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Romania oggi: nuovi scenari

29.05.2008 - Milano

Riceviamo e volentieri pubblichiamo la relazione tenuta da Cristina Carpinelli del Centro Studi Problemi Internazionali di Milano, durante l'iniziativa "Una columna di popoli" tenutasi il 20.05.2008 presso la Biblioteca civica di Sesto San Giovanni (MI). L'incontro è stato organizzato dalla Città di Sesto San Giovanni, il Consolato Generale di Romania a Milano, l'Associazione Romeni in Italia e dal Centro Studi Problemi Internazionali di Milano. Ringraziamo l'autrice per la gentile concessione.

Dal 2000 la Romania ha avuto una crescita economica costante. Ha favorito questa crescita l’incremento significativo nel settore dei servizi e in quello delle costruzioni, il cui contributo complessivo alla composizione del Pil è attualmente pari al 58,2%. L’agricoltura, in passato settore trainante dell’economia e principale fonte di assorbimento di manodopera (la fertilità del terreno ha permesso alla Romania di essere fino alla seconda guerra mondiale uno dei maggiori produttori europei di grano), rimane il settore meno produttivo. Un aspetto importante da sottolineare è lo sviluppo notevole della grande distribuzione (supermercati, ipermercati, discount ecc.)[1], stimolato dall’aumento del volume d’affari delle attività immobiliari (negli ultimi 5 anni vi è stata una proliferazione di progetti residenziali e commerciali). In questi anni è pure aumentata la spesa per il consumo[2]. Hanno contribuito ai livelli di crescita del paese anche le rimesse in valuta - che nel 2006 ammontavano a 4,5 miliardi di euro - dei romeni emigrati, che hanno concorso ad equilibrare in modo decisivo la bilancia dei pagamenti rumena. Elevato è, infine, il peso del settore informale nell’economia romena. Le statistiche ufficiali parlano del 18% del Pil, ma stime di organismi specializzati forniscono percentuali decisamente più alte[3].

La Romania è il paese più attraente per gli investimenti diretti esteri nell’Europa Sud-orientale. Lo ha rilevato uno studio della compagnia Ernst&Young. Per restare, però, nel top delle destinazioni d’affari preferite dagli investitori, deve migliorare le infrastrutture di trasporto, le comunicazioni e la logistica. Gli investimenti stranieri degli ultimi 4 anni si sono orientati in prevalenza verso le attività terziarie, che includono l’apertura di sedi, call center, centri di servizi di ricerca e sviluppo, ma anche attività di vendita e marketing. Forti gli investimenti anche nel commercio al dettaglio, nel manifatturiero e nel settore bancario. Tutti questi segmenti hanno avuto nel 2007 un peso pari al 44% sul totale degli investimenti diretti esteri realizzati in Romania. Il resto spetta alle attività industriali[4]. L’Italia è il principale paese investitore per numero di aziende registrate (aziende commerciali private per la vendita di prodotti al dettaglio, piccole e medie imprese dell’alimentare/tessile/calzaturiero/abbigliamento e trasformazione del legname), mentre è al quinto posto per capitale investito.

Al 31 maggio 2005 erano registrate in Romania 17.982 società miste romeno-italiane, con un capitale investito di 731,45 milioni di euro. Il numero anagrafico evidenzia un particolare interesse dell’imprenditoria italiana per la Romania, con una media di circa 1.000 nuove aziende che ogni anno stabiliscono la propria attività in questo mercato. Molte realtà imprenditoriali italiane (situate nelle regioni nord-orientali dell'Italia, da dove proviene la maggioranza degli investitori) hanno trasferito in Romania considerevoli investimenti finanziari e tecnologici, con una ricaduta in termini occupazionali di oltre 500 mila posti di lavoro creati tra impiego diretto ed indotto. Queste realtà imprenditoriali si sono insediate, in particolare, nella provincia di Timišoara, dove è stato riprodotto un vero e proprio modello distrettuale “all’italiana”, provvisto di adeguate infrastrutture di trasporto e di manodopera autoctona “dal costo contenuto”.

