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L’allargamento dell’Europa ai Paesi dell’Est

29.02.2008

Pubblichiamo un saggio di Cristina Carpinelli, ricercatrice del CESPI (Centro Studi Problemi Internazionali) di Milano, sull'allargamento dell'Unione Europea ai paesi dell'Est. Si ringrazia il sito resistenze.org per la gentile concessione.


L’allargamento:

L’Unione europea comprende attualmente 27 Stati membri. Dall’Europa a sei (con il Belgio, la Francia, la Germania, l’Italia, il Lussemburgo e i Paesi Bassi) sorta nel dopoguerra, 21 nuovi paesi hanno aderito all’Unione, e cioè: Danimarca, Irlanda e Regno Unito (1973); Grecia (1981); Spagna e Portogallo (1986); Austria, Finlandia e Svezia (1995); Cipro, Malta, Estonia, Lettonia, Lituania, Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia[1], Slovenia, Bulgaria e Romania (2004-2007).

La Macedonia, la Croazia e la Turchia hanno lo status di paesi candidati[2]. I paesi dei Balcani occidentali attualmente impegnati nel processo di stabilizzazione e di associazione hanno lo status di candidati potenziali. Oltre alla Macedonia e alla Croazia, che sono già paesi candidati, si tratta di Albania, Bosnia Erzegovina, Montenegro e Serbia (compreso Kosovo) come definito dalla risoluzione n. 1244 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Le recenti elezioni in Serbia, che hanno visto l’affermazione del presidente uscente moderato ed europeista Boris Tadic sul candidato nazionalista del partito radicale serbo Tomislav Nikolic, confermano la strada scelta dalla Serbia in direzione dell’UE, tenendo comunque in dovuto conto che il successo di Tadic su Nikolic è una “vittoria di misura” (con il 50,6% di preferenze per Tadic contro il 47,7% di preferenze per l’avversario Nikolic)[3], e che la recente dichiarazione d’indipendenza del Kosovo modifica il quadro dei rapporti tra UE e Serbia, dato che il neo-eletto presidente ha affermato che non intende rinunciare all’integrità territoriale della Serbia.

I cittadini, che fanno parte dell’Unione europea sono a tutt’oggi 450 milioni, di cui 75 milioni sono costituiti dagli ultimi ingressi (2004-2007). Un’entità maggiore se comparata a quella degli Usa, che contano attualmente circa 303 milioni di abitanti.

La fase di pre-adesione:
Dalla contrapposizione tra UE e paesi aderenti al COMECON (Urss compresa) si perviene alla Dichiarazione di Lussemburgo (25 giugno 1988), che apre la strada alla prime relazioni diplomatiche formali tra UE e paesi del COMECON, presupposto della nascita dei primi Accordi detti di “prima generazione” di natura solo commerciale.

Dopo la caduta del muro di Berlino, questi Accordi sono stati sostituiti dagli Accordi commerciali e di cooperazione detti di “seconda generazione”. Scopo di questi ultimi non è soltanto quello di favorire le relazioni commerciali con i paesi dell’Europa centro-orientale (Peco), ma anche quello di aiutare questi paesi a trasformare le loro economie da pianificate (o di piano) ad economie di libero mercato. Noto è il “Programma di aiuto alla ricostruzione economica” (Phare - Poland and Hungary: Action for the restructuring of the economy), che è stato il principale strumento di aiuto a favore dei Peco. Avviato nel 1989 per sostenere la ricostruzione delle economie della Polonia e dell’Ungheria, è stato progressivamente esteso all’insieme dei paesi dell’Europa centrale e orientale. Nel 1994 questo programma è stato assorbito dentro gli Accordi Europei ed è diventato uno strumento fondamentale di preadesione. Da allora esso ha inteso sostenere principalmente i paesi candidati nel processo di adozione e di applicazione dell’“acquis” comunitario e prepararli alla gestione dei fondi strutturali. In questa prospettiva si era concentrato su tre priorità:

  • consolidamento delle strutture istituzionali e amministrative (“institutional building”);
  • passaggio da un sistema amministrativo di tipo burocratico-accentrato ad uno decentrato tipico della costruzione comunitaria[4];
  • finanziamento degli investimenti.

Dal 1994 le missioni di Phare sono state, quindi, adeguate alle priorità e alle esigenze di ciascun paese candidato. Il Phare è stato completato nel 2000 (con Agenda 2000) dal programma ISPA (Instrument for Structural Policies for pre-Accession) relativo all’ambiente e ai trasporti e dal programma SAPARD (Special Program of Pre-Accession for Agriculture and Rural Development) relativo al settore agricolo.

