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Tifo azzurro, anima nera

13.10.2008

E pensare che all’inizio anche polizia e servizi la consideravano un’iniziativa fallita. Un gruppo di ultrà, nato nel cuore più nero delle curve italiane, dedicato alle trasferte della nazionale. Ora, dopo la notte di Sofia, gli scontri, i saluti romani, i cori fascisti, le marce, la bandiera bulgara bruciata sugli spalti, tutti s’interrogano sulla crescita esponenziale del fenomeno Ultras Italia.

La figuraccia internazionale del nostro Paese, condita dai tre arresti operati dalla polizia (ma i protagonisti, tre giovani del Nord Italia tra i 21 e i 28 anni, sono già tornati liberi ieri sera), sembra arrivata inattesa e imprevedibile, quando sono almeno otto anni che intorno agli azzurri si sta aggregando un gruppo di chiara matrice iper-nazionalista e nostalgica. Domenico Mazzilli, da poche settimane direttore dell’Osservatorio del Viminale, commenta: «I cori Duce-Duce e il braccio teso durante l’inno di Mameli? In Bulgaria non è reato...». Ma è una sortita che irrita il ministro dell’Interno Maroni, il quale annuncia: «Per i tifosi italiani arrestati dopo la partita Italia-Bulgaria è in arrivo il Daspo, il divieto di partecipare alle manifestazioni sportive per cinque anni».

Sono gli stessi ultrà che, alla vigilia del Mondiale 2006 in Germania, annunciavano: «Siamo pronti a scontrarci con tutti». Speravano di trasformare la Coppa del mondo in un revival neonazista, ma furono tenuti a bada dalla polizia tedesca.

Ma la storia inizia ancora prima. È il 2003 quando una relazione dell’intelligence scrive: «Un’iniziativa - che ha, tra l’altro, registrato una scarsissima adesione - è stata quella della costituzione di un club di tifosi denominato “Viking Italia”, disposti a seguire la nazionale italiana durante le trasferte». I Viking Italia nascono nel 2000, mettendo insieme le frange più accese delle tifoserie (anche di altri sport, come il basket) e trovando una sponda spagnola nell’Orgullo Vikingo Real Madrid.

In quegli anni ci sono i primi tentativi dei gruppuscoli di estrema destra di farsi spazio nelle curve e nelle gradinate. Come annotano allora gli 007 italiani, il salto di qualità arriva «con la tendenza a svolgere attività di proselitismo politico all’interno degli stadi soprattutto da parte del gruppo “Tradizione e Distinzione”, che ha diffuso una “fanzina” intitolata “Black Shirt (Camicia Nera)” con contenuti non soltanto sportivi ma anche politici». Conferma oggi Gianni Calesini, grande esperto di fenomeni di estremismo politico in Italia, da qualche mese in pensione dopo un lungo periodo all’Osservatorio sportivo del Viminale, «da circa tre anni il tentativo dei neofascisti di infiltrarsi tra gli ultrà, anche nelle tifoserie tradizionalmente di sinistra o apolitiche, è diventato più forte e più marcato». Ma ha anche bisogno di una promozione nazionale e internazionale, quella che Ultras Italia, nelle trasferte degli azzurri, può garantire.

Così, sempre all’inizio del decennio, mentre l’esperienza dei Viking non riesce a decollare, c’è chi pensa a un nuovo progetto, ancor più politicamente connotato. All’inizio sono soltanto un centinaio. Uniti dalla stessa aspirazione: creare un gruppo organizzato al seguito della nazionale di calcio. La fede politica è chiarissima. Il modello è quello degli hooligans inglesi.

L’embrione del progetto è dei “duri” della curva del Verona durante gli Europei del 2000 e viene subito raccolto dagli ultrà della Triestina, dell’Udinese, del Treviso, ai quali si aggiungono gli Irriducibili della Lazio, i più “neri” tra i supporter della Roma e altre frange minoritarie. Al ritorno in Italia si svolge un summit segreto a Verona, dove si decide la linea: sostenere la nazionale come una squadra di club, con coreografie, trasferte organizzate e una mappa di tifosi amici e nemici. In quell’occasione nasce il nome: Ultras Italia. Il loro numero aumenta anno dopo anno. Fino a raggiungere, stima la polizia, le settecento-ottocento unità.

Non c’è una sede ufficiale. Il marchio compare solo in alcuni capi di abbigliamento (come la felpa con la scritta “siam pronti alla morte l’Italia chiamò”) in vendita su www.blackbrain.it, sito Internet che riporta, a Verona, ad alcuni esponenti del neofascismo scaligero e della curva dell’Hellas.

A far da tratto comune il circuito europeo, ma con estensioni in Russia e nei Balcani, di Blood and honour (traduzione inglese dell’espressione tedesca Blut und Ehre, sangue e onore: uno dei motti dell’organizzazione nazionalsocialista Gioventù hitleriana); sono, o sono stati, militanti nella destra radicale: dal disciolto Movimento politico a Forza nuova, alla Fiamma tricolore, al Fronte Veneto Skinhead.

Il progetto è dichiarato: «Decidemmo che era giunto il momento di schierarsi ufficialmente, cioè con tanto di striscione, al fianco della Nazionale, spinti da una forte connotazione nazionalistica della maggior parte degli esponenti del gruppo». Insomma: sono otto anni che gli ultrà neofascisti tentano di organizzarsi intorno agli Azzurri. E la serata di Sofia, per chi conosce il retroscena delle cose, non può rappresentare una sorpresa.


Autore: Marco Menduni
Fonte: Il Secolo XIX




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