Le prospettive per le aziende italiane interessate al mercato romeno sono sicuramente positive, sia per la posizione geografica che per i vantaggi comparativi che ancora questo mercato offre nella delocalizzazione produttiva (bassi costi di manodopera locale; incentivi fiscali quali esenzione dal pagamento dei dazi e dell’imposta sul valore aggiunto per i macchinari, le attrezzature, le installazioni, gli equipaggiamenti, i mezzi di trasporto ed altri beni ammortizzabili importati per la realizzazione degli stessi investimenti - ovvero, esenzione dai dazi per l’importazione di materie prime necessarie alla produzione; aliquota unica del 16% per la tassazione sui profitti delle imprese e sul reddito delle persone fisiche[5]; assenza di vincoli per quanto riguarda il rispetto della clausola sociale.

L’Italia è il primo paese importatore dalla Romania. Inoltre, il suo scambio commerciale complessivo con questo paese ha visto un crescita spettacolare del livello d’esportazioni. L’Italia occupa il secondo posto dopo la Germania. La sua bilancia commerciale con la Romania registra anno dopo anno delle eccedenze.

Il governo rumeno ha lanciato un vasto piano di privatizzazioni con l’obiettivo di attrarre gli investimenti diretti esteri. Le maggiori privatizzazioni degli ultimi anni hanno riguardato la Banca romena di sviluppo, la Banca Agricola e la Sidex (maggiore azienda siderurgica dell’Est europeo). Interi settori delle imprese pubbliche industriali della Romania sono stati acquistati dai concorrenti occidentali, che li hanno o chiusi (è il caso delle industrie ad alto consumo di energia elettrica - combinat) o integrati nel loro gruppo. L’azienda automobilistica Dacia di Pitesti (Sud Romania) è diventata una filiale della francese Renault e la Romtelecom, che è stata privatizzata, è ora nelle mani dell’OTE (organizzazione delle telecomunicazioni greca). E' stato, pure, concluso il processo di privatizzazione della Banca Commerciale Romena, il più importante istituto di credito del paese, prima con l'ingresso di BERS e dell’International Financial Corporation nel capitale sociale, più recentemente con il suo acquisto da parte della Erste Bank austriaca. E’ stata completata la privatizzazione del colosso petrolifero statale PETROM. La maggiore quota azionaria (51%) è nelle mani dell’austriaca OMV. Il Governo ha anche proceduto alla privatizzazione di alcune importanti public utilities nel settore energetico. L'ENEL ha concluso l’acquisto di Electrica Dobrogea ed Electrica Banat, due compagnie di distribuzione dell'energia elettrica, mentre altre due compagnie di distribuzione, Electrica Moldova ed Electrica Oltenia, sono state assegnate alla tedesca EON e alla ceca CEZ. Nel corso del 2004 sono state privatizzate le due compagnie regionali di distribuzione del gas, Distrigaz Nord e Distrigaz Sud, acquistate rispettivamente da Gaz de France e dalla tedesca Rhurgas Wintershall.

Il Governatore della Banca Centrale, Mugur Isrescu, ha tuttavia, sostenuto, che la Romania non deve focalizzarsi sull’accelerazione della crescita economica, quanto piuttosto affrontare il problema n. 1 che è quello dell’inflazione, che, secondo i dati Eurostat, è passata dal 4,9% nel 2007 ad un tasso annuo che ha toccato a marzo 2008 l’8,63%. Un tasso che, sino al 2006, era costantemente in calo e che aveva consentito a luglio 2005 di attuare la riforma monetaria con il passaggio al nuovo leu (ron)[6].

Mugur Isrescu ha ammonito ripetutamente che un mantenimento dell’attuale tasso inflazionistico potrebbe impedire alla Romania di passare all’euro nel 2014, come si è proposta. Il problema inflativo non riguarda però solo la Romania o altri paesi che non hanno ancora introdotto la moneta unica. Pure nei paesi dell’UE, già passati all’euro, l’inflazione media annua ha toccato sempre a marzo 2008 il livello più alto, il 3,8%, dal lancio della moneta europea nel 1999. L’Agenzia di statistica dell’Unione ritiene che il fenomeno si debba imputare all’aumento dei prezzi del combustibile, del riscaldamento e di alcuni generi alimentari, nonché alla crisi sui mercati finanziari internazionali.

