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Quando ritornano i vecchi fantasmi: l'Europa unita torna xenofoba

05.07.2008

L'agenzia europea per i diritti fondamentali registra l'aumento dei crimini razzisti in tutti i paesi Ue

Come non preoccuparsi leggendo i dati del recente rapporto dell'Agenzia europea per i diritti fondamentali? La contraddittoria Unione Europea che elabora una direttiva sulla parità razziale e dopo qualche anno si compiace per la direttiva sui rimpatri, anche questa volta viene rimproverata dalla sua stessa agenzia di controllo sul rispetto dei diritti fondamentali.

Il rapporto 2008 della Fra (Fundamental Rights Agency) analizza minuziosamente, paese per paese, svariati casi di discriminazione perpetrati all'interno della Ue a danno di categorie cosiddette vulnerabili. "Non vi sono miglioramenti rispetto al rapporto dell'anno precedente, anzi, bisogna registrare un aumento dei fenomeni di discriminazione in quasi tutti i paesi Ue", cita la relazione.
Prima ancora dei cittadini, sono proprio gli Stati membri a non voler affrontare il problema. Risale, infatti, al 2003 il termine per l'attuazione della direttiva 2000/43 sulla parità razziale, eppure, ancora nel 2007, sono ben 14 gli Stati, compresa l'Italia, che non l'hanno armonizzata all'interno delle proprie legislazioni nazionali, ignorando anche le minacce della Commissione Europea. La direttiva 43, una volta applicata, costituirebbe un importante strumento legislativo cui ricorrere in caso di discriminazione, attraverso l'istituzione, da parte degli Stati membri, di sanzioni più severe, di istituti di vigilanza sul rispetto dei principi anti-discriminazione e la collaborazione con le Ong impegnate in questo settore.

L'Agenzia pone in evidenza il costante aumento dei casi di criminalità antisemita e di estrema destra compiuti, oltre che nelle strade, anche in ambiti in cui le persone interagiscono quotidianamente, con incidenza purtroppo ripetitiva.
Luoghi di lavoro, scuole, stadi, internet sono i principali spazi di discriminazione dove ripetutamente si registrano crimini di matrice razzista.

Altro dato allarmante, riguardante tutti gli stati Ue, é la quasi totale assenza di autorità, indipendenti dai corpi di polizia, cui denunciare casi di abuso di potere subiti dalle minoranze vulnerabili. Sono proprio coloro che lavorano a stretto contatto con questa categoria (funzionari di polizia, ufficiali di frontiera, dipendenti dei centri di detenzione) che commettono abusi, discriminazioni, violenze. E in questi casi, non bastano le accuse delle Ong, i meccanismi di denuncia devono passare attraverso gli stessi uffici in cui lavora chi commette l'abuso, dove, si sa, é pratica diffusa proteggersi fra colleghi. "In sette Stati membri esistono delle strutture preposte ad accogliere le denunce di abusi di potere, ma sono strettamente legate ai corpi di polizia o ai ministeri; la loro autonomia é, dunque, dubbia", sostiene l'Agenzia.

Non c'é da stupirsi, inoltre, che il rapporto dedichi soprattutto ai Rom, ai migranti irregolari e ai richiedenti asilo ampio spazio fra i casi di discriminazione, soprattutto nei luoghi sociali, quali l'ambiente di lavoro, la sanità, l'istruzione.
Negli ambienti lavorativi, ad esempio sono frequenti i casi di discriminazione nelle pratiche di selezione del personale, insulti e molestie da parte di colleghi, differenziazione dei salari e delle condizioni lavorative, discriminazioni in caso di fallimento dell'azienda, dove i primi ad esser licenziati sono i migranti.

In Austria, alcune offerte di lavoro, richiedevano personale strettamente austriaco; simili casi si sono riscontrati in Danimarca. Le Ferrovie ungheresi sono state denunciate per aver licenziato soltanto cittadini ROM, in fase di rinnovo dei contratti, lasciando intatte le posizioni dei colleghi ungheresi, anche se meno qualificati. In Belgio, ad un operaio turco é stato vietato di parlare per più 3 volte una lingua diversa dal fiammingo, nonostante il 70% degli impiegati nella stessa fabbrica fosse di origine turca.

