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Rom e tzigani, stranieri in patria nei paesi balcanici

15.07.2008

«Faccio questo giro per evitare la polizia, non ho la patente» dice Blago. Il giovane guida con mano sicura sulla strada deformata che porta dalle ultime periferie di Sofia all'immenso quartiere di Fakulteta, in cui vive più della metà dei trentamila rom della capitale bulgara. Il volto impassibile e lo sguardo sempre all'erta. I blocchi di edifici socialisti svaniscono poco a poco dietro alle macchie di vegetazione e agli ammassi di detriti.

È impossibile entrare qui senza guida perché, dopo le violenze dell'autunno del 2007, il quartiere è ben sorvegliato. «Gruppi di estremisti bulgari vengono qui periodicamente per provocare e, dopo la morte di un rom, nello scorso settembre, gli abitanti hanno dovuto organizzarsi», sottolinea Baptiste Riot, giovane professore di francese che anima corsi di fotografia per i bambini della mahala - il quartiere tzigano. «Gli unici luoghi in cui le due popolazioni ancora si incontrano, spiega, sono i mercati, nella periferia della città tzigana. I prezzi sono più abbordabili che nel centro di Sofia».

Questo commercio non basta per garantire la sopravvivenza di tutta la popolazione del quartiere. Scaraventati nella vita lavorativa già a 15 o 16 anni, in mancanza di mezzi finanziari per continuare gli studi, i giovani raccolgono e selezionano i rifiuti nelle strade di Sofia. «Noi siamo fortunati. Dato che io lavoro in una scuola primaria e che i miei figli hanno la pelle abbastanza chiara, possono lavorare nei cantieri, con i bulgari», racconta con orgoglio Mimi, una madre di famiglia del quartiere. Qualcun altro deve rassegnarsi a lavori saltuari. Secondo Ilona Tomova, dell'istituto di sociologia di Sofia, nel 2001 solo il 18% della popolazione rom attiva della Bulgaria dichiarava di avere un lavoro. Sebbene, da allora, le statistiche siano un po' migliorate, la situazione sociale di questa minoranza resta allarmante.
«Subiscono discriminazioni costanti nel lavoro, nell'istruzione e nella sanità. Ogni buon bulgaro ha amici rom con cui andare al bar o bere un bicchiere, ma il rom in quanto tale incarna tutti i vizi del mondo», sospira Marcel Courthiade, professore di lingua romani all'Istituto nazionale delle lingue e delle civiltà orientali (Inalco).

La persecuzione degli tzigani ha radici lontane. Essi compaiono in Europa tra i XIV e il XV secolo, giunti in ondate successive dal nord dell'India. Nel 1348, vengono segnalati dei Cingarije (1) a Prizren (Kosovo). Documenti del 1385 raccontano di famiglie ridotte in schiavitù in Valacchia e Moldavia. La diaspora di queste popolazioni continua nella prima metà del XI secolo, spesso con il beneplacito delle autorità politiche. Nel 1417, l'imperatore romano germanico Sigismondo I, consegna una lettera di raccomandazione e di protezione a gruppi di rom venuti dalla Boemia - da cui il nome di «Bohémiens» (2). Nei Balcani ottomani, appartengono al sistema amministrativo, economico e militare dell'Impero. Una parte di essi, fabbricanti di polvere o armaioli, si spostano con gli eserciti della Sublime Porta. Altri si insediano nelle zone rurali, in gran parte come artigiani o mezzadri. Dalla sedentarizzazione nascono mahala in diverse città dell'Europa sud-orientale, in particolar modo a Prizren o Mitrovica in Kosovo.

Tollerati per le loro competenze in periodi di pace e di opulenza, gli tzigani subiscono la repressione e il discredito popolare appena la situazione economica o politica peggiora. Nei secoli si susseguono i bandi e le espulsioni, spingendoli alla migrazione. Alla fine del XVII secolo, un'ondata in fuga dal conflitto tra Austria e Impero Ottomano arriva in Bulgaria. Anche l'abolizione della schiavitù nei principati rumeni , intorno al 1860, provoca una nuova diaspora attraverso l'Europa. Durante la seconda guerra mondiale, il genocidio nazista uccide centinaia di migliaia di rom, il cui martirio sarà ignorato dal tribunale di Norimberga. Al punto che il numero di vittime nel campo di concentramento di Staro Sajmiste, nei pressi di Belgrado, rimane ignoto. Si dovrà attendere il 2007 per conoscere la lista delle vittime tzigane del campo di Jasenovac, in Croazia (3).