In Romania, l’inflazione è stata alimentata anche dall’aumento dei prezzi di consumo, soprattutto nel settore terziario (i maggiori incrementi si sono registrati nei settori dei servizi telefonici, postali e delle telecomunicazioni), dalla siccità dell’estate 2007 e dal deprezzamento della moneta nazionale, che hanno portato ad un’ondata di rincari.

Oltre all’inflazione, un altro problema che le autorità romene stanno affrontando è la crescita del deficit commerciale registrato soprattutto per i generi alimentari. Praticamente i romeni importano dall’euro-zona, insieme con i generi alimentari, l’inflazione. La Banca Nazionale Romena ha lanciato un segnale di allarme legato alla crescita del deficit con l’estero: lo squilibrio nei conti con l’estero è cresciuto rispetto al 2005 del 45%, spinto dalle importazioni e dal disavanzo commerciale[7]. La Romania è un forte importatore di beni d’investimento (mezzi di trasporto; prodotti minerali, macchinari, dispositivi meccanici ed elettrici, materie prime - prodotti energetici inclusi, materiali e componenti necessari alla produzione destinata all’esportazione, impianti di alta tecnologia afferenti ai nuovi investimenti, ecc. ecc.) e servizi finanziari. Le sue industrie sono, per il momento, più deboli e meno concorrenziali di quelle occidentali.

Altro problema in agenda è l’agricoltura. E’ difficile prevedere anni agricoli buoni dato che non sono stati ancora fatti investimenti nell’infrastruttura agricola. Mancano i fertilizzanti, e i macchinari e le attrezzature sono superati. Il management è praticamente inesistente. Il contributo dell’agricoltura al Pil non supera l’11-12%. Non va dimenticato che la maggior parte dei prodotti agricoli è per il momento importata.

Andamento economico

Anni

2000

2001

2002

2003

2004

2005

2006

Pil a prezzi correnti (in miliardi di Euro)

40,2

44,9

48,4

50,3

58,9

79,3

97,1

Pil pro capite (a prezzi correnti in Euro)

1.800

2.000

2.200

2.330

2.710

3.682

4.500

Pil crescita reale % (a prezzi correnti in Lei)

1,6

5,3

4,9

4,9

8,3

4,1

7,7

Bilancia dei pagamenti

Anni 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006

% partite correnti Pil

-3,7

-5,9

- 5,4

-5,8

-3,5

-2,8

-6,5

Investimenti diretti esteri (milioni di Euro)

1.114

1.294

1.212

1.946

5.183

5.213

9.000

Tasso d’inflazione (%)

45,7

34,5

17,8

14,1

9,3

8,6

4,87

Cambio medio Dollaro (Lei)*

21.692

29.061

33.055

33.200

32.637

2,9137

2,8090

Cambio medio Euro (Lei)*

19.955

26.026

31.255

37.555

40.532

3,6234

3,5245

Tasso disoccupazione (%)

10,5

8,6

9,2

7,2

6,2

5,9

5,2

* Dal 1 luglio 2005 il nuovo Leu (RON) ha sostituito il vecchio Leu (ROL). Il tasso di cambio tra le due monete è: 1 nuovo Leu = 10.000 vecchi Lei.

Commercio estero

Anni 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006

Saldo bilancia commerciale (milioni di Euro)

-2.962

-4.661

-

-

-7.346

-10.314

-14.895

Esportazioni FOB (milioni di Euro)

11.273

12.722

14.675

15.614

18.935

22.255

25.851

Importazioni CIF (milioni di Euro)

14.235

17.383

18.881

21.201

26.281

32.569

40.746

Elaborazione ICE Bucarest su dati INSSE e della Banca Nazionale Romena.

Le misure

La Romania ha deciso di affrontare le vulnerabilità macroeconomiche con una politica fiscale ben regolamentata e accelerando le riforme strutturali per consolidare la competitività. Nel mirino dei riformatori vi sono anche la riforma della pubblica amministrazione (necessaria tra l’altro per garantire una gestione adeguata dei fondi comunitari), il miglioramento dei servizi pubblici e la riforma della governance.