Gli Accordi commerciali e di cooperazione sono stati nel tempo sostituiti dagli Accordi di associazione, che erano composti da una parte commerciale (istituzione di zone di libero scambio tra la Comunità e i paesi associati) e da una parte giuridica (avvicinamento delle legislazioni), e che avevano come obiettivo finale l’ingresso di ognuno degli Stati associati nell’Unione Europa. Successivamente questi Accordi sono stati trasformati in Accordi di associazione rafforzati o Accordi europei, che a differenza dei primi avevano anche come obiettivo la creazione degli organi preposti a seguire l’attuazione dei Trattati di associazione per il raggiungimento dell’obiettivo finale: l’ingresso di ognuno degli Stati associati nell’Unione Europa. Ecco perché gli Accordi europei si possono definire veri e propri strumenti di preadesione. I Peco, che intendevano aderire all’UE, dovevano prima ancora aderire agli Accordi europei. In questi ultimi erano già poste le basi fondamentali per l’ingresso in Europa: a) liberalizzazione degli scambi (attraverso forme di unione doganale che consentissero la libera circolazione di beni, capitali, servizi e persone); b) forme di cooperazione economica e finanziaria finalizzate all’impiego di tutti gli strumenti funzionali alla ristrutturazione dei singoli paesi verso un’economia di mercato; c) sviluppo del dialogo politico mirato a far convergere le posizioni dei vari paesi nel campo della politica estera e della sicurezza comune europea.

Un ulteriore passo verso l’ampliamento si è realizzato con il Consiglio europeo di Copenaghen (21/22 giugno 1993), che ha definito i criteri imprescindibili che ogni Stato candidato all’adesione avrebbe dovuto soddisfare[5]:

  • il criterio politico: la presenza di istituzioni stabili tali da garantire la democrazia, lo stato di diritto, i diritti dell’uomo, il rispetto delle minoranze e la loro tutela;
  • il criterio economico: l’esistenza di un’economia di mercato affidabile e la capacità di far fronte alle forze del mercato e alla pressione concorrenziale all’interno dell’Unione;
  • il criterio dell’“acquis comunitario”[6]: l’attitudine necessaria per accettare gli obblighi derivanti dall’adesione e, segnatamente, gli obiettivi dell’unione politica, economica e monetaria. In sostanza, una piattaforma comune dei diritti e degli obblighi che vincolano l’insieme degli Stati membri nel contesto dell’Unione europea. Ciò ha significato per i Peco l’assunzione di una quantità enorme di atti legislativi da immettere nel proprio ordinamento giuridico per il recepimento dell’“acquis”.

Nello stesso anno (1993) è entrato in vigore il Trattato di Maastrich, che ha definito tempi, criteri e istituzioni per la creazione della moneta unica europea, e che ha introdotto i tre pilastri dell’Unione Europea:

  • la “Comunità Europea”, che riunisce tutti i trattati precedenti (CECA - Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, EURATOM - Comunità Europea dell’Energia Atomica e CEE - Comunità Economica Europea);
  • la Politica estera e di sicurezza comune (PESC), che comprende la Politica estera di sicurezza e difesa (PESD);
  • la Cooperazione nei settori della Giustizia e Affari interni (GAI)[7].

Forte impatto psicologico ha rappresentato l’introduzione della Cittadinanza dell’Unione Europea.
Tutto quanto detto ha preceduto la fase del vero e proprio negoziato tra l’UE e i Paesi candidati all’adesione avviatosi dal 1998 e conclusosi nel dicembre 2002 in occasione del Consiglio europeo di Copenaghen, durante il quale è stato stabilito che i Peco (compresi Malta e Cipro) sarebbero entrati nell’UE il 1 maggio 2004:

“(…) 3. Il Consiglio europeo svoltosi a Copenaghen nel 1993 ha avviato un processo ambizioso per superare l’eredità del conflitto e della divisione in Europa. La giornata odierna rappresenta una pietra miliare storica e senza precedenti del completamento di tale processo con la conclusione dei negoziati di adesione con Cipro, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Repubblica slovacca e Slovenia. L’Unione si rallegra ora di accogliere questi Stati quali membri a decorrere dal 1º maggio 2004. Questo risultato prova la determinazione comune dei popoli dell’Europa a confluire in un’Unione che è diventata la forza trainante per conseguire la pace, la democrazia, la stabilità e la prosperità nel nostro continente. In qualità di membri a pieno titolo di un’Unione fondata sulla solidarietà, questi Stati svolgeranno pienamente il loro ruolo nel dar forma all’ulteriore sviluppo del progetto europeo”[8].

