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La Cina invade anche l'Europa neocomunitaria

05.03.2008

Romania e la Bulgaria intenzionate a porre il veto sulla libera circolazione dei prodotti cinesi. I prodotti cinesi stanno distruggendo l’economia manifatturiera di Bucarest e Sofia. I due paesi neo-comunitari hanno deciso di chiedere aiuto a Bruxelles, attendendo il protezionista Tremonti.

Bruxelles - La recente intenzione espressa dai maggiori paesi dell’Unione Europea, in testa la Germania e l’Italia, di liberalizzare l’importazione di prodotti manifatturieri finiti dalla Cina rischia di distruggere le economie dei nuovi membri recentemente entrati a far parte della grande famiglia di Bruxelles con in testa Romania e Bulgaria. Pur essendo ancora abbastanza conveniente per le industrie delle nazioni occidentali investire in riva al Danubio, specialmente in Romania dove gli industriali (in testa sono gli italiani) trovano manodopera qualificata a buon mercato, ciò non basta a fronteggiare l’espansionismo manifatturiero prepotente di Pechino.

I prodotti cinesi infatti costano ancora meno di quelli prodotti in Transilvania o nel distretto di Timisoara, a ragione chiamato dagli analisti economici l’ottava provincia del Veneto. Oggi la Romania esporta all’occidente merce per un valore di tre miliardi e quattrocento milioni di Euro, un terzo verso l’Italia, ed indubbiamente ciò rappresenta una voce molto importante per il bilancio statale di Bucarest. Per la maggior parte la merce esportata riguarda il comparto tessile, qui molto fiorente, cresciuto a dismisura dopo che tante imprese del Nord- Est italiano hanno delocalizzato la loro produzione.

Ora sono comparsi i primi prodotti “made in China” che hanno conquistato sia il mercato interno romeno che quello europeo, considerato il loro basso costo. Qualche fabbrica, tra le più obsolete, ha già serrato i propri cancelli e licenziato le maestranze, in gran parte donne, che già sono emigrate in Italia in cerca di fortuna, ricche solamente della propria disperazione e pronte a tutto pur di poter racimolare nella penisola quanto basta ad assicurare la sopravvivenza dei parenti rimasti in patria. Quello lanciato dal Primo ministro di Bucarest, e subito raccolto dal suo omologo bulgaro, Calin Popescu Tariceanu è un grido d’allarme senza precedenti: egli teme che l’economia manifatturiera del suo paese possa da un momento all’altro crollare sotto i terribili magli assestati dalla tigre cinese i cui prodotti ormai non troveranno più alcun ostacolo verso la conquista dei mercati europei. Ha quindi preannunciato il dissenso e l’intenzione di porre il veto nel caso in cui Bruxelles intendesse procedere verso la liberalizzazione selvaggia all’importazione di prodotti cinesi in Europa. Ovviamente hanno indicato nei governi tedeschi ed italiano, ancora guidato da Romano Prodi, due avversari da blandire a cui far comprendere che qualora l’industria manifatturiera tessile dovesse in Romania chiudere i battenti, i loro paesi sarebbero invasi da torme di ex operai disperati, pronti a tutto pur di sopravvivere, che si calcolano prudenzialmente in cinque milioni. Sarebbe una catastrofe sociale per l’Europa intera.

Per questo Bucarest e Sofia chiedono maggior rigore nei confronti delle economie rampanti dei paesi asiatici, non escludendo la possibilità di reintrodurre dazi severi. In questo Tariceanu ha in Italia un alleato fortissimo in Giulio Tremonti che spera dopo il voto d’Aprile possa ricoprire un incarico governativo importante a Roma. È per questo motivo che sia il premier romeno che il presidente Basescu ieri alla televisione romena, pur essendo divisi su tutto, hanno di comune accordo espresso l’auspicio che un moderato possa tornare sulla tolda di comando italiana.


Autore: Sergio Bagnoli
Fonte: Il Legno Storto


Per approfondire: Notizie di Economia



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