Inoltre, la crescita dei redditi dovrà d’ora in poi essere accompagnata all’aumento della produttività. In caso contrario, essa genererà ulteriore inflazione. La Banca Centrale ha chiesto di non aumentare più gli stipendi senza una loro correlazione con la produttività del lavoro, per non determinare una spirale prezzi-salari difficilmente controllabile. In anni recenti il paese è stato sottoposto, a causa dell’inflazione, a forti pressioni salariali, sino all’insorgere di vere e proprie proteste sociali con scioperi nel paese di diverse categorie di lavoratori. Ricordo qui rapidamente gli scioperi dei trasportatori stradali contro la tassa (il bollino che i proprietari di auto pagano come tassa) destinata alla modernizzazione delle strade (oltre il 30% delle strade sono in condizioni obsolete) e quella preconizzata sull’inquinamento; dei ferrovieri del Traffico-Commerciale, che rivendicavano un minimo salariale garantito (accordato a partire dal 1 gennaio 2007) e migliori condizioni lavorative; degli elettricisti e dei poliziotti per gli aumenti salariali; dei lavoratori del complesso siderurgico non solo per gli incrementi salariali ma anche per il miglioramento delle condizioni di lavoro; degli insegnanti, dei ricercatori e dei funzionari pubblici, questi ultimi anche per il diritto al lavoro, all’associazione sindacale e ai negoziati collettivi. Infine, degli agricoltori, per gli insufficienti finanziamenti europei a tassi estremamente agevolati (e/o sovvenzioni statali) all’agricoltura. Scioperi ci sono stati anche presso i dipendenti dell’azienda automobilistica Dacia di Pitesti (Sud Romania), ora filiale della francese Renault, che pur lavorando più ore e in condizioni peggiori guadagnano meno dei loro colleghi in Francia. Ma come si è potuti arrivare ad una simile situazione, dal momento che la Renault è una compagnia occidentale di successo sul mercato mondiale, soprattutto dopo che ha lanciato il modello Logan, fabbricato a Pitesti, in Romania? Uno studio della Pricewaterhouse Coopers ha evidenziato che nella filiale rumena le spese salariali sono dieci volte inferiori rispetto a quelle della casa madre. L’altro caso è, invece, quello dei lavoratori dell’impresa siderurgica Arcelor Mittal di Galati (Sud-Est Romania), parte del gruppo presieduta dall’indiano Lakshmi Mitttal. Essi rivendicano migliori salari e migliori condizioni di lavoro e accusano il fatto che gli obblighi assunti in seguito alla privatizzazione non sono stati rispettati.

Per quanto riguarda la rivalutazione della moneta nazionale. Il governatore della Banca Centrale ha spiegato che i fattori che hanno spinto alla revisione del tasso di cambio della moneta, con un lieve apprezzamento della valuta nazionale (che ha avuto luogo nella prima metà del 2007), sono stati: a) una prospettiva economica sostanzialmente positiva; b) la liberalizzazione dei flussi di capitale; c) la familiarità degli investitori con i mercati emergenti; c) l’inflazione ancora troppo alta.

Il Fondo Monetario Internazionale aveva annunciato che i governi dell’Est europeo avrebbero dovuto compiere degli sforzi per frenare il ritmo della domanda interna, al fine di ridurre gli squilibri economici e di controbilanciare gli effetti del caroprezzi dei generi alimentari sull’inflazione. La Banca Centrale ha preso in considerazione questa raccomandazione per controbilanciare le pressioni inflazionistiche in aumento. Ha ricordato che l’inflazione aumenta allorquando la domanda di prodotti è grande, e la domanda cresce se gli interessi sui crediti sono bassi. Quando l’interesse è basso, la gente è tentata a fare dei crediti per acquistare case, autovetture, elettrodomestici (in Romania, la spesa destinata all’acquisto di beni di consumo durevoli è in forte in crescita). Con l’aumento del tasso di riferimento, la Banca Centrale ha tentato d’inasprire le condizioni di credito. Tuttavia, se l’aumento dell’interesse ha rallentato più rapidamente le tendenze inflazionistiche, d’altra parte, l’impatto sulla crescita economica si è fatto sentire nel corso del 2007.

