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Lubiana: 35mila in corteo contro l’Europa monetaria che si ่ mangiata i salari

06.04.2008 - Lubiana

«Romania, Europa». I più agguerriti tra i 35 mila che ieri hanno percorso i tre chilometri della Slovenska Cesta ci sono sicuramente i sindacalisti del Bns rumeno. Bandiere e palloncini blu a grappoli, hanno urlato slogan e cantato per tutta la durata del corteo. I paesi dell’Est sono sicuramente i più penalizzati dall’Europa monetaria. Nonostante tutto, però, ci credono e chiedono a gran voce «unità, unità». Dusa Semolic, presidente del sindacato sloveno, che ha parlato nel corso del comizio finale: «Abbiamo una crescita alta, una alta produtività. E i profitti crescono. Ma i salari vengono mangiati dall’inflazione accesa dall’introduzione dell’euro». E dire che la Slovenia ha pure un rigoroso sistema di controllo del cambio dal tallero all’euro. Lo stipendio medio oscilla tra i 500 e gli 800 euro.

Un professore universitario con 15 anni di carriera arriva ai 1.300 euro. A marzo qui c’è stato uno sciopero generale. A novembre scorso, una manifestazione di non meno di settantamila persone. E’ dall’ala orientale del vecchio continente che sembra arrivare il grosso di questa avanguardia di lavoratori e lavoratrici europei stanchi di veder continuamente rimessa in fondo classifica la questione degli aumenti salariali. “Europe’s workers need a pay rise” c’è scritto sullo striscione di apertura, dietro il quale hanno sfilato i segretari della Ces e di una cinquantina di sigle europee, tra confederazioni e sindacati di categoria. Tra loro anche alcuni “non ammessi” come Serbi, Ucraini, Russi e Croati.

E’ il “popolo anti-Bolkestein” di Bruxelles e Strasburgo, allegro e colorato, che si ritrova dopo una lunga pausa e si scopre un po’ più “ad Est”. Tanti gli italiani, soprattutto dell’Flc, il sindacato della scuola e dell’università. Diversamente dalle stagione precedenti questa volta il sindacato europeo, la Ces, sembra avere le idee un po’ più chiare, per lo meno sui contenuti. Riconosce addirittura il fallimento della concertazione o, se volete, della politica dei redditi.

Ormai, scrive la Ces in un comunicato, è scientificamente dimostrato che la moderazione salariale non serve nemmeno più a creare nuovi posti di lavoro. Insomma, al disastro sociale dei lavoratori poveri si va sommando quello dei disoccupati a vita. Nel manifesto dell’iniziativa al posto della foto rituale c’è un grafico molto semplice che illustra l’andamento dei salari e dei profitti dal 1995 al 2007. Sono due curve che iniziano la loro corsa una dal basso, i profitti, e una dall’alto, i salari, si incrociano pressappoco nel 2000 e mentre la prima rovina verso il basso la seconda si impenna. Da notare, i salari si abbassano con maggiore velocità di quanto non si incrementino i profitti.

Tra le richieste del sindacato europeo, figura, oltre all’aumento della busta paga anche il salario minimo e la fine delle differenze tra la busta paga maschile e quella femminile, un contratto collettivo più forte e la fine del dumping sociale. Non c’è più spazio per altre manovre monetarie. Le economie dell’Est e dell’Ovest non possono più subire altri stress. Ora l’Europa deve toranre a crescere.

«E deve farlo – sottolinea Walter Cerfeda – a partire dal mercato interno, da quel settantacinque per cento che concorre a fare il suo prodotto interno lorodo». John Monks nel suo discorso a chiusura della manifestazione ura parole molto chiare. «Il Casino Capitalismo sta mettendo in ginocchio le economie dell’Europa ». «Non possiamo stare più in standby ed assistere impotenti all’arricchimento dei più ricchi e all’impoverimento dei più poveri». Nicola Nicolosi, rappresentante della Cgil presso il segretariato europeo, mette l’accento sull’urgenza della redistribuzione. «La domanda interna può tornare a crescere solo se si redistribuisce la ricchezza».

Più che l’Europa dei salariati serve in questo momento l’Europa del salario. Di mira, ovviamente c’è la Banca centrale europea e i ministri finanziari che ad essa si ispirano, ieri riuniti a Lubiana in occasione dell’Ecofin. «E’ da venti anni che i salari non accendono l’inflazione e stanno costantemente sotto la produttività», aggiunge Cerfeda. La Ces chiede “freedom”, ovvero che le istituzioni almeno non continuino a frenare le politiche rivendicative. La guerra della Ces sulo salario venne aperta nel corso del congresso, celebrato a Siviglia un anno fa. Si parlò di “sindacato all’attacco”.

Quel percorso sembra essere iniziato davvero qui a Lubiana. «Questa piattaforma – sottolinea il parlamentare della Gue-Ngl, Roberto Musacchio - da sola fa capire che c’è una ripresa dell’autonomiadi classe in Europa. Una autonomia che parte dal lavoro come chiave del futuro del vecchio continente». Gli fa eco Graziella Mascia. «O il percorso politico passa da qui oppure l’Europa pian piano si scioglierà come neve al sole». Fulvio Fammoni dal palco a nome di Cgil, Cisl e Uil: «Le politiche della Commissione europea – ha detto – devono essere cambiate e la mobilitazione del sindacato europeo deve proseguire».


Autore: Fabio Sebastiani
Fonte: Liberazione




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