Altre tappe importanti precedenti all’ingresso dei Peco e di Cipro e Malta nell’UE sono state: a) la firma nel febbraio 2003 del Trattato di Nizza (2001), con cui sono state individuate le modifiche necessarie per permettere alle istituzioni comunitarie di funzionare anche dopo l’ingresso di 12 nuove Nazioni (Peco, Cipro e Malta, Romania e Bulgaria); b) il referendum popolare d’approvazione del Trattato di adesione all’UE svoltosi nei paesi candidati tra marzo-settembre 2003[9]; c) la Convenzione europea del luglio 2003, che aveva il compito di proporre alla Conferenza intergovernativa (Cig)[10] del 2003-2004 le riforme necessarie per far funzionare l’UE dopo l’allargamento; d) la Conferenza intergovernativa dell’ottobre 2003 - giugno 2004, che ha ratificato i cambiamenti nella struttura istituzionale e giuridica dell’UE necessari per l’integrazione dei nuovi paesi candidati[11].

La fase dell’adesione:
Benché i dieci paesi (Peco, Cipro e Malta) avessero soddisfatto principalmente i criteri politici e non quelli economici si è arrivati alla scelta dell’accelerazione (del “big-bang”), cioè dell’ingresso simultaneo di quasi tutti i paesi candidati (esclusi Macedonia, Croazia e Turchia). Il 1 maggio 2004 i Peco, Malta e Cipro (greca) sono entrati in Europa.

Tra il 10 e il 13 giugno 2004, i 25 Paesi dell’UE hanno eletto i propri rappresentanti al Parlamento europeo. Il livello di astensionismo riscontrato nei nuovi Stati membri è stato elevato, sintomo di apatia e disaffezione accumulate negli anni della transizione. Non è poi così difficile individuarne le ragioni: la consapevolezza ormai ampia e vissuta di una situazione di disagio economico e sociale, d’incertezza sul futuro diffusa un po’ in tutti questi paesi; la convinzione che le politiche neoliberiste ovunque prevalenti ne sono responsabili. Infine una generale insofferenza rispetto alla mediocrità e all’arroganza del ceto politico che gestisce il potere alternandosi. Approfittando di questo appuntamento elettorale, gli abitanti dei Peco hanno espresso innanzi tutto un malcontento rispetto alle politiche dei governanti dei loro paesi, ma anche un certo euroscetticismo, dove sotto lo stesso termine si sono collocate forze diverse. Forze che intendevano difendere le prerogative nazionaliste (con forti accenti populisti e sciovinisti), e forze che dichiaravano il loro “no” nei confronti di un’Europa “thatcheriana”, considerata come una grande area di libero scambio controllata dalle multinazionali occidentali.

Certo, l’esito del referendum popolare d’approvazione del Trattato di adesione all’UE svoltosi in questi paesi tra marzo-settembre 2003 era andato complessivamente meglio. Aveva registrato una partecipazione al voto più alta. In Polonia, per il referendum votava il 58,5% dei cittadini, mentre per il parlamento europeo il 20,4%. In Slovacchia, la partecipazione al voto per il referendum era stata del 52,1% contro il 16,6% per il parlamento europeo. Riguardo all’ultimo esito elettorale, degli otto Peco solo la Lettonia aveva avuto una partecipazione sopra la media europea (48,2%), mentre la Slovacchia raggiungeva la percentuale più bassa (16,6% degli aventi diritto)[12]. Nell’insieme, la partecipazione al voto dei Peco era stata del 26,4% contro una media europea del 45,5%. Va anche detto che la media europea si era nel corso degli anni abbassata: la partecipazione al voto nel 1979 era stata del 63%, riducendosi al 45,5% nel 2004.