Sostanzialmente, la Romania ha implementato misure di carattere monetario e finanziario, che sono state vincenti sul piano della stabilizzazione, ma che hanno tuttavia prodotto una contrazione del mercato interno.

Quando s’intraprendono riforme monetarie e finanziarie di stabilizzazione macro-economica è bene valutare quali possono essere le ricadute in termini sociali. La liberalizzazione dei prezzi introdotta negli anni Novanta ha portato l’inflazione a livelli vertiginosi. Per contrarre la liquidità in circolo si è proceduto ad aumentare i tassi d’interesse e a ridurre la spesa pubblica sociale. Gli effetti sono stati salutari per l’inflazione, ma non per la popolazione nel suo complesso. Il calo dell’inflazione ha permesso la crescita costante del Pil, soprattutto a partire dal 2000. Tuttavia, se il Pil nel 2007 ha avuto una crescita del 7%, lo stipendio medio in quello stesso anno era ancora molto basso[8]. Ciò vuol dire che la forbice sociale è ampiamente divaricata: la ricchezza aumenta, ma è male distribuita. La rivalutazione della moneta nazionale, in una situazione già pesante di deficit commerciale, ha acuito il problema del disavanzo della bilancia commerciale, deprimendo il mercato interno già “minato” dall’applicazione della norma relativa all’aumento degli interessi sui crediti. L’introduzione dell’aliquota unica del 16% - salutata con favore dagli ambienti imprenditoriali nazionali e stranieri - ha prodotto l’aggravarsi dei deficit di bilancio e delle partite correnti, obbligando lo Stato ad investire meno nella spesa pubblica. Ciò non sarebbe accaduto se contemporaneamente fossero stati condotti un controllo e una lotta tenace contro gli evasori fiscali. Recentemente (autunno 2007) è stato lanciato il sistema delle pensioni private obbligatorie. L’introduzione di tale sistema si è reso necessario anche dal calo drammatico del numero dei contribuenti al fondo pensionistico. La mancanza di una “safety net” negli anni Novanta, durante il passaggio da un’economia di piano ad una di mercato, ha portato dal 1990 ad oggi 3 milioni di persone idonee al lavoro ad emigrare.

Nel corso degli ultimi 17 anni, il numero degli stipendiati è sceso da 8,1 a 4,5 milioni. Secondo il Libro verde, fra due, tre decenni quelli che lavorano in nero, o sono disoccupati, raggiungeranno l’età pensionistica senza avere un’assicurazione sociale, e saranno un peso in più per il sistema di previdenza sociale. Lo studio segnala, inoltre, un accentuato invecchiamento della popolazione, che fra mezzo secolo si tradurrà in un quadro demografico dominato, al 50%, da pensionati. Attualmente, in Romania ci sono 6 milioni di pensionati.

Il mercato del lavoro

Le sfide attuali dell’economia rumena sono l’inflazione, la volatilità del tasso di cambio, i rischi sui mercati finanziari, ma anche la situazione sul mercato del lavoro. La Romania ha liberalizzato l'accesso sul mercato del lavoro per i cittadini di tutti gli Stati dell’Unione Europea, inclusi gli Stati che hanno imposto restrizioni in questo senso ai lavoratori romeni. Se da un lato il puro e semplice diritto di circolazione delle persone tra i paesi dell'UE è stato esteso dal 1° maggio 2004 a tutti i paesi membri, dall’altro lato le varie istituzioni comunitarie e paesi membri hanno predisposto per il mercato del lavoro specifici e differenti meccanismi di adeguamento. Va ricordato che tali restrizioni riguardano i lavoratori dipendenti di aziende localizzate in uno dei nuovi Stati membri e non chi lavora come libero professionista. La libera circolazione dei lavoratori in Europa dovrebbe, infine, avvenire tra 5 anni, ossia il 1° gennaio 2012.La Svezia e la Finlandia, seguendo i loro precedenti, sono i due paesi che per primi, già dal 2004, avevano annunciato di non voler porre limiti per i cittadini rumeni e bulgari. Hanno deciso di liberalizzare i loro mercati del lavoro anche la maggior parte dei “Nuovi paesi”, entrati nel 2004. Ungheria, Francia e Italia hanno optato per un’apertura parziale del mercato del lavoro, limitatamente a quei settori nei quali la penuria di manodopera è evidente: l’edilizia, l’agricoltura, il turismo e la ristorazione, l’assistenza alle persone. Romeni e bulgari si vedranno invece imposte restrizioni, più o meno forti, per lavorare negli altri paesi dell'Unione europea. Regno Unito e Irlanda, contrariamente a quanto fatto per l'allargamento del maggio 2004, hanno deciso per Romania e Bulgaria una chiusura dei loro mercati del lavoro, timorosi per una nuova ondata di immigrati difficile da assorbire.

