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Bulgaria, diga nel caos balcanico

16.05.1999 - Sofia

L’esodo forzato dei profughi minaccia un modello di convivenza strappato alla storia Ferma la flotta sul Danubio Le difficoltà economiche accentuate dalla guerra e dalle mafie L’adesione all’Alleanza atlantica e all’Ue sembra sfumare tra i fuochi della crisi regionale

Il grande edificio bianco all'estremo limite del parco - un tempio tozzo e quadrato, in perfetto stile sovietico - é il mausoleo dove il corpo di Georgi Dimitrov fu solennemente deposto dopo la morte, nel luglio 1949. Dimitrov non fu soltanto il creatore della Bulgaria comunista. Fu anche una delle maggiori personalità del comunismo internazionale. Processato a Lipsia nel 1933 per l’incendio del Reichstag, trasformò il suo processo in una brillante requisitoria contro il nazismo. Espulso dai tedeschi in Unione Sovietica divenne il "numero uno" del Komintern e fu quindi il boss di Togliatti negli anni in cui Ercoli rappresentava gli interessi dell'Urss nella guerra civile spagnola. Portato a Sofia sugli scudi dell'Armata Rossa, fece della Bulgaria, in pochi anni, il più sovietico e moscovita degli Stati balcanici.

Ma nel 1990, dopo la caduta del muro e il crollo del regime, i comunisti, ribattezzati "socialisti", preferirono togliere di mezzo quel corpo ingombrante e lo trasportarono di notte in uno dei cimiteri della città . Oggi questa scatola bianca ha due funzioni. La facciata verso il vecchio palazzo reale sostiene una scaffalatura per concerti rock e spettacoli folkloristici. La facciata verso il parco é una splendida tavolozza per i graffiti politici della gioventù di Sofia. Il tema preferito, da qualche giorno, é la guerra del Kosovo.

Una mano pacifista o antiamericana ha scritto "Nato = morte" in inglese e in bulgaro. A pochi metri di distanza, nel parco, gli ex comunisti (una sessantina di deputati sui 240 di cui si compone la Camera) hanno montato un piccolo accampamento contro la guerra: tre tende, un tavolino per la raccolta delle firme, qualche manifesto e una beffarda parodia della bandiera americana in cui le stelle sono state sostituite dalle croci uncinate. Suppongo siano le stesse persone, una ventina, che ogni pomeriggio, verso le sei e mezzo, si riuniscono di fronte agli uffici dell'Ambasciata degli Stati Uniti e gridano "Yankee go home" fino all'ora di andare a tavola.

Questa é Sofia, non Atene, dove i manifestanti si contano in decina di migliaia e riflettono la posizione sostanzialmente neutralista del governo greco. Qui la retorica della fratellanza slava o ortodossa non sembra avere alcun credito. Conficcata fra serbi e bulgari, del resto, vi é stata per molto tempo la spina macedone. I bulgari la tolsero ai turchi nel 1912, ma dovettero cederne una buona parte ai serbi nel 1913. Un anno dopo, quando scoppiò la Grande guerra, serbi e bulgari erano in campi opposti, i primi con gli Alleati occidentali e la Russia, i secondi con gli Imperi centrali. E nel 1941, quando Hitler e Mussolini si spartirono la Jugoslavia, la Bulgaria di re Boris riuscì a riprendere possesso della Macedonia.

Oggi il presidente della Repubblica, Petar Stojanov, e il governo democratico di Ivan Kostov vogliono che il loro Paese aderisca il più rapidamente possibile alla Nato e alla Unione europea. Non hanno nessun interesse quindi a soffiare sul fuoco del nazionalismo bulgaro, del patriottismo slavo o del pacifismo post - comunista. Quando il governo americano, un mese fa, ha chiesto alla Bulgaria l'uso del suo spazio aereo per i bombardamenti sulla Jugoslavia, il Parlamento lo ha concesso con 154 sì, 83 no e una astensione. Sulla facciata un pò scrostata del vecchio palazzo reale, di fronte al mausoleo di Dimitrov, in piazza principe Alexander Battenberg, qualcuno ha persino scritto "Forza Nato". Ho appreso così che "forza", grazie alle partite di calcio in eurovisione, é l'ultimo contributo della lingua italiana - dopo "espresso", "ciao", "pizza" e "mafia" - al lessico della lingua franca internazionale.

Eppure le cose sono meno semplici di quanto non sembrino a prima vista. Apparentemente tranquilla e diligentemente schierata su posizioni atlantiche, la Bulgaria, in realtà, é sull'orlo di una crisi di nervi. Per ragioni economiche, anzitutto. Il suo commercio estero, nel corso degli ultimi anni, si é progressivamente indirizzato verso l'Unione europea (dal 30,28 per cento del 1992 al 49,31 del 1998) e passava, prima della guerra, attraverso il territorio jugoslavo. Oggi, dopo lo scoppio del conflitto e la distruzione dei ponti sul Danubio a Novi Sad, deve passare in gran parte attraverso la Romania.

