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Todorov: "Il senso della vita lo si trova in un libro"

24.05.2008 - Palermo

Tzvetan Todorov alle soglie dei settant'anni - è nato a Sofia nel 1939 - ha pubblicato un pamphlet, La letteratura in pericolo (in italiano uscito, in febbraio, come gli altri suoi testi per Garzanti), da cui il lettore superficiale può dedurre che effettui una specie di harakiri: lui, negli anni Sessanta studente «evaso» grazie a una borsa di studio dalla Bulgaria oltrecortina, importatore in Francia delle teorie dei formalisti russi degli anni Venti, Sklovskij e Propp, lì allievo di Roland Barthes e sodale di Genette, lui che, rimasto a Parigi oltre l'anno di durata del suo visto, come pochi avrebbe contribuito alla stagione dello strutturalismo e della semiotica, oggi scrive: «Nel cambio ci abbiamo davvero guadagnato?». Ci abbiamo guadagnato, cioè, spiega, a misurare la competenza letteraria degli studenti da quanto sanno delle «sei funzioni di Jakobson», di analessi e prolessi, anziché da quanto sono entrati dentro Il processo di Kafka e attorno, nel mondo che esso evoca e profetizza? Todorov, chioma bianca, fisico asciutto, viso aperto, è a Palermo dove oggi riceverà il premio Mondello. Domani sarà nel Salernitano per un incontro con il filosofo americano Charles Larmore e con Massimo D'Alema, per la tre giorni su religione e politica organizzata da Italianieuropei. È l'occasione per far spiegare a lui stesso cosa gli sta a cuore dire.

Ma, prima, gli facciamo notare un curioso corto circuito: nel pamphlet spiega come, da studente in Bulgaria, si fosse rifugiato nella lezione formalista per sfuggire all'ideologia sovietica; mentre da poco è uscita per Einaudi la riedizione del saggio I segni e la critica di Cesare Segre e qui, in una nuova introduzione, lo studioso italiano, da parte sua, spiega come la scoperta del formalismo e poi dello strutturalismo in Italia, negli stessi anni, fosse una boccata d'ossigeno dopo l'autarchia del ventennio fascista. Coincidenze editoriali...

Professor Todorov, definirebbe il suo saggio «La letteratura in pericolo» un'autocritica?

«È un riesame di un argomento che mi ha molto occupato nel passato. Ma non è una negazione del mio lavoro precedente. Ecco, definirei questo libro, piuttosto, "istruzioni per l'uso": l'analisi strutturale, a cui sono stato legato negli anni Sessanta e Settanta, può ancora essere difesa e, perché no, anche lodata, purché essa venga assoggettata a un obiettivo ultimo, cioè la rivelazione del senso dell'opera che analizza. In Francia spesso, soprattutto nell'insegnamento scolastico, ci si accontenta di insegnare un vocabolario tecnico astratto. Il metodo si sostituisce al soggetto che dovrebbe spiegare: questa perversione è il mio obiettivo polemico. Oggi io direi benvenuto a ogni metodo di lettura, storico, strutturale, psicanalitico, purché esso ci aiuti a capire meglio i testi».

La scuola, appunto. Lei descrive la catena attraverso cui, in Francia - ma anche da noi - travasandosi dall'università alle aule scolastiche, un uso miope di alcuni metodi critici ha creato generazioni di lettori più abili nel decostruire un romanzo o una poesia che nell'assaporarne il senso. E, di conseguenza, generazioni di scrittori più «narratologi» che romanzieri o poeti, tecnicamente ferrati ma allergici alla realtà. Un insegnante di letteratura come dovrebbe, invece, porgersi a bambini e ragazzi?

«Primo, insistere su quest'idea: quest'opera come parla a noi giovani, in che modo migliora la nostra comprensione della vita? La letteratura ci dice qualcosa di essenziale su noi esseri umani. Non è un gioco alchemico di metafore e metonimie. Se capiranno cosa insegna, gli allievi si interesseranno di più a essa. Perché i Greci andavano ad assistere alle tragedie? Non per deliziarsi di esercizi letterali ma per capire meglio il proprio destino sulla Terra».

I «Tre moschettieri» o «Harry Potter», scrive, sono testi guardati con condiscendenza dalla critica. Ma possono essere un primo cibo per creare futuri lettori. Daniel Pennac è, come la Rowlings, un autore popolarissimo in Francia e in Italia. Cosa pensa del suo libro «Come un romanzo»?