Il rapporto denuncia la persistenza di barriere discriminatorie nei confronti di ROM e migranti che cercano un alloggio.
In Italia, il fenomeno é frequente. L'Agenzia fa l'esempio di una norma (05/2006) della Regione Lombardia che prevede almeno cinque anni di residenza a chi fa richiesta per un alloggio popolare, sebbene il TAR l' abbia dichiarata incostituzionale e discriminatoria. Ricordiamo, infatti, che in Italia il decreto 286/1998 dispone le stesse condizioni per cittadini stranieri e italiani nelle procedure d'iscrizione alle liste delle case popolari. Simili pratiche altrettanto istituzionalizate sono diffuse in Slovenia, in Olanda e in Germania.

Rom, Sinti e Nomadi, rappresentano la categoria più vulnerabile nella risoluzione dei problemi di alloggio. "Le dimensioni dell'esclusione sociale dei Rom variano a seconda dei contesti nazionali, anche se il problema é ampiamente diffuso a livello europeo" afferma l'Agenzia, la quale ricorda che casi di alloggi sotto la soglia della povertà, di sfratto forzato e di discriminazione sono stati riscontrati in ben 16 stati membri: Bulgaria, Repubblica Ceca, Germania, Grecia, Spagna, Francia, Irlanda, Italia, Lituania, Ungheria, Polonia, Portogallo, Romania, Slovenia, Slovacchia e Regno Unito. Un dato pessimo che sbeffeggia l'Europa e i buoni propositi per l'anno europeo dell'intercultura.

La situazione non migliora nel settore educativo e peggiora sempre più in quello sanitario dove i problemi di accesso continuano a riguardare i migranti, i nomadi e i richiedenti asilo. Spesso vengono negate le tutele minime se il loro stato di disoccupazione persiste da lungo tempo, come in Bulgaria e in Romania, se non hanno i necessari documenti identificativi, come in Slovenia, se abitano in zone rurali e isolate, come in Ungheria, Spagna e Grecia o, ancora, quando le loro baraccopoli sono isolate ai confini delle città in cui non vi è un servizio di trasporto pubblico efficiente, come in Italia, Spagna, Ungheria e Grecia. Anche i migranti regolari devono affrontare delle barriere linguistiche, religiose o culturali quando richiedono assistenza sanitaria.

Gli Stati membri, anche in questo caso, dovrebbero dunque impegnarsi di più per voltare pagina. L'Agenzia, ad esempio, suggerisce una serie di misure che potrebbero rivelarsi efficaci: anzitutto, la rapida attuazione della direttiva 43 obbligherebbe i rispettivi ordinamenti nazionali ad introdurre le disposizioni necessarie per proteggere le persone da trattamenti discriminatori ma anche ad adottare misure adeguate per incoraggiare il dialogo tra le parti sociali, monitorando le prassi nei luoghi di lavoro, nei contratti collettivi, nei codici di comportamento.

Il rapporto suggerisce anche di dialogare con le competenti Ong che hanno un interesse legittimo a contribuire alla lotta contro la discriminazione ed esorta gli Stati Membri a creare degli organismi per la promozione e il controllo della parità di trattamento di tutte le persone senza discriminazioni fondate sulla razza o l'origine etnica. Tali organismi dovrebbero assistere, in maniera indipendente da altri organi, le vittime che hanno subito discriminazioni o abusi di potere, svolgere delle inchieste in materia di parità, formulando raccomandazioni su questioni connesse con tali discriminazioni.

Insomma, i buoni propositi esistono già, viene soltanto da chiedersi quando l'Europa dei diritti sarà pronta a garantire essa stessa che questi vengano rispettati all'interno dei suoi confini. Sarebbe stato bello se nell'anno europeo del dialogo interculturale, l'Agenzia avesse registrato dei miglioramenti nelle pratiche antidiscriminatorie, ma non é stato così purtroppo e non ci resta che constatare l'ennesimo caso di doppia velocità dell'Ue: a tutta forza con l'economia, a rilento con i diritti.

E intanto é appena uscito un nuovo rapporto dell'Agenzia sull'omofobia e, naturalmente, anche in questo caso vengono evidenziate frequenti discriminazioni soprattutto in quei paesi dove i matrimoni gay o le coppie di fatto non sono previsti dagli ordinamenti nazionali. L'Agenzia che, purtroppo, ha solo un parere consultivo, non esita ad incoraggiare tutti gli Stati membri ad estendere stessi diritti e vantaggi delle coppie sposate ai partner dello stesso sesso, anche per il ricongiungimento familiare e i diritti in materia di libera circolazione.


Autore: Francesca Perricone
Fonte: Liberazione




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