Ma il maggior valico di frontiera é un solo ponte sul Danubio, divenuto nelle scorse settimane un "collo di bottiglia". Ne soffrono l'industria dei trasporti, il turismo, il commercio delle primizie agricole e naturalmente gli investimenti occidentali nell'economia bulgara. Confrontate allo stesso periodo del 1998 le esportazioni, negli ultimi mesi, sono diminuite del 34,6 e le importazioni del 28 per cento, mentre una larga parte della flotta fluviale é immobilizzata nel Danubio, a nord dei ponti distrutti. Accanto a questa preoccupazione economica vi é un incubo politico, nascosto in un angolo della memoria nazionale.

Fra i Paesi balcanici la Bulgaria é quello che ha meglio appreso le lezioni della storia. Re Boris approfittò della spartizione jugoslava per riprendersi le terre perdute alla fine della Grande guerra, ma trattò Hitler al modo di quegli inglesi che pranzano col diavolo, se non possono farne a meno, servendosi di un lungo cucchiaio, e riescono così a restare il più lontano possibile dalla tavola. Mentre Boris riusciva a impedire che i bulgari andassero a combattere in Russia, un brillante avvocato di Sofia, Dimitar Pessev, allora vice presidente dell'Assemblea nazionale (la sua storia é stata raccontata da Gabriele Nissim in un libro uscito recentemente presso Mondadori), riusciva a impedire che i tedeschi si impadronissero degli ebrei bulgari (48.000, prevalentemente di origine spagnola).

Oggi la Bulgaria é un modello di convivenza etnica. I suoi turchi (circa 700.000 su una popolazione di 8 milioni e 240 mila abitanti) e i suoi zingari (circa 600 mila) godono di tutti i diritti civili e religiosi. Il custode della moschea, nel centro turco di Sofia, mi rivolge la parola in francese. Il vecchio custode della sinagoga - un edificio in stile eclettico, affrescato con decorazioni sgargianti e costruito alla fine del secolo scorso - parla tedesco, russo e soprattutto spagnolo. Mi torna alla mente, mentre mi accompagna attraverso i restauri del tempio e mi parla degli "judios" del suo Paese, il libro autobiografico in cui Elias Canetti, ebreo di origine bulgara e di lingua tedesca, rievoca lo spagnolo ebreizzato che si parlava in famiglia durante gli anni della sua adolescenza. Vi fu un momento, per la verità, in cui la Bulgaria corse il rischio di cadere, come altri Paesi balcanici, nel buco nero degli scontri etnico - religiosi.

Accadde nella seconda metà degli anni Ottanta quando il governo comunista di Todor Zhivkov cercò di sfruttare la carta nazionalista per rinverdire la propria immagine declinante e pretese che i turchi slavizzassero i loro nomi. Ma i democratici, dopo la caduta del regime, rinunciarono rapidamente a qualsiasi velleità sciovinista. Non basta. Quando la Jugoslavia di Tito si smembrò, nel 1991, la Bulgaria non esitò a riconoscere l'indipendenza della Macedonia. Mentre la Grecia, con una puntigliosa guerra economica, cercava impedire ai macedoni l'uso di un nome "che le appartiene", la Bulgaria tagliava, con la firma del suo primo presidente democratico, Zhelju Zhelev, le radici del nazionalismo "gran bulgaro".

Persino l'Organizzazione rivoluzionaria macedone dell'interno (un movimento irredentista che aveva seminato bombe fra le due guerre e commissionato l'assassinio di re Alessandro di Jugoslavia a Marsiglia nel 1934) finì per inghiottire il rospo e accettare il fatto compiuto. Oggi la crisi del Kosovo rischia di rimettere in discussione i saggi equilibri dello Stato bulgaro. I rischi maggiori vengono ancora una volta dalla Macedonia, vecchia polveriera balcanica.

A Sofia, negli scorsi giorni, il Centro per le strategie liberali, diretto da Ivan Krastev, e la Fondazione per una Bulgaria libera e democratica di Dimi Panitza hanno organizzato una conferenza sui "Balcani nel 2010" a cui hanno partecipato studiosi e uomini politici bulgari, greci, serbi, kosovari, albanesi, turchi, tedeschi, francesi e italiani. Il tema era la ricerca di una strada verso la stabilità politica e la prosperità economica della penisola.

Ma uno studioso macedone, Sasho Ordanovski, ha detto bruscamente che a lui il 2010 interessa poco. Gli interessa molto di più ciò che accadrà il 10 giugno di quest'anno quando il caldo torrido e afoso dell'estate continentale provocherà le proteste e, forse, l'insurrezione dei rifugiati kosovari. Ve ne sono 238 mila, ammassati nei campi in condizioni di fortuna, a cui occorre aggiungere i 30 mila che hanno trovato ospitalità presso i cittadini albanesi della repubblica.