Attualmente, secondo le stime del Consiglio d'Europa, circa dieci milioni di rom vivono nel continente, dall'Inghilterra alla Russia: pertanto, costituiscono la minoranza transnazionale più numerosa. Cacciati dalle guerre o dalla miseria, quelli dei Balcani si sono stabiliti in massa all'Ovest, spesso in modo clandestino, riunendosi ai vari gruppi locali (Gitani, Manouche ecc.) con cui in genere hanno pochi legami. Tollerati in tempo di pace, vengono perseguitati appena peggiora la situazione economica o politica Le istituzioni internazionali, in primo luogo l'Unione Europea e il Consiglio d'Europa, hanno preso coscienza di tale migrazione solo negli ultimi vent'anni. Hanno intrapreso un programma per la scolarizzazione di tali popolazioni. Ma esse subiscono ben altre discriminazioni ed un crescente impoverimento, contro cui vengono attuate diverse iniziative. Il Decennio per l'integrazione dei rom, iniziato nel 2005 e sostenuto dalla Banca mondiale, dal Programma delle Nazioni unite per lo sviluppo (Undp) e dall'Unione europea, intende favorirne l'accesso all'istruzione, al lavoro, alla sanità e all'alloggio in nove paesi d'Europa dell'Est e dei Balcani (4).

A più di tre anni dal lancio dell'operazione, gli esperti giudicano i risultati deludenti. Se l'opinione pubblica prende coscienza poco a poco della natura transnazionale del problema, gli stati esitano ancora ad intraprendere le misure indispensabili per una completa integrazione. All'inizio degli anni '90 gli tzigani dei Balcani furono le prime vittime dell'esplosione dell'ex-Jugoslavia e della caduta dei regimi comunisti. Le comunità, dimenticate dei nuovi governanti, impoverite dalla transizione economica, prese di mira dagli aggressivi nazionalismi emergenti, capri espiatori degli scontri tra le comunità, vennero socialmente emarginate, fino a subire violenze e veri e proprio pogrom. «Nel 1989 - ricorda Tomova - i rom si caratterizzavano per il maggior tasso di occupazione in Bulgaria: l'83% delle persone attive lavoravano. Nel 1993, la percentuale si limitava al 30%. Alcuni rom non hanno più accesso al mercato del lavoro dall'inizio degli anni '90. E ora, una seconda generazione non trova impiego stabile». Questa situazione colpisce soprattutto i ghetti urbani che, costituiti alla fine degli anni '70, si sono notevolmente allargati dopo la caduta del regime comunista. «Prima, lo stile di vita degli tzigani non si distingueva. Lavoravano, mandavano a scuola i figli, accedevano al sistema sanitario etc. La loro emarginazione iniziò con la "transizione". Chi abitava nei piccoli centri non poté godere della redistribuzione delle terre e dovette emigrare verso le grandi agglomerazioni» spiega Antonina Zelyazkova, dell'International Center for Minority Studies and Intercultural Relations (Imir).

A Kumanovo, nel nord della Repubblica di Macedonia, i cinquemila rom si concentrano in una bidonville situata tra i fiumi Lipkovska e Kojnasrka. Le baracche di mattoni e materiali riciclati si trovano nella zona soggetta a inondazioni. Qualche bottega, carretti pieni di angurie e giovani sfaccendati. Secondo Milan Demirovski, presidente dell'organizzazione Khan («sole» in romani) che alfabetizza bambini e adulti illetterati, «il 95% di essi guadagna solo il minimo sociale. L'unica soluzione per loro è creare commerci propri poiché le imprese qui assumono su base comunitaria: per i rom, non c'è mai spazio».

Questo stato di cose persiste malgrado il decentramento intrapreso nel 2001. Dopo i combattimenti tra i miliziani albanesi dell'Esercito di liberazione nazionale di Macedonia (Uck-M) e l'esercito macedone, gli accordi di Ohrid del 13 agosto 2001 accordano maggiori diritti politici e sociali alle minoranze. Ciò che suggerisce ottimismo a Erduan Iseni, sindaco di Suto Orizari, un sobborgo a maggioranza rom nella città di Skopje: «I rom vivono meglio qui che nella maggioranza degli altri paesi della regione. La Macedonia può essere persino considerata uno degli stati più avanzati d'Europa da questo punto di vista». Forte di quarantamila abitanti, il suo sobborgo, soprannominato Sutka, sembra effettivamente abbastanza benestante, con negozi variopinti, venditori dall'atteggiamento invitante e numerosi clienti.