«Ho per lui una grande simpatia, trovo molto sani i suoi “Diritti del lettore”. Aiutano a vincere timidezza e timore dei più giovani. Per arrivare a leggere roba migliore bisogna leggere, leggere, anche robaccia».

Formalismo, nichilismo e solipsismo: sono i tre «ismi» attraverso cui oggi, osserva, gli scrittori francesi bypassano il rapporto con la realtà. In particolare, quanto all'ultimo, individua una corrente che definisce «autofiction»: lo scrittore sceglie se stesso come unico oggetto di romanzo. Non è difficile trovarne i corrispettivi da noi. Il nichilista che ha in mente è, per esempio, Houellebecq?

«Non do voti. Darli, spetta ai premi letterari... Da critico, scrivo per i lettori, non per gli scrittori. Uno scrittore vero lavora spinto da una necessità interiore, non perché io gli suggerisco come farlo. Al lettore, invece, posso spiegare che un romanzo può avere orizzonti più ampi di quelli che, in maggioranza, gli vengono proposti oggi. E che può occuparsi di ciò di cui non si occupano i tre "ismi". I quali si appassionano al libro anziché all'umano e trattano il libro come una materia da perfezionare, oppure decidono che l'unica materia che esso possa toccare sia l'autore stesso. O ancora rappresentano un mondo che affonda nella disperazione ma rispetto al quale l'autore è estraneo. Tutto questo restringe il campo. Diciamo un'ultima cosa: in un paese in guerra non si rischia di cadere, scrivendo, nel formalismo o nel solipsismo o nel nichilismo, perché è il mondo stesso che preme e fabbrica disastri e disperazione».

Da quale angolo del pianeta, da lettore, riceve al momento più stimoli?

«L'ultimo romanzo che ho letto è “La terre des oublis” della vietnamita Duong Thuhuong (in italiano verrà tradotto da Garzanti, ndr). Racconta la storia molto semplice di una donna che, dopo la fine della guerra con gli Stati Uniti, negli anni Ottanta, al ritorno dei reduci, è divisa tra due uomini. È un libro molto elaborato sul piano formale ma mi ha colpito perché cela qualcosa di molto necessario: io, che oggi vivo a Parigi, posso riconoscermi in una storia ambientata laggiù vent'anni fa. Ecco la forza della letteratura».

La malattia della narrativa di questa nostra parte di mondo è la stessa che contagia altri campi, poniamo la medicina, è la «techné»? Ci sono scrittori, sulle due sponde dell'Atlantico, accomunati da un trionfo dell'abilità, Paul Auster e l'ultimo lan McEwan, con certi montaggi delle attrazioni: «lettore ti stupisco, guarda che fuoco d'artificio»...

«Non credo che ci siano paralleli così immediati tra la società e i suoi artisti. Anche nell'Ottocento c'erano scrittori che facevano i fuochi d'artificio. E altri che operavano in tutt'altro modo. Russell Banks e Paul Auster sono vicini per età, per convinzioni politiche, perfino per abitazione, ma scrivono diversamente. Oggi non c'è un'estetica dominante. Individuo i tre "ismi" per far capire che, in giro, c'è anche altro».

«Lo spirito dell'illuminismo» era il titolo del suo saggio uscito da noi l'anno scorso. Dove sosteneva che l'Europa dovrebbe individuare le sue radici nei Lumi, appunto, anziché nel Cristianesimo. Illuminismo, cioè cosmopolitismo. Ma l'Europa oggi sembra piuttosto cementata - Italia in testa - dalla xenofobia. Qual è il suo sentimento?

«Ho parlato di radici illuministe dell'Europa perché l'Unione Europea è una realtà pluralista: non ha l'obiettivo di creare un solo popolo ma di far convivere i suoi ventisette paesi. Gli italiani non scompaiono, l'estone non diventa qui la lingua ufficiale. È appunto nell'epoca dei Lumi che si è cominciato a valorizzare i pluralismi. Prima c'erano stati dei tentativi di unificare l'Europa, ma in un solo segno, quello romano o cristiano, e poi ce ne sarebbero stati altri, nel segno militare di Napoleone come di Hitler. Il pluralismo ci viene da Montesquieu e da Hume, invece, è dal 700 che sappiamo che "la divisione fa la forza". La xenofobia è sempre esistita. I nostri nonni lo erano. È una caratteristica disdicevole della nostra specie che risale ai tempi delle caverne, quando il vicino ci veniva a rubare la coscia di capriolo che tenevamo per cena. È questa la paura dell'Altro. Da questa mentalità da cavernicoli sarebbe ora di uscire».


Autore: Maria Serena Palieri
Fonte: L'Unità




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