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Amnesty International e il punto sulle renditions

18.07.2008

In inglese si chiamano renditions e aprono scenari inquietanti a livello politico e giuridico. Sono una delle schegge dell’11 Settembre e della “guerra al terrore” dichiarata dagli Stati Uniti. La traduzione italiana, “consegne”, edulcora non poco la realtà. Per capire di cosa si tratti, basta un nome: Abu Omar.

Il suo caso, che risale al 2003, è quello di un cittadino residente in Italia prelevato da una squadra di agenti dei servizi americani, con la fattiva partecipazione di elementi dell’Aise (ex Sismi) e del Ros dei Carabinieri, portato nella base militare di Aviano e poi trasferito segretamente in Egitto. Si tratta, insomma, di un arresto arbitrario di una persona sospettata di terrorismo cui segue una detenzione, altrettanto arbitraria. E poi ci sono gli interrogatori, condotti con metodi pensati per strappare una confessione anche al terrorista più fanatico e indottrinato: percosse, scariche elettriche, privazioni sensoriali, attacchi di cani e addirittura il water boarding, cioè l’inoculamento di acqua attraverso le vie respiratorie del prigioniero, al quale sembra di affogare. Non esiste ancora una mappa di quelli che in gergo si chiamano black sites, luoghi che non esistono. Si sa che sono un arcipelago, come i gulag descritti da Solzenicyn. I più “fortunati” vengono portati a Guantanamo o a Capo Garcia, luoghi ormai celebri sui quali è appuntata l’attenzione di media e ong. Altri, invece, finiscono in prigioni segrete dislocate ovunque, dal Gambia all’Egitto passando per la Siria, uno stato canaglia la cui polizia segreta ha da anni una proficua collaborazione con Washington.

Ma anche l’Europa è coinvolta in tutti i livelli nel programma delle renditions: è luogo di transito e rifornimento degli aerei adibiti al prelevamento e al trasporto dei prigionieri da una base all’altra; partner attivo attraverso l’aiuto prestato dalle diverse agenzie di spionaggio a livello operativo e di condivisione delle informazioni; testimone silente e acquiescente della violazione dei diritti più elementari sul proprio territorio ai danni dei propri cittadini.  Al ruolo dell’Europa è dedicato l’ultimo rapporto di Amnesty International, pubblicato il 24 giugno, intitolato, piuttosto eloquentemente: State of Denial. Europe’s Role in Rendition and Secret Detention.  Le 76 pagine del documento, dipingono un quadro desolante. E attuale, nonostante vengano riportate vicende risalenti prevalentemente al biennio 2003-2005. Basti pensare che pochi giorni dopo la sua pubblicazione, è esploso il caso di Aleksandr Suvorov, l’hacker estone prelevato all’aeroporto di Francoforte da agenti speciali statunitensi, davanti ad impassibili guardie di frontiera tedesche. Il che vuol dire che la fattispecie di reati per i quali gli Stati Uniti fanno ricorso a questa procedura illegale, si è allargata, e non ha più un diretto legame con il terrorismo jihadista.  I programmi di consegna e detenzione sono rimasti segreti fino al 2004; ormai sono un fatto accertato, tanto che lo stesso Gorge Bush, il 6 settembre del 2006, annunciò il trasferimento a Guantanamo di 14 detenuti di “alto livello” dai cosiddetti black sites.

Sulla questione hanno indagato, oltre ad Amnesty, anche il Parlamento Europeo ed il Consiglio d’Europa.  Verrebbe da chiedersi se, per quanto lontanissima dai principi basilari della democrazia, questa prassi sia almeno efficace.  La risposta è negativa secondo le Nazioni Unite, che nel Global Counter-Terrorism Strategy, hanno messo in dubbio la reale utilità di questi metodi. Eppure un executive orderrendition and detention, debbano continuare. L’analisi delle responsabilità europee è oggetto di un duplice trattamento; nella prima sezione del documento viene indagato il comportamento di alcuni Paesi, distinguendo sei principali tipologie; nella seconda, le stesse emergono dalla ricostruzione di sei casi acclarati.  Quello degli algerini sequestrati in Bosnia nel 2001; quello di Muhammad Haydar Zammar; rapito in Germania col contributo delle autorità tedesche; di Abu Omar, in cui è coinvolta l’Italia; di Khaled Al Masri, prelevato in Macedonia; di Ahmed Agiza e Mohammed El Zari, rapiti in Svezia, di Bisher Al-Rawi e Jamil El Banna, in cui è chiamata in causa la Gran Bretagna.

Una prima forma di partecipazione individuata dall’ong, è quella attiva; come nel caso di Ahmed Agiza e Mohammed El Zari, consegnati da personale svedese ad agenti americani all’aeroporto di Bromma, dopo che ai due era stato rifiutato una richiesta di asilo. Khaled al Masri, una volta una volta entrato in Macedonia nel gennaio 2004, venne arrestato dalle autorità locali, tenuto in isolamento e interrogato per 23 giorni.