Tuttavia, anche qui i rom si scontrano con le stesse discriminazioni quotidiane, con gli stessi tenaci pregiudizi e le stesse barriere politiche. «Il nostro comune percepisce, secondo la legge sul decentramento, un bilancio inferiore a quello che ricevono le municipalità in cui vivono i macedoni, sospira il sindaco. Non abbiamo abbastanza fondi per continuare la ricostruzione delle strade e per modernizzare le infrastrutture». E aggiunge: «Le cose vanno molto meglio che all'epoca della Jugoslavia titoista».
Fatto unico al mondo, la Costituzione della Repubblica di Macedonia definisce i rom come un popolo costitutivo dello stato. Resta il fatto che, in realtà, «sono esclusi dalla vita politica», assicura Courthiade. Certo, gli accordi di Ohrid prevedono l'utilizzo della lingua di una minoranza nell'amministrazione di un comune se il 20% della popolazione afferma di appartenere a tale comunità. Ma questa disposizione avvantaggia gli albanesi (un quarto della popolazione della Macedonia) ben più delle altre comunità del paese (rom, serbi, torbesi, arumeni, turchi etc).

Dei centoventimila tzigani che vivevano in Kosovo prima del 1999, ne rimangono solo circa trentamila, ripartiti tra la zona serba del nord del paese e una serie di enclave nel settore albanese, a sud dell'Ibar. La vastità della distruzione di Mitrovica e Pristina testimonia della violenza della pulizia etnica. Gli estremisti dell'Esercito di liberazione del Kosovo (Uck) sostennero che i rom fungessero da ausiliari dell'esercito serbo per giustificare la loro espulsione, dopo la fine dei bombardamenti dell'Organizzazione del trattato nord-atlantico (Nato) e il ritiro dell'esercito serbo.

Il filo spinato corre sui tetti, e tutto è pronto per sbarrare le strade al primo allarme: così la famiglia di Faton S. difende la sua casa, sulle alture di Orahovac/Rahovec, nel bel mezzo della terra di nessuno che segna la frontiera fisica tra città albanese e ghetto serbo. A cosa serve? Queste ridicole protezioni non hanno impedito agli estremisti albanesi di incendiare numerose case del quartiere serbo, durante gli scontri del marzo 2004. «Veniamo respinti da entrambe le comunità, al punto che mio figlio ha dovuto abbandonare la scuola a causa delle violenze dei suoi compagni albanesi, lamenta il padre del ragazzo. Prego tutti i giorni che non gli succeda nulla e che possa rapidamente raggiungere i suoi cugini in Germania». Anche se schivano i colpi, gli tzigani del Kosovo finiscono comunque nella miseria. Quelli che vegetano a migliaia nelle bidonville di Seine-Saint-Denis ne sanno qualcosa.

I media fanno fortuna con i traffici e i crimini attribuiti agli tzigani A Prizren, una vecchia città commerciale al sud del Kosovo in cui prima della guerra coabitavano albanesi, serbi, rom, bosniaci e turchi, seimila rom tentano ancora di sopravvivere in un contesto economico depresso. «Qui, prima del 1999, eravamo in buoni rapporti con le altre comunità - racconta con orgoglio Naser, un imprenditore. Da bambino, parlavo romani con i miei vicini albanesi; serbo e turco con i miei compagni di classe. Ho costruito casa con le mie mani e resterò in Kosovo: è la mia terra!».

In effetti, all'epoca della Jugoslavia socialista, gli tzigani, e in particolare quelli del Kosovo, godevano di una vera promozione sociale, ma anche culturale (i primi programmi radiotelevisivi in romani comparvero a Prizren e a Pristina). Svolgevano il servizio militare. Integrati nel sistema politico, avevano rappresentanti nelle amministrazioni di diverse repubbliche. Un solo rom ricopre ancora l'incarico di procuratore in Kosovo: quello di Prizren, formato nel periodo titoista. «Non so cosa ci porterà l'indipendenza. Noi vogliamo solo vivere in pace. Auspichiamo che i nostri figli possano lavorare nella terra che li ha visti nascere - dichiara il giornalista Kujtim Pacaku. E che i rom non subiscano più le conseguenze di nazionalismi ciechi». Speranza, o illusione? Apparsi nei paesi della regione dopo l'inizio degli anni '90, i partiti ultranazionalisti mobilitano contro gli tzigani il risentimento degli esclusi dalla transizione economica.