Oltre alla bassa partecipazione al voto delle europee, in alcuni di questi paesi si sono rafforzati partiti e movimenti decisamente “euroscettici”. Emblematico è il caso della Polonia, dove il Partito dell’autodifesa polacca e la Lega cattolica delle famiglie polacche hanno raccolto molti consensi. L’anno dopo, nell’ottobre 2005, alle elezioni presidenziali (seguite alle elezioni politiche del settembre 2005) è stato eletto Lech Kaczynski. Iniziava l’era degli euroscettici e germanofobi gemelli Kaczynski (Jaroslaw Kaczynski era eletto primo ministro della Polonia il 14 luglio 2006) durata circa 2 anni[13]. Tuttavia, la vittoria nell’ottobre 2007 di Donald Tusk, leader del principale partito di opposizione, Piattaforma Civica, vicino al Partito popolare europeo di cui fa parte anche la cancelliera tedesca Angela Merkel, ha aperto una stagione nuova e più promettente nei rapporti tra la Polonia e l’UE. Per ragioni opposte, significativo è anche il caso della Repubblica Ceca, dove alle elezioni europee del 2004 il partito comunista ha ottenuto il 20,3% dei consensi. La grave situazione interna, determinata anche dalle politiche sollecitate dal FMI e dalla Banca Mondiale e adottate dai governi che si sono susseguiti, hanno favorito il Partito comunista ceco che si era decisamente schierato contro la destra liberista e filo-occidentale. Le elezioni del 2006 hanno visto il ridimensionamento del partito comunista (12,8% - pur rimanendo il terzo partito) e il rafforzamento di un’esasperata campagna interna anti-comunista e sciovinista che già da tempo dilagava in molti Peco. Il governo socialdemocratico di Jiri Paroubek, accusato di malavita e corruzione, lasciava il posto alla destra, cioè a Mirek Topolanek, leader dei Democratici Civici.
I Peco si considerano cittadini europei di seconda classe, temono di perdere la loro sovranità nazionale (acquisita dopo anni di subalternità) e di diventare colonie economiche dell’Occidente. Molti di loro si sentono più atlantisti che europeisti. I paesi Baltici a suo tempo avevano aderito alla proposta ventilata da Bush di costruire un “fronte unico in funzione antirussa”. La Nato dell’Est si è sviluppata molto rapidamente. Dalla prima espansione del 1999 - Polonia, Cechia, Ungheria - che ha provocato la forte reazione della Russia, a quelle del marzo 2004 - Estonia, Lettonia, Lituania, che hanno sbarrato la frontiera baltica; Slovacchia, che completava la chiusura dell’Europa centrale; Slovenia e soprattutto Bulgaria e Romania, che sigillavano la frontiera occidentale del Mar Nero, estendendone il controllo Nato dalla Georgia al delta del Danubio.

Il 29 ottobre 2004 in una solenne cerimonia a Roma è stato firmato il Trattato costituzionale dell’Unione Europea (abbozzato nella Cig 2003-2004). Contestualmente veniva stabilito che entro due anni tutti gli Stati membri avrebbero dovuto pronunciarsi (in forma diretta - referendaria; indiretta - parlamentare). Il Trattato è stato firmato anche dai paesi candidati: Bulgaria, Romania e Turchia. Parte integrante del Trattato era la “Carta dei diritti fondamentali dell’UE”, sottoscritta da Parlamento, Consiglio e Commissione e proclamata a Nizza il 7 dicembre 2000, che definiva un gruppo di diritti e di libertà di eccezionale rilevanza da garantire a tutti i cittadini dell’Unione. A questo evento sono seguite alcune ratifiche da parte di vari Stati membri.

Il 29 maggio 2005 il referendum francese ha detto “no” alla Costituzione Europea (54,87% di “no” contro il 45,13% di “sì”, con un’affluenza alle urne molto alta: 70%). Un colpo decisamente basso per l’Europa, soprattutto se si pensa che la Francia è uno dei paesi fondatori della Comunità europea, aggravato anche dall’esito del referendum olandese (1 giugno 2005) che, con il 61,6% di “no”, bocciava la Costituzione Europea. Si demandava, tuttavia, alla Conferenza intergovernativa di elaborare entro due anni il Testo definitivo del Trattato costituzionale.

Il 19 ottobre 2007 il Consiglio europeo informale di Lisbona ha adottato il testo definitivo del Trattato costituzionale, rielaborato nell’ambito di una conferenza intergovernativa, e il 13 dicembre 2007 i capi di Stato e di governo dei 27 Stati membri dell’Unione europea hanno firmato il Trattato di Lisbona, che sostituiva il Trattato costituzionale dell’UE.

