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Bergamo Film Meeting 26: "The Mosquito Problem and Other Stories" di Andrey Paounov

15.03.2008

Paunov sa essere poeta e comico portandoci tra i cittadini di Belene, Bulgaria, che guardano alla centrale atomica innocenti, fiduciosi e a volte bestiali come gli abitanti di Springfield, con uno sguardo che muta improvvisamente dall'affettuoso, e folle, a uno strappo dolorante nella ferita del filmino di famiglia, mentre una signora affaticata chiama il suo gatto con un fischio ossessivo, piange sulla tomba di una madre di cui conserva le foto diciannovenne, con le sopracciglia arroganti e la divisa da kapò di regime comunista. I bambini intanto si tuffano nell'insetticida in un valzer viennese, guidati da un capitano di mare... La sorpresa della nuova sezione "Visti da Vicino"

Ci troviamo in una guerra bulgara di zanzare mutanti grosse come passeri, villaggio-isola sul Danubio che diventa cittadina, con il suo prete italiano che brandisce un flacone di RAID insetticida come la spada a due lame della Bibbia contro il peccato, la sua rassegna di metodi artigianali per debellare i malefici insetti di un altro pianeta (ventilatori, aspirapolveri lanciati verso il soffitto, fuochi temporanei nelle stalle) con la sua scuola di valzer viennese, il suo gruppo di cacciatori di cinghiale, la sua scuola di tecnici maldestri, piccole cheerleader pasticcione che sorridono dietro gli zigomi dell’est, il suo uomo-archivio che colleziona foto dei freaks e degli eroi della storia cittadina; molteplici figure comiche e dolci che si esprimono imperturbabili di fronte a un occhio che non li costringe a diventare folklore: un accordatore di pianoforti adorabile che suggella ogni spaccato di vita quotidiana con una sua composizione o con un brano di Chopin (“lo ammiro perché era un libero pensatore”), il bibliotecario del carcere che elenca orgogliosamente i tomi di storia e letteratura ma poi ammette “devo dire che i detenuti leggono volentieri soprattutto letteratura criminale” – e cos’altro, nella mappa dei servizi?

La sua base NATO, la sua centrale nucleare più volte abortita e sede di tutte le speranze della cittadina che vuole celebrità, le sue ombre ammutolite di deportati politici del campo di concentramento di regime comunista, tra ‘40 e ‘50, che affiorano sulle pareti di case e bar allegramente innocenti, decorate da poster di stelline e bibite di benessere che viene da paesi pop, e in quella che sembra solo una grande masseria ed è una prigione dove un omicida accarezza il suo maiale preferito e ci si tiene in forma con pesi arrugginiti da mille piogge.

È una guerra condotta contro gli insetti, che divorano gli abitanti di Belene sulle le rive del fiume tutti i giorni, una battaglia nata con Belene stessa, paragonata dall’ingegnere geologico del posto ai sanguinari conflitti tra generi e suocere… mentre si osserva la bizzarria dei turisti da crociera che passano sul fiume mummificati, e si lotta con apparecchi di un’altra era, che sembrano sottomarini, e moderna chimica sterminatrice, nuvole bianche di veleno lanciate da un vecchio sorridente che assomiglia a un capitano di mare attraverso viali e palazzi, come nel finale di magnifico cinema dal sapore di un’altra era in cui, sul valzer di Shostakovich, viene rincorso da un gruppo di bambini in bicicletta che si tuffano nel veleno come in un’enorme nube di panna montata.

È una guerra con il proprio passato, e la speranza di un futuro atomico foriero di lavoro e di novità, che fa ridere e tremare, ma per evitare ogni fraintendimento, non si immagini il cinema balcanico, o almeno quello che ne è diventato negli anni l’ ambasciatore noto, Kusturica; la compostezza, l’ironia e la profondità di questo documentario fanno pensare molto di più a Takeshi Kitano, come nelle riprese dei tre sommozzatori, che tra orgogliosi e imbarazzati si consultano sulla loro piccola rappresentazione del loro desiderio adrenalinico di “esperienze estreme”. Intanto la cameriera del caffè locale serve su un intero servizio di piatti e bicchieri con il logo della centrale atomica, i cui lavori sono stati iniziati e poi fermati, a cui i locali guardano innocenti e fiduciosi come gli abitanti gialli di Springfield, e l’ultimo dei cubani di Belene spera ancora di indossare la sua tuta di operaio, mentre canta e suona la chitarra tra i papaveri, con la struttura incompiuta alle sue spalle.

La comicità di alcuni momenti, nel rappresentare queste vite, è un po’ come quella dei Simpson: è terribilmente divertente ma presta il fianco a disegnare una natura umana un po’ bestiale, capace di crudeli, ingenue aspettative, e un sistema preoccupante. Paounov non cerca la poesia, se non quella che dilaga spontaneamente, e infatti ce la regala per tutti e 100 gli avvincenti minuti del film, ogni tanto spingendoci gentilmente e rispettosamente, senza giudicarla, a vivere nell’assurdità dei pensieri e dei gesti di una comunità che cresce sui rottami di un lager di morte, tenta di farne una riserva naturale contemporaneamente all’accettare di edificare un centro nucleare su terra sismica, si mette in posa nell’inquadratura come in una foto di classe, e conserva un sorriso tanto innocente che è impossibile non sorridere di rimando – un brivido nella gioia di un vecchio che si prepara la cioccolata e sfoggia il suo fucile di Stalingrado indossando la cartucciera come un modello, nell’abitudine malsana che si fa ogni giorno a tutte le cose – a tutto si abitua l’uomo – e che richiama rassegnazioni e accettazioni di ben altri orrori passati.

Siamo sempre sull’orlo di una fantascienza tutta umana, pronta a stringerti all’angolo per colpirti duramente e commuoverti; tra i cittadini di Belene una signora affaticata chiama il suo gatto con un fischio ossessivo, piange sulla tomba di una madre di cui conserva le foto diciannovenne, con le sopracciglia arroganti e la divisa da kapò: gli stralci delle interviste a Julia Ruzhgeva, sorvegliante del campo di morte, killer che per lei è sempre e solo la mamma, irrompono nel film come ritagli, e il documentario in cui abbiamo riso e sorriso volentieri, di cui abbiamo amato lo sguardo affettuoso e folle, ma sincero, muta in uno strappo doloroso, mentre diventa filmino amatoriale sul suo ultimo compleanno in famiglia, a cui poi sfuggirà con il suicidio, mangiata non più solo dalle zanzare e dalla vita ma anche dal Parkinson, addio, amore agghiacciante e spaventoso che include la follia, che ricorda tanto la figura della Madre in Tarnation di Jonathan Caouette.

Tutto questo, per chi scrive, l’assoluto protagonista – prima ancora che siano terminate tutte le proiezioni - di tutta la sezione Visti da Vicino, da uno sguardo originale e incredibilmente promettente di un cuoco/barista/giardiniere/proiezionista del ’74 il cui documentario precedente, Georgi and the butterflies, è stato presentato in più di cinquanta festival in tutto il mondo, e questo Mosquito problem, per una serie di fortunate circostanze, dopo grandi difficoltà per trovare finanziamenti, anche a Cannes 2007, e dal cui sguardo di talento e umiltà, posto che si deve raccontare il mondo duri, ma senza perdere la tenerezza, una trentenne milanese in vena di filmare pescatori e società avrebbe molto da imparare.

Il trailer del film


Autore: Margherita Palazzo
Fonte: Sentieri Selvaggi




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