«Quando i numerosi bulgari che vivono sotto la soglia della povertà apprendono che l'Unione europea intraprende dei programmi di aiuto speciale agli tzigani, come l'assistenza medica gratuita, mentre essi stessi non possono permettersi le medicine o il riscaldamento invernale a causa del prezzo dell'elettricità, prestano un orecchio attento alle tesi di un partito estremista come Ataka», sottolinea François Frison-Roche, ricercatore al Centro nazionale della ricerca scientifica (Cnrs) e specialista della Bulgaria (5).

Ai loro occhi i rom più poveri, senza risorse né lavoro, appaiono come «saccheggiatori», che rubano per esempio l'elettricità con allacci selvaggi, indisturbati dalle autorità. I media fanno fortuna con i traffici e i crimini attribuiti alla comunità tzigana. Durante l'elezione presidenziale dell'ottobre del 2006, la coalizione Ataka e il suo leader Volen Siderov raccolsero quasi un quarto dell'elettorato bulgaro. Nel corso della campagna, invitarono a «trasformare gli tzigani in sapone». Ora chiedono un «programma governativo di lotta contro la criminalità dei Gitani». Con queste tematiche aggressive, Ataka attira a sé larghe frange di popolazione persuasa che tutti i loro mali provengano dagli tzigani e delusi perché i partiti tradizionali non affrontano il «problema».

In Serbia, alcuni intellettuali rom tentano di bloccare la crescita dei nazionalisti. «Siamo gli oppositori più determinati del partito radicale», proclama Rajko Djuric, presidente dell'unione rom che rivendica «ventotto familiari uccisi dai cetnici durante la seconda guerra mondiale». Guidato da Tomislav Nikolic, dopo l'incriminazione del suo predecessore Seselj da parte del Tribunale penale internazionale per l'ex-Jugoslavia, che giudica i crimini di guerra e i crimini contro l'umanità durante la guerra in Croazia (1991-1995), il Partito radicale serbo rivendica da sempre l'eredità ideologica e folkloristica dei cetnici. Fedeli al re Pietro II Karadjordjevic, si opposero alle forze dell'Asse e ai partigiani di Tito tra il 1941 e il 1945. Si resero colpevoli di massacri contro croati, musulmani e rom.

I nazionalisti estremisti del Srs, ardenti sostenitori di una «Grande Serbia», mirano a riunire tutte le popolazioni serbe dei Balcani in uno stesso stato e negano ogni diritto politico o culturale alle minoranze di Serbia. Un programma inaccettabile per l'Unione rom.
«Intendiamo diventare un partito importante al parlamento serbo, una formazione civile, democratica e aperta a tutte le comunità - spiega il suo presidente. Alle elezioni legislative del 22 gennaio 2007 abbiamo ottenuto un seggio e diciottomila voti, un terzo dei quali di elettori non rom».

A dire il vero, il risultato appare piuttosto deludente. La Serbia conterebbe in effetti oltre duecentomila elettori tzigani. La comunità, dunque, si caratterizza per le sue divisioni interne. «I partiti al potere hanno sempre comprato voti con promesse truffaldine, o con qualche litro di rakija [acquavite]» sostiene Djuric. A favore dell'Srs, ora si aggiunge il sostegno della cantante Marija Serifovic, vittoriosa all'Eurovisione del 2007: ha contribuito al voto radicale di diversi rom, malgrado il razzismo di questo partito... A Vranje, invece, nel sud del paese, gli tzigani affidano in massa il loro consenso al partito socialista di Serbia (Sps) di Slobodan Milosevic.

Come nel resto dei Balcani, gli tzigani discriminati partecipano ugualmente in pieno al gioco politico. Si chiede il loro sostegno alle elezioni, li si utilizza per ottenere sovvenzioni europee, li si stigmatizza per raccogliere l'opinione pubblica. Simboli dell'alterità per antonomasia, essi rappresentano «lo straniero vicino», disprezzato ma indispensabile.