Il 17 dicembre 2005 è stato approvato il bilancio comunitario 2007-2013 (precedentemente bocciato in giugno), che assegnava l’1,045% del Pil alle spese europee. In quel bilancio, l’impegno di spesa previsto per i fondi strutturali era destinato per il 47% ai Paesi UE-15, mentre per il 53% ai nuovi Stati membri. Questa scelta (la stessa Merkel, il cui ruolo di mediazione aveva consentito l’approvazione del bilancio, rinunciava alle spese previste per i Länder tedeschi) ha sollevato reazioni negative nei paesi dell’Ovest, che non hanno accettato di buon grado la disparità di spesa fra paesi dell’UE prevista dal bilancio comunitario. Per quanto riguarda i tedeschi, il loro ricordo correva ai tempi della riunificazione tedesca, quando i trasferimenti e gli investimenti verso la Germania orientale furono finanziati attraverso l’espansione del debito, facendo salire ad un livello vertiginoso il debito pubblico totale, risanato in parte con l’aumento del prelievo fiscale alle imprese ma soprattutto con i tagli alla spesa sociale.

Per quanto riguarda l’adozione dell’euro da parte dei nuovi paesi, i primi che hanno previsto la sua adozione sono stati Slovenia, Estonia e Lituania. Dal 1 gennaio 2007 la Slovenia ha adottato l’euro. Non l’Estonia e la Lituania, a causa dell’eccessiva inflazione, ma che prevedono, insieme con la Lettonia, di adottarlo il 1 gennaio 2010. Dal 1 gennaio 2008 anche Cipro e Malta hanno adottato l’euro. La Slovacchia potrebbe adottare la moneta unica nel 2009, mentre la Polonia nel 2011. Per Ungheria, Repubblica Ceca, Bulgaria e Romania l’adozione è prevista nel 2012-2014.

L’ingresso di Romania e Bulgaria:
I due paesi figuravano nell’elenco dei paesi candidati stilato a Lussemburgo nel 1997. Tuttavia, mentre gli altri Stati dell’Europa centro-orientale hanno fatto passi avanti tali da portarli dentro l’UE, la Bulgaria e la Romania presentavano un cammino più lento e difficile, dovuto in particolare alla loro critica situazione interna. Le carenze maggiori si sono avute nei settori dello sviluppo agricolo, delle infrastrutture di trasporto e ambientali e nelle politiche occupazionali, nonché nella coesione economico-sociale e nello sviluppo istituzionale connesso all’applicazione dell’“acquis” europeo. In particolare, per la Romania i problemi maggiori hanno riguardato l’adeguamento giuridico ed economico agli standard europei, soprattutto in materia d’imposizione fiscale, giustizia e affari interni. Per la Bulgaria si era rivelata molto critica la situazione del sistema giudiziario. Per queste ragioni è stata rinforzata l’assistenza finanziaria, con circa un 40% in più di stanziamenti nel 2006, per i programmi Phare[14], Ispa e Sapard[15]. Come previsto dal Trattato di adesione all’UE, firmato il 25 aprile 2005, il 1 gennaio 2007 Bulgaria e Romania sono entrate in Europa.
Da qui in avanti, tra i Peco saranno compresi anche questi due paesi, pur appartenendo quest’ultimi all’Europa sud-orientale.

Alcuni dilemmi dell’Unione Europea a 27:
L’allargamento dell’Unione, tradotto in cifre, ha portato, rispetto all’Unione a 15, solo ad un aumento del 5% del PIL comunitario, a fronte di un incremento del 30% della popolazione. Questo perché i nuovi Paesi Membri (NMs) hanno un reddito pro capite medio corrispondente al 47% di quello dell’Unione a 15, cioè meno della metà. La Slovenia rappresenta un caso a sé stante, avendo un Pil pro-capite pari all’82% della media UE-25[16].

Non va dimenticato che nel corso degli anni novanta, questi paesi hanno adottato i c.d. piani di aggiustamento strutturale del FMI e della Banca mondiale, le cui politiche di liberalizzazione dei prezzi (terapie-shock) hanno prodotto tassi iperinflativi, cui si è posto rimedio con ricette di stabilizzazione economica e monetaria (demonetizzazione, aumento del prelievo fiscale alle imprese di Stato e delle tasse, tagli alla spesa sociale ecc.), che hanno pesantemente contratto il mercato interno. Si è, inoltre, proceduto alla chiusura delle imprese statali e alla privatizzazione di ampi settori economici, in un momento in cui anche il welfare state subiva un notevole ridimensionamento. Ancora oggi, in Polonia, a seguito della distruzione dell’industria statale e della privatizzazione dell’agricoltura, la disoccupazione è di circa il 15% (è il paese con il più alto tasso di disoccupazione in Europa). Nei Peco più di dieci milioni di posti di lavoro sono andati persi negli anni novanta.

