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Se il problema Ŕ la Nato

03.09.2008

«Il problema sta a monte», si sarebbe detto una volta. I capi di Stato e di governo dell’Unione europea, lunedì a Bruxelles, hanno trovato una non scontata unanimità sull’atteggiamento da assumere verso la Russia di Putin. Benissimo. Ma quanti mostrano entusiasmo per questa (inconsueta) manifestazione d’esistenza in vita di una politica estera comune dei 27 dovrebbero guardare, oltre che a quel che è stato detto, anche a quello che non è stato neppure accennato: al silenzio che i responsabili politici europei continuano ad opporre al vero Problema (quello che “sta a monte”, per l’appunto) della collocazione sullo scenario mondiale e delle prospettive - geopolitiche, energetiche, commerciali, economiche - dell’Unione.

E dire che il Problema abita a pochi chilometri dal palazzo del Consiglio europeo, sul boulevard Léopold III, verso l’aeroporto di Zaventem, nelle basse costruzioni che ospitano il cervello politico della Nato, l’alleanza guidata, per tradizione, da un Secretary General europeo, attualmente l’olandese Jaap de Hoop Scheffer, ma governata, per la dura sostanza dei rapporti di forza, dagli americani. Se si mettono per un momento tra parentesi le questioni di immagine e le autocratiche esigenze di politica interna di Vladimir Putin (per carità: importantissime e terribilmente nocive), non ci vuol molto a rendersi conto del fatto che la complicata trama delle relazioni tra l’Europa e la Russia sconta drammaticamente da almeno un quindicennio l’incapacità delle cancellerie del Vecchio Continente ad affrontare la “questione Nato”. La questione, cioè, di un’alleanza difensiva atlantica che all’indomani del disfacimento dell’Unione sovietica non avrebbe avuto, in teoria, altra scelta che sciogliersi. La Nato, invece, guidata da una sorta di “come se” kantiano non solo ha continuato ad esistere ma anche a condurre la sua “guerra” (contenimento e roll-back) contro un nemico che ufficialmente i leader dell’Occidente non considerava più tale, al punto da offrirgli ogni genere di partenariato.

Vediamo solo per cenni come. All’epoca dei negoziati “due più quattro” per l’unificazione tedesca, fu assicurato a Mosca che non solo la Nato non si sarebbe allargata ad est, ma che la stesso territorio della ex Rdt sarebbe stato libero da armi offensive. Pochi anni dopo tutti gli stati sui confini occidentali dell’ex Urss più le tre repubbliche baltiche che ne facevano parte erano stati cooptati nell’alleanza. La distinzione tra “Europa vecchia” (e cattiva) ed “Europa giovane” (e buona) declamata a Washington prima della guerra in Iraq mise in luce l’esistenza di una “special relationship” americana con gli Stati est-europei che sarebbe poi culminata nel piano di scudo spaziale esteso alla Polonia e alla Repubblica cèca. Il riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo, frutto di una guerra voluta solo dalla Nato fuori e contro l’Onu, è stato uno schiaffo inferto sul presupposto (sbagliato) che le minacce russe di rendere il pan per focaccia in Ossezia e in Abkhazia (e manca ancora la Transnistria...) fossero un bluff. Al supervertice di Bucarest dell’aprile scorso, infine, solo un soprassalto di senso di responsabilità di alcuni governi europei ha impedito un’accelerazione dell’assunzione nella Nato dell’Ucraina e della Georgia. Se questa seconda fosse avvenuta, in base all’art. 5 del Trattato dell’Atlantico del Nord che dispone l’intervento automatico a fianco di un partner aggredito, ci troveremmo, oggi, in guerra con la Russia.

Ci sono infine, colpevolmente ignorate da osservatori e media, le spinte americane perché il concetto di aggressione nello stesso art. 5 venga esteso all’interruzione delle forniture energetiche. È assai probabile che l’inquietudine russa per questo possibile sviluppo si aggiunga a quella per i programmi, già in fase di attuazione, di gasdotti che dall’Asia centrale in cui si rafforzano peso e influenza di Washington by-passino la Russia, sfociando in un Mar Nero che sta già entrando nella “sfera d’interesse” occidentale con gli stati rivieraschi membri dell’alleanza (Turchia, Bulgaria, Romania) o, almeno al momento, “amici” (Ucraina e Georgia) e una linea costiera russa ridotta dall’est della Crimea fino all’Abkhazia.

Certo, il fatto che Mosca si senta sempre più accerchiata e insidiata nella straordinaria fonte di reddito derivata da gas e petrolio non giustifica in alcun modo i riflessi “imperiali” di Putin e della sua corte, né rende meno pericolosa l’ubriacatura nazionalista che dilaga in larghi strati di opinione pubblica. Gli errori occidentali nel Kosovo non giustificano il riconoscimento dell’indipendenza di Ossezia e Abkhazia, che rischia di avere, esattamente come quella del Kosovo, effetti dirompenti in ogni area dove esistono conflitti etnici o problemi di minoranze (come dire: non solo nell’area caucasica ma in tutta Europa). La strategia Usa, calata nell’ormai politicamente informe contenitore della Nato, pone però un problema molto serio agli europei. Bisogna essere ciechi per non vedere che in fatto di relazioni con la Russia e con tutta l’area dell’ex Unione sovietica gli interessi del Vecchio Continente non coincidono affatto con quelli del Nuovo. E non solo per ragioni economiche. L’atteggiamento verso Mosca è il paradigma di quel “decoupling” degli interessi che fu lo spauracchio delle relazioni tra le due sponde dell’Atlantico nei decenni in cui esisteva la dura minaccia militare dall’est ma che, scomparso il pericolo, avrebbe dovuto fisiologicamente manifestarsi. Senza drammi e in spirito di amicizia: noi siamo europei, voi siete americani; noi abbiamo la nostra storia e la nostra geografia, voi le vostre. Se c’è bisogno, nel mondo insidiato dal terrorismo e dalla instabilità, di un’organizzazione di sicurezza, anche militare, non c’è motivo che non sia l’Onu, adeguatamente riformata, che è universale. La Nato non lo è. Quando si comincerà a discutere di questo?


Autore: Paolo Soldini
Fonte: L'UnitÓ


Per approfondire: La Bulgaria e la NATO | Le basi militari USA in Bulgaria



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