Che cosa accadrà se daranno l'assalto ai posti di polizia e se i poliziotti cercheranno di reprimere la protesta? La Macedonia, ha ricordato Ordanovski, é un mosaico di etnie (macedoni, albanesi, serbi), delicatamente appoggiate l'una all'altra come in un castello di carte. Sopravvivrà lo Stato macedone alla guerra del Kosovo se qualcuno, di qui al "10 giugno", non sarà riuscito ad alleggerire il peso dei rifugiati sulle spalle del governo di Skopje?

La domanda concerne anche la Bulgaria, oggi preoccupata dalla possibilità che la disintegrazione della Macedonia e l'indipendenza del Kosovo, rimettano in discussione i confini della regione. Sulla tavolozza bianca del mausoleo di Dimitrov sono apparse in questi giorni le sigle cirilliche di quella "Organizzazione rivoluzionaria macedone dell'Interno" che si batteva con le bombe, fra le due guerre, per l'Anschluss fra la Bulgaria e la Macedonia. La crisi della piccola repubblica, travolta dai rifugiati kosovari, rischia di suscitare vecchi fantasmi e vecchi appetiti. Tutti gli Stati della regione - ma particolarmente la Bulgaria e la Romania - ne sono consapevoli.

Debbono appoggiare la Nato ed accettarne le richieste perché aspirano a far parte dei due maggiori club dell'Occidente prospero e democratico. Ma desiderano ardentemente che questa faccenda finisca il più presto possibile. Molti, in Bulgaria e altrove, invocano un corpo di spedizione alleato in Kosovo nella speranza di evitare così il micidiale gioco delle annessioni, scissioni, spartizioni. Meglio un altro protettorato della Nato in mezzo ai Balcani - pensano - piuttosto che una ennesima e sanguinosa divisione delle spoglie. Ho cercato di spiegare che nessuno, tranne la Gran Bretagna, sembra disposto ad accettare che i suoi soldati muoiano per Pristina.

E mi sono accorto che stavo procurando ai miei interlocutori un forte dispiacere. Vi é un' altra speranza, condivisa da quasi tutti i paesi della regione: che Nato e Unione europea aprano le loro porte, il più rapidamente possibile, ai Paesi candidati. Alla Nato chiedono di essere difesi, non tanto da un nemico esterno quanto da se stessi, dalle proprie tentazioni e dai propri fantasmi. Alla Unione europea chiedono di essere presi per mano e condotti verso la terra promessa della buona economia e della buona amministrazione.

Dopo avere gravitato per lungo tempo intorno ai grandi imperi della storia europea - ottomano, austro - ungarico, russo, tedesco, sovietico - i paesi della regione hanno bisogno di un' autorità superiore che li costringa a convivere e a progredire civilmente. Ma l'argomento invocato - i rischi politici e i danni economici della guerra - si ritorce purtroppo contro la loro domanda di adesione. Può la Nato accogliere subito Paesi che rischiano di portare con sè, all'interno dell'Alleanza, una micidiale dote di contenziosi etnici e nazionalismi frustrati?

Può l'Unione europea accogliere Paesi in cui la guerra ha bruscamente interrotto gli sforzi di risanamento economico e finanziario iniziati negli scorsi anni? Spiace dirlo, ma l'adesione alle due maggiori organizzazioni internazionali é più lontana oggi, per i Paesi balcanici, di quanto fosse alla vigilia del conflitto. Resta il "piano Marshall", formula incantatoria a cui gli uomini politici occidentali ricorrono quando non sanno che cosa dire ai loro sventurati cugini balcanici. I cugini tuttavia conoscono se stessi e sanno che il denaro, in questa regione, rischia di alimentare il circuito dell'economia grigia, là dove la strada degli affari incrocia quella dei traffici illeciti e della criminalità organizzata.

Alla conferenza di Sofia sui Balcani uno studioso polacco di Washington, Janusz Bugajski, ha ricordato ciò che tutti da queste parti sanno perfettamente: "I legami fra le elite corrotte e il crimine organizzato esistono in tutta l'Europa orientale. Dopo il crollo dei sistemi centralizzati, gli apparatciki comunisti si sono precipitati sulle risorse dello Stato per riempirsi le tasche. Si sono atteggiati a "uomini affari" e hanno sottratto ai loro Paesi le scarse risorse di cui disponevano". Occorrerà fare attenzione, quindi, al modo in cui il denaro verrà usato e distribuito, o correremo il rischio di dare un colpo acceleratore alla peggiore economia balcanica: piramidi finanziarie, traffico di droga e di esseri umani, contrabbando d' armi, affari fantasiosi e truffaldini. "Aiutateci, ha detto uno dei conferenzieri con malinconico scetticismo, ma non date denaro ai nostri governi".


Autore: Sergio Romano
Fonte: Corriere della Sera




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