Per quanto riguarda la Politica agricola comune (PAC), l’estensione delle sue provvidenze alle agricolture dei nuovi Stati membri ha provocato un notevolissimo aggravio per il bilancio complessivo dell’UE[17]. Si è affermata, inoltre, la tendenza ad andare verso una modifica degli equilibri quantitativi della spesa agricola. I pagamenti diretti agli agricoltori e alla gestione del mercato agricolo non sono più prioritari rispetto a quelli finalizzati allo sviluppo rurale e all’ammodernamento delle aziende del settore. Tuttavia, quest’inversione di tendenza è avvenuta in un momento in cui gli effetti dello smantellamento o della riconversione delle aziende agricole da statali a private sui livelli di vita degli agricoltori e, più in generale, della popolazione agricola sono ancora evidenti. Occorre, inoltre, che siano effettivamente applicate le restrizioni temporanee all’acquisto da parte di investitori stranieri di terreni agricoli nei Peco (es: sino al 2014 in Polonia), così come stabilito nei negoziati finali di Copenhagen del 13 dicembre 2002[18].
Con l’allargamento sono aumentate le disparità all’interno dell’Unione. La constatazione di queste disparità ha obbligato l’Europa a rafforzare il ruolo dei fondi strutturali europei[19] e, più in generale, delle politiche di coesione. L’UE ha, quindi, deciso di destinare quantità sempre più consistenti del proprio bilancio ai fondi strutturali. Il livello del PIL dei nuovi Paesi membri ha drasticamente abbassato il valore medio del PIL europeo eleggibile ai fondi strutturali. In questo modo, molti paesi (o regioni) occidentali, che prima ricevevano i fondi strutturali, con l’ingresso dei Peco ne sono rimasti esclusi. Infine, la quota di Pil da destinare ai fondi strutturali è cresciuta, poiché sono aumentati i paesi o le regioni da sovvenzionare, anche se minori sono le somme disponibili per ogni paese. Questa situazione ha avuto ripercussioni negative sui paesi dell’UE-15, che avevano già espresso delle preoccupazioni prima ancora che l’Unione si allargasse. Secondo le inchieste ufficiali dell’Euro-barometro dell’Unione europea, la metà dei belgi temeva un rialzo della disoccupazione ed un contributo finanziario più elevato del loro paese (dunque del contribuente) determinato dall’ampliamento europeo.

Per il momento i maggiori importatori di beni e servizi sono i Peco, bisognosi come sono di beni d’investimento e di servizi finanziari. Le loro industrie sono infatti più deboli e meno concorrenziali di quelle occidentali. Con il risultato che il debito attuale dei Peco verso le banche europee e americane si aggira intorno ai 165 miliardi di dollari e che la loro bilancia commerciale non è in attivo. Al contrario, la bilancia commerciale dei paesi occidentali con i Peco registra anno dopo anno delle eccedenze. In sostanza, non è l’Europa che finanzia i nuovi paesi membri, ma sono questi che finanziano i paesi ricchi europei. Molte imprese italiane, in particolare del nord-est, hanno investito nei nuovi paesi membri, spostando segmenti della propria attività produttiva in quelle aree. Lo scambio commerciale complessivo dell’Italia con questi paesi ha visto un livello d’esportazioni che nel 2001 ha raggiunto la cifra di 14.476,7 milioni di euro a fronte di 8.587,9 milioni di euro d’importazioni dalla stessa area. Dopo la Germania, l’Italia è il principale esportatore verso i Peco. Per le multinazionali occidentali ciò costituisce un segnale positivo poiché - dicono - contribuisce a creare imprese e nuovi posti di lavoro. In realtà, le pratiche di delocalizzazione (le imprese occidentali hanno in questi anni trasferito o tutto il loro impianto produttivo oppure segmenti della loro filiera produttiva nei nuovi paesi, sfruttando l’occasione data da costi del lavoro competitivi) e di “outsourcing” (le imprese occidentali hanno esternalizzato alcune fasi del processo produttivo, ricorrendo ad altre imprese e/o servizi per il loro svolgimento) adottate dalle multinazionali hanno teso a calmierare la pressione salariale nei paesi occidentali, poiché la merce-lavoro è stata posta su un piano di forte concorrenza, inducendo in quest’ultimi paesi un certo appiattimento al ribasso dei salari dei lavoratori dipendenti, che vedono il proprio lavoro sempre più precario e mal retribuito o addirittura trasferito altrove. Un sondaggio d’opinione dell’Istituto tedesco “Forsa” ha rivelato che più della metà della popolazione tedesca (52%) ha giudicato l’allargamento dell’Europa come un danno. Tre quarti hanno, inoltre, temuto di vedere spostate le opportunità di lavoro verso l’Europa dell’Est. L’allargamento dell’UE ha consentito alle multinazionali e alle grandi imprese l’aumento del commercio, maggiori possibilità d’investimento e di accumulazione del capitale, ma i benefici sull’economia interna dei paesi dell’Europa occidentale è stata assai modesta. In più, sono aumentati i costi che i cittadini di questi paesi (in quanto contribuenti) hanno dovuto sostenere per l’UE (es: PAC, fondi strutturali, mercato del lavoro ecc).