Il governo di Madrid, pur non negando i vantaggi arrecati all’economia spagnola dai lavoratori romeni, ha deciso, il primo gennaio 2007, con l’adesione della Romania all’UE, di imporre una moratoria sul loro accesso al mercato del lavoro spagnolo per un periodo di 2 anni. La motivazione è stata il timore di una possibile invasione della forza lavoro romena. A quasi un anno dall’avvio di tale misura, ricerche condotte da istituti specializzati hanno rilevato che tali timori si sono dimostrati del tutto infondati. In queste condizioni, i rappresentanti della comunità romena in Spagna si augurano che Madrid rinunci alla moratoria. Secondo il presidente romeno, Traian Bsescu, che è stato in visita in Spagna proprio per discutere dell’accesso dei romeni al mercato del lavoro spagnolo, la moratoria incoraggerebbe il lavoro in nero.

Tendenze sul mercato del lavoro in Romania

I cittadini stranieri più numerosi sul mercato del lavoro in Romania sono i turchi, i cinesi, gli arabi, quelli della Repubblica di Moldavia, i francesi, i tedeschi, gli italiani, i greci e i libanesi. I principali settori in cui lavorano gli stranieri sono: commercio, produzione, servizi, settore bancario, costruzioni, giochi d’azzardo, campo culturale/sportivo, trasporti e telecomunicazioni[9].

Verso la Romania si orientano, alla ricerca di un posto di lavoro, sempre più persone provenienti dal Medio Oriente e non solo. I cinesi, gli arabi e i turchi sono diventati una presenza familiare per le strade della capitale romena Bucarest e di tante altre città, ma essi si occupano più del piccolo commercio.

La Romania è diventata una destinazione attraente pure per i lavoratori del Bangladesh. Le autorità di Dacca annunciavano, di recente, che cento lavoratori di questo paese lavorano nell’edilizia romena, e che, presto, vi saranno assunti alcune migliaia. Gli stipendi in Romania, ancora bassi rispetto a quelli degli altri paesi comunitari, sembrano, probabilmente, ai 144 milioni di cittadini del Bangladesh altissimi, dato che il 40% di essi vive con meno di un dollaro al giorno.

Milioni di romeni cercano lavoro all’estero, e così in Romania le imprese hanno difficoltà a trovare lavoratori idonei. La situazione del mercato del lavoro nei nuovi paesi dell’UE è simile e, secondo Seeurope, è singolare, ma si spiega con l’evolversi dell’economia in quei paesi. Il tasso di disoccupazione nei neo-paesi dell’UE può essere basso (5,5% in Romania), oppure alto (15% in Polonia), eppure in alcuni settori dell’economia i lavoratori scarseggiano. Le conseguenze potrebbero essere serie. La situazione è il risultato dello sviluppo economico degli ultimi 10 anni o poco più. Anche se di primo acchito sembrerebbe un paradosso, disoccupazione e mancanza di lavoratori possono coesistere, perché per i cittadini di questi paesi non è facile acquisire quella specializzazione che le aziende di alcuni settori richiedono: banche, servizi finanziari, settori delle Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione, ma anche industrie, ad esempio, quelle farmaceutiche[10].

