardetto comprato fuori dallo stadio per ricordo. Per noi la trasferta è una piccola vacanza, non un’occasione per fare a botte. Poi i bulgari hanno rubato e dato alle fiamme uno striscione importante, quello dell’Hellas Verona. E allora per ripicca i nostri hanno bruciato l’unico stendardo che avevano tra le mani. Ma nessuna violenza». Gli scontri, le risse... «Se guardate i filmati che girano già in Internet, vedrete che sono stati i bulgari a cercare, ripetutamente, di sfondare le reti di protezione del settore ospiti... per fortuna non ci sono riusciti».

E poi ci sono i cori fascisti.

«Ma erano sempre i tifosi di casa a cantare, anche a inneggiare Duce, Duce. In un filmato si sente il coro “tutto lo stadio”, che è un tipico coro ultrà... ma lo cantava, appunto, tutto lo stadio, anche i padroni di casa». E perché avrebbero dovuto cantare in italiano? «Perché gli ultras di casa nostra sono per loro come una sorta di esempio... ma insomma, anche nelle riprese che mostrano svastiche, croci celtiche, fasci littori... non siamo noi, sono i bulgari. Noi non giriamo con quelle cose».

Però una connotazione di estrema destra esiste in Ultras Italia.

«Allora, molti sono di destra, non si può nascondere, ma non di “estrema” destra. D’altronde, molte curve italiane sono di destra. Non tutti. Io, ad esempio, mi ritengo un uomo di sinistra, pronto a rispettare però le idee di chi rispetta le mie. Con serenità, senza alcun estremismo. Ultras Italia è un movimento apolitico».

Lei è anche tifoso di club?

«Sì, sono sampdoriano. Ma io ritengo utile l’esperienza di Ultras Italia anche per far crescere le curve. Io mi sono trovato accanto tifosi del Napoli, con i quali si sa esistere un’antica rivalità, che mi hanno offerto da bere. Mi sono quasi commosso. Il tifo per la Nazionale ci può aiutare a superare la mentalità della violenza».

E perché queste turbolenze?

«Negli stadi dell’Est sono normali. Loro sembrano noi vent’anni fa. Vanno allo stadio per cercare lo scontro. Per menare le mani: magari senza lame e coltelli, ma vanno per fare a botte, sistematicamente. Dopo la caduta dei regimi questi popoli sono polveriere. A volte l’esposizione, l’ostentazione di simboli fascisti e nazisti è solo una reazione per quanto hanno passato sotto ideologie contrapposte».

Allora non vi sentite in colpa per i fatti di Sofia...

«Assolutamente no. Noi siamo stati le vittime. Quell’episodio della bandiera bruciata fa impressione e non è bello, ma è stata solo la risposta a una provocazione, in un clima di stress e di tensione per le continue aggressioni subite. Gli inni, le canzoni fasciste, le svastiche non erano nostre, erano dei tifosi bulgari».


Autore: Marco Menduni
Fonte: Il Secolo XIX




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