Interi settori delle imprese pubbliche industriali dei Peco sono stati acquistati dai concorrenti occidentali che li hanno chiusi o integrati nel loro gruppo. La banca francese Société Générale ha acquistato la più grande banca ceca, la Komerčni Banka, licenziando metà del personale (senza che gli 8mila dipendenti espulsi scioperassero un solo minuto). La Polonia ha venduto nel 2000, privatizzandola, la Telecom nazionale (Telekomunikacja Polska) alla France Telecom (2000) e nel 2004 la sua banca più grande (PKO BP) ha emesso il 30% delle azioni sul mercato. I maggiori investimenti diretti esteri (occidentali) si sono concentrati laddove è richiesta manodopera a bassa qualifica e a basso costo (per esempio nel settore dell’assemblaggio delle automobili, nell’edilizia, nei trasporti e agricoltura), e dove non ci sono troppi vincoli riguardo al rispetto della clausola sociale (questi sono i settori dove nei paesi dell’Ovest è, a sua volta, concentrata la massima forza-lavoro immigrata clandestina). La Slovacchia è il paese in cui si assembla il più grande numero di automobili per abitante al mondo. La DHL ha investito un progetto per 500 milioni di euro nella Repubblica Ceca. La Philips si è già installata in Ungheria, dove gli stipendi sono cinque volte più bassi che in Europa occidentale, e la Siemens ha previsto la delocalizzazione da cinque a diecimila posti di lavoro.

L’“outsourcing” è così distribuito: test e multimedia nella Repubblica Ceca, gestioni di supporto in Ungheria, consulting IT o integrazione di sistemi in Polonia. Per l’“outsourcing” di “processo di mestiere”: centri-chiamate (call-centers) nella Repubblica Ceca, in Ungheria e Polonia; gestione di stipendi e querele, e delle risorse umane in Polonia. Nei Peco più sviluppati le imprese occidentali concentrano compiti ed operazioni di alto livello (sviluppo applicativi di alto livello, outsourcing d’infocenters ecc.), potendo contare su una manodopera qualificata e potendo giustificare costi più elevati. In sostanza, si concentra in queste aree quella che nel gergo economico è definita l’“economia della conoscenza” (ricerca, sviluppo tecnologie avanzate ecc.). In quelli meno sviluppati (es: Bulgaria, Slovacchia, Romania), le multinazionali concentrano, invece, compiti compatibili con prestazioni e competenze low-cost. In sostanza, attuano una vera e propria capitalistica divisione naturale del lavoro. Per il momento, per le multinazionali occidentali è più attraente l’“outsourcing” nearshore, tenuto conto anche di una serie di indici: tasso d’Iva, tasse, stabilità economica e/o politica, eventuali sussidi locali, disponibilità di risorse umane, qualità dell’insegnamento, conoscenze linguistiche, affinità culturali ecc. Ma nel caso l’Est europeo dovesse diventare troppo caro per il lavoro non qualificato o di massa, allora l’“outsourcing” prenderà sicuramente una direzione offshore (ad esempio, verso l’Asia).