La carenza di maestranze riguarda anche il lavoro non qualificato. Nella capitale Bucarest, dove il livello retributivo è più alto rispetto al resto del paese, manca la manodopera, soprattutto se si parla di lavoratori non qualificati. Le imprese rumene sono sempre più interessate alla manodopera straniera extra-comunitaria. Gli stranieri immigrati sono disposti a lavorare in Romania per stipendi che ormai i romeni rifiutano, preferendo emigrare o vivere delle rimesse in valuta dei parenti che lavorano all’estero. C’è sempre qualcuno più bisognoso. Sono già arrivati e lo faranno ancora dalla Cina, Turchia, Repubblica Moldova, Sri Lanka, Bangladesh. Nel settore edile sono impiegati molti lavoratori del Bangladesh.

Il deficit di manodopera diventa sempre più acuto in Romania, in seguito all’esodo massiccio dei romeni - si tratta, come già detto, di circa 3 milioni di persone che sono andate a lavorare all’estero, anche se alcune in nero, per salari più alti rispetto a quelli percepiti nel paese. Questo è il motivo per cui, nel 2007, sono stati creati oltre 170 mila posti di lavoro. Il governo cerca di convincere almeno una parte dei lavoratori romeni andati all’estero di tornare in patria e allo stesso tempo aumenta il numero di permessi di lavoro per i cittadini di altri paesi interessati a lavorare in Romania.

Il governo ha deciso di assumere misure concrete per convincere almeno alcuni dei lavoratori romeni all’estero di tornare in patria. Il 23 febbraio 2008 è stata organizzata a Roma una Borsa dei posti di lavoro disponibili in Romania per i romeni che lavorano attualmente in Italia. I datori di lavoro della Romania del settore edile hanno presentato la loro offerta: più di mille posti di lavoro. I datori di lavoro hanno promesso ai lavoratori salari attraenti, bonus, buoni pasto e alloggio assicurato. Un simile progetto esiste anche per i lavoratori romeni in Spagna, paese che, assieme all’Italia, ospita il maggiore numero di romeni.

La Romania sta cercando di risolvere il problema della carenza di forza-lavoro, “importando manodopera”, una variante sostenuta dai padronati, che ammoniscono che la scarsità di lavoratori nell’economia rumena metterà in pericolo l’utilizzo dei fondi strutturali e di coesione (che per questo paese costituiscono il 6% del bilancio comunitario), soprattutto quelli assegnati allo sviluppo dell’infrastruttura. Ma i sindacati sostengono che importare manodopera a basso costo dall’estero, soprattutto dai paesi extra-comunitari, avrà nel futuro un impatto negativo.

Il lavoro dei romeni sul mercato del lavoro in Italia e in altri paesi dell’Ue

Tra il 1992 e il 2005, la popolazione della Romania è calata di un milione, fino a 21,6 milioni di abitanti. Tendenza questa che si manterrà a medio e lungo termine, dato il basso tasso di natalità e l’emigrazione. Preoccupati per le incertezze della transizione, scoraggiati dal carovita, ottenuto il diritto alla libera circolazione e l’accesso sul mercato del lavoro comunitario, sempre più romeni vanno a cercare una vita più facile all’estero. Soltanto gli immigrati regolari sono circa 3 milioni, in maggioranza stabilitisi in Italia, Spagna, Gran Bretagna e Germania.

Molto spesso, i romeni emigrati, la maggior parte sotto i 40 anni, lasciano i figli in Romania con i nonni o altri parenti. Il principale motivo del progetto migratorio è quello economico. Stando ad una ricerca commissionata dall’UNICEF, ed effettuata da Gallup Romania nel 2007, a livello nazionale otto bambini su cento hanno almeno un genitore all’estero per motivi di lavoro (circa 350.000 bambini romeni, più della metà residenti nelle campagne).

Un rapporto elaborato da European Citizen Action Service rileva che l’emigrazione dalla Romania è cresciuta in modo significativo, a partire dal 1990, dopo che i romeni hanno potuto avere di nuovo un passaporto.

Si possono delineare tre periodi distinti di progetto migratorio, che coprono un intervallo di 17 anni. Nell’intervallo 1990-1995, quando il tasso dell’emigrazione a scopo di lavoro era stato del 3%, le principali destinazioni furono Israele, Turchia, Ungheria e Germania; dal 1996 fino al 2002 compreso, il tasso dell’emigrazione a scopo di lavoro si era raddoppiato. Favorite erano diventate Canada, Italia e Spagna. L’attenuamento dell’obbligo dei visti Schengen (luglio 2002) aveva portato successivamente ad un balzo spettacolare di questo tasso (28%), orientando i romeni soprattutto verso l’Italia e la Spagna.