C'è posto per i popoli senza territorio in una regione ricomposta su base etnica? Quale buona famiglia di Belgrado potrebbe festeggiare una slava (la festa del santo protettore della famiglia) senza una fanfara di musicisti rom? Per una notevole schizofrenia identitaria, il festival di Guca Gora, che riunisce ogni anno le migliori orchestre tzigane di Serbia, è uno degli appuntamenti più importanti del nazionalismo serbo. Si indossano magliette che ritraggono Milosevic e il generale Ratko Mladic, il capo militare dei serbi di Bosnia Erzegovina dal 1992 al 1995, e si festeggia al ritmo di una musica che nessuno saprebbe definire con certezza «balcanica», «serba» o «rom»...

Così come altre minoranze senza territorio, come gli arumeni (6) o i torbesi (7), i rom dei Balcani costituiscono dunque una componente essenziale dell'«identità balcanica», costruita a partire da specificità comunitarie e linguistiche, e di differenze territoriali. Uno tzigano di Novi Pazar, nel sud della Serbia, potrà per esempio essere cittadino serbo, appartenere culturalmente al Sandjak (regione a cavallo tra Serbia e Montenegro), praticare l'islam e... parlare albanese, poiché la sua famiglia ha da tempo rapporti commerciali con il Kosovo. I rom di Prizren (Kosovo) si definiscono musulmani sunniti: alcuni appartengono però a confraternite sufi, come l'ordine derviscio dei Rifai.

Insomma, contrariamente ai modelli elaborati nei paesi della regione dopo la decomposizione dell'Impero ottomano, sul modello francese di stato-nazione, l'identità non è mai una sola. Essa si declina in funzione dei molteplici quadri linguistici, territoriali, religiosi e socioprofessionali. Fluttua secondo i vincoli economici e politici. Gli tzigani di Bulgaria, musulmani sotto l'Impero ottomano, si dichiarano oggi in maggioranza ortodossi. E quelli che parlano ancora il turco si dichiarano turchi per poter emigrare ad Istanbul più facilmente...

L'esplosione della Jugoslavia e le migrazioni di popolazioni dopo le guerre degli anni '90 hanno accelerato drammaticamente il processo di semplificazione identitaria e di normalizzazione culturale. La Croazia e il Kosovo non possiedono più comunità serbe; due entità omogenee si dividono la Bosnia Erzegovina; e gli ungheresi abbandonano la Voivodina. I rom come le altre minoranze prive di un territorio «compatto» avranno ancora a lungo un posto in questi stati balcanici perennemente in costruzione? Nulla è meno sicuro. A meno che le organizzazioni rom, come l'Unione internazionale romani riesca ad esercitare un peso politico sufficiente per far ascoltare la propria voce sulla scena nazionale, regionale ed internazionale.

note:
* Giornalista al Courrier des Balkans (sito), autore, con Jean-Arnault Dérens, di Comprendre les Balkans. Histoire, sociétés, perspectives, Non Lieu, Parigi, 2007.

(1) Questo termine, che deriva indubbiamente dalla parola greca atsinganos o atsinkanos («intoccati», «intoccabili») indicava verso il 1100 una setta eretica insediata in Grecia e i cui membri evitavano ogni contatto con il mondo circostante. Da cui il nome tzigani (Zigeneur in tedesco, Tziganes in francese etc.) utilizzato per definire questo gruppo di nomadi venuti dall'est.

(2) Jean-Pierre Liégeois, Roms en Europe, Editions du Conseil d'Europe, Strasburgo, 2007
(3) Rajko Djuric e Antun Miletic, Istorija holokausta Roma, Politika, Belgrado, 2008.

(4) Bulgaria, Croazia, Ungheria, Macedonia, Montenegro, Repubblica Ceca, Romania, Serbia e Slovacchia.
5) François Frison-Roche, «Ataka: décryptage d'un radicalisme à la bulgare», Les Courrier des Balkans, Parigi, 9 settembre 2005.

(6) Popolazione che parla una lingua vicina al rumeno e svolge storicamente i lavori di pastore e di mercante in tutti i Balcani.

(7) Popolaziona slava musulmana di Macedonia.


Autore: Laurent Geslin
Fonte: Le Monde Diplomatique
Traduzione: A. D'A.




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