L’abbattimento delle frontiere ha avuto come conseguenza la diminuzione dei costi di commercio: l’omologazione degli standard tecnici e l’eliminazione dei tempi di attesa alle dogane hanno, infatti, avuto delle ricadute in termini di riduzione di costi e d’incentivazione all’aumento dei commerci. Tuttavia, l’asimmetria negli scambi commerciali tra UE-15 e Peco fa sì che le economie orientali siano dipendenti dalle multinazionali occidentali e siano imperniate su un commercio impari Est-Ovest. L’Europa dell’Est si è trasformata in questi ultimi anni in un vero e proprio paradiso fiscale per le multinazionali. La Repubblica Ceca ha ridotto la sua percentuale di tassazione dal 31 al 24%. La Slovacchia e la Polonia hanno introdotto una tariffa unica del 19% (in Belgio è del 34%). Nelle circostanze attuali, l’estensione dell’Europa non può svolgersi che a favore dei gruppi finanziari e delle multinazionali. Beninteso, qui si è posto soprattutto l’accento sulle multinazionali occidentali, ma negli anni della transizione (e in quelli post-transition) sono sorte anche nei Peco nuove multinazionali, che hanno preferito costruire le loro filiali in varie parti del mondo, con preferenza per l’Asia e l’India. Un’Europa socialmente coesa è possibile solamente bloccando la politica predatrice di tutti questi gruppi finanziari e multinazionali. In un avvenire immediato, la popolazione lavoratrice è ancora di fronte ad una sfida: bloccare il dumping sociale[20] con una lotta solidale sia all’Ovest che all’Est e la sottoscrizione di convenzioni collettive europee per il ripristino dei diritti dei lavoratori e affinché, ad esempio, le delocalizzazioni - alle condizioni attuali - non beneficino del sostegno dei vari Stati.
Nei Peco, si è registrata nel tempo una crescita tendenziale del Pil. Dopo un periodo di declino (anni 1992-1993), il Pil ha ripreso costantemente a crescere, pur con una fase di stallo dovuta alla crisi russa (1998-1999). Tuttavia, dentro i singoli Stati la forbice sociale ed economica è macroscopica. In Romania, la crescita è del 7% e lo stipendio medio è di 270 euro, mentre in Bulgaria, che ha uno sviluppo economico del 6,6%, lo stipendio medio è di 170 euro e il salario minimo ammonta a circa 160 leva (80 euro). Un insegnante bulgaro di scuola media superiore guadagna 150 euro al mese, ma un esperto informatico di un’azienda privata può arrivare a guadagnare anche dieci volte tanto. C’è chi guadagna migliaia di euro al mese, soprattutto se lavora in una multinazionale, e che può permettersi di vivere nelle “gated communities” (comunità recintate). Quest’ultime sono dei “parchi di massima sicurezza”, dove vanno a risiedere i cittadini facoltosi. In Bulgaria questi insediamenti isolati e ben sorvegliati sono diventati molto popolari. A Veliko Tarnovo (Bulgaria centrale), da alcuni anni mecca degli immobiliaristi britannici, il gruppo israeliano Tidhar ha fondato nella periferia collinosa una “città satellite” di 60mila mq. dotata di centri commerciali, scuole ecc. Tuttavia, quasi il 50% della popolazione bulgara vive ancora con 2 euro al giorno, mentre in Romania si contano 9 milioni di poveri (40% della popolazione) e un milione e mezzo di persone che vivono in estrema povertà.

Con l’ingresso dei nuovi Stati membri, l’UE ha visto un aumento notevole della mobilità di beni e risorse umane. Tra l’altro, tutti i nuovi paesi membri dell’Unione europea, obbligati dai Trattati ad aderire allo spazio Schengen di libera circolazione delle persone, sono ufficialmente entrati a farne parte nel dicembre 2007. Rimane esclusa Cipro, dovendo ancora risolvere qualche problema con la parte turca dell’isola. Ciononostante, la pressione migratoria proviene quasi tutta dai paesi di recente ingresso nell’UE, poiché pochi sono coloro che hanno guadagnato dalla transizione o post-transizione neoliberista. La maggior parte si è trovata in situazioni drammatiche di vita. In questi paesi c’è ancora molta povertà e grandi sperequazioni di reddito, e ciò spinge le persone più misere ad emigrare, comportando per i paesi di accoglienza costi sociali e sanitari, nonché tassi più elevati di criminalità. Questa migrazione non riguarda però solo i paesi più svantaggiati. Ad esempio, anche in Ungheria le persone giovani e più qualificate in cerca di prima occupazione emigrano quasi tutte verso i mercati occidentali attratte dalle maggiori opportunità di lavoro. La Romania, che conta 22 milioni