Col passare del tempo cambiarono non solo le destinazioni, ma anche il profilo di coloro che emigravano. All’inizio prevalsero gli uomini di età compresa fra 18-59 anni, in genere diplomati, provenienti specialmente dalle campagne. Successivamente, cominciarono a partire per lavoro sempre più donne, anche dalle città, ed ora si è giunti nella situazione in cui il loro numero supera quello degli uomini. In Italia, in rapporto al numero totale di stranieri residenti, la Romania è al terzo posto, dopo Albania e Marocco. I romeni presenti nel nostro paese, sul totale stranieri residenti (con o senza permesso di soggiorno), rappresentano l’11,64% (quelli senza permesso di soggiorno sono il 18,59%). Per quanto riguarda, però, il numero delle donne straniere residenti (con o senza permesso di soggiorno), la Romania si trova al primo posto[11].

Per i paesi dell’UE si applica automaticamente il sistema comunitario di coordinamento dei regimi di sicurezza sociale per le persone che si spostano all’interno della comunità europea (ved: regolamenti 1408/71 e 574/72). Pertanto i contributi versati non dovrebbero essere perduti e si dovrebbe mantenere la copertura del sistema di sicurezza sociale dello Stato membro in cui si svolge l’attività lavorativa. Tuttavia, l’eurodeputata romena Monica Iacob-Ridzi, nominata di recente relatore per il “Piano di Azione Mobilità” sul mercato europeo del lavoro, per il periodo 2007-2010, ha affermato che si batterà non solo per la rimozione delle barriere in alcuni paesi membri dell’UE, ma anche per l’effettivo riconoscimento dei diritti sociali e pensionistici. Molti romeni, che lavorano negli Stati dell’UE, secondo l’eurodeputata, incontrano difficoltà nel campo della previdenza sociale. Ad alcuni non sono, infatti, riconosciuti il diritto di pensione o il pagamento dei contributi già versati allo Stato, e neanche l’equipollenza delle qualifiche professionali conseguite in patria. La soluzione di questi problemi è tanto più importante per la Romania, dal momento che i lavoratori romeni si confrontano con le moratorie di ben 12 paesi comunitari.

Milano, 20 maggio 2008



[1] Per saperne di più vedi La grande distribuzione in Romania - Gennaio 2008, I.C.E. Bucarest.

[2] E’ cresciuto il potere d’acquisto dei romeni. Nel 2006 vi è stato un incremento del 22% del salario medio. Cfr: The Report Romania 2008 - Oxford Business Group.

[3] Per informazioni più dettagliate sul quadro macro-economico della Romania, rimando a: Romania, (a cura di) Ministero degli Affari Esteri e Istituto nazionale per il Commercio Estero. I semestre 2005.

[4] The Report, op. cit.

[5] L’aliquota unica del 16% è stata introdotta con l’insediamento del governo del premier Triceanu. Prima essa consisteva del 25% per quanto riguarda la tassazione sui profitti delle imprese e del 18-40% (tenuto conto delle fasce di reddito) per quanto riguarda, invece, quella sul reddito delle persone fisiche.

[6] Dal 1 luglio 2005 il nuovo Leu (RON) ha sostituito il vecchio Leu (ROL). Il tasso di cambio tra le due monete è: 1 nuovo Leu = 10.000 vecchi Lei.

[7] Ved: L’inflazione è ancora un rischio per l’economia romena, Nine O’Clock - Elab. Informest, 5/03/2007.

[8] I redditi complessivi della popolazione sono rappresentati per circa il 60% da redditi da lavoro dipendente, con uno stipendio medio, al netto dei contributi e delle tasse, intorno ai 350 euro mensili.

[9] Fonte: Ambasciata della Romania a Roma.

[11] Dati Istat - 1 gennaio 2007.


Autore: Cristina Carpinelli - Cespi




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