Bisher Al Rawi e Jamil El-Banna furono presi in consegna da agenti inglesi all’aeroporto di Gatwick, segnalati come sospetti alle proprie controparti americane. Rilasciati dopo due giorni, furono prelevati da agenti statunitensi al loro arrivo in Gambia.  I due finirono prima in Afghanistan e poi a Guantanamo. Leggendo il rapporto, si comprende quanto sia difficile ricostruire il mosaico per diverse ragioni: per la mancanza di collaborazione dei Paesi in causa ma anche perché spesso, in un singolo caso, risultano coinvolti più Stati a diverso titolo. Ad esempio, Abu Omar fu prelevato in Italia ma trasferito in Egitto via Ramstein, in Germania. Il boeing 737 che trasportava Khaled Al Masri, prima di arrivare in Afghanistan dalla Macedonia, fece soste a Cipro, in Spagna e Irlanda. Il Gulfstream V registrato col numero di serie N379P in volo da Washington ad Amman per prelevare Muhamed Bashmilah, fece scalo in Romania e Repubblica Ceca. Oltre alla concessione di spazi aerei ed aeroporti, la collaborazione europea si è sostanziata anche nella partecipazione agli interrogatori: Muhammad Zammar sostiene di esser stato interrogato nella prigione di Far Falastin, alla periferia di Damasco, gestita dall’intelligence militare siriana, in presenza di alcuni ufficiali tedeschi. Ancora più circostanziata la testimonianza di Murat Karnaz, una vita trascorsa in Germania, il quale ha raccontato di esser stato interrogato e picchiato a Kandahar da un gruppo di incursori del Ksk, i Kommando Spezilkräfte, nel dicembre 2001. Fu interrogato da ufficiali tedeschi di nuovo nel 2002 e nel 2004.

Racconto simile a quello di Khaled Al Masri, interrogato da “un madrelingua tedesco” che si rifiutò di rispondere alla sua domanda se fosse lì per rappresentare ufficialmente il suo governo. Le difficoltà incontrate dalla magistratura italiana nel far luce sul rapimento di Abu Omar sono ben note e non appaiono molto diverse da quelle con cui si sono scontrati gli inquirenti tedeschi che hanno indagato sugli abusi commessi dall’unità di Ksk: nel dicembre 2006 fu aperta un’indagine originata dalla testimonianza di Murat Karnaz, chiusa nel maggio successivo; riaperta nell’agosto dell’anno successivo, venne chiusa nuovamente nel marzo del 2008. Ma prima ancora di aver insabbiato le indagini, i Paesi in questione hanno dimenticato i propri cittadini finiti nelle maglie delle renditions, abbandonandoli a sé stessi, non attivando canali formali o informali per averne notizie, non mediando con gli Stati Uniti, non informando i parenti della persona rapita; dimenticandoli di fatto. Ma l’Europa non è stata solo terreno di transito o teatro di operazioni guidate da operativi dei servizi americani; un ultimo capitolo riguarda, infatti, l’esistenza di black sites anche nel nostro continente. Determinanti, a tal proposito, le testimonianze di coloro che vi sono stati detenuti. Una è la base di Stare Kiejkuty, in Polonia, a pochi chilometri da Szymany, che ospita un sezione dell'intelligence militare polacca.

E’ stato un rapporto del Consiglio d’Europa del giugno 2007 (Secret detentions and illegale transfers of detainees involving Council of Europe member states) a identificarla, grazie anche all’analisi dei piani di volo. Luogo scelto con cura dagli Stati Uniti, perché periferico ma ben collegato grazie all’aeroporto di Szymany, che dista solo 12 chilometri. Sempre secondo il Consiglio d’Europa, qui sarebbero passati «high values detainees», quali Khalid Sheikh Mohammed, uno dei pianificatori dell’11 settembre e Abu Zubaydah, che gli Stati Uniti sospettano di essere uno dei capi della logistica di Al Qaeda. Una seconda base è quella romena di Mihail Kogalniceanu, non lontana da Costanza, che presenta caratteristiche simili a quella polacca: è semi-nascosta, in una località piuttosto remota dell’Europa Orientale ma vicina ad un aeroporto, piccolo ed anonimo, ma funzionante. Il governo romeno ha sempre negato che Kogalniceanu sia stata messa a disposizione di Washington ma le fonti sentite dal Consiglio d’Europa sono concordi nel dipingerla come un “black site” operativo tra il 2002 ed il 2005. Probabile che oggi sia tornata alla sua antica funzione di base militare ma è altrettanto possibile che l’accordo firmato dal Segretario di Stato americano, Condoleeza Rice, nel 2005, con cui gli Stati Uniti si assicuravano «una presenza militare permanente» in Romania e Bulgaria, abbia permesso loro di servirsi di altre strutture, non ancora individuate. Su questo argomento scottante, i Paesi europei continuano a tacere, a glissare e ridimensionare le loro responsabilità.


Autore: Alberto Tundo
Fonte: Peace Reporter


Per approfondire: La Bulgaria e la NATO | Le basi militari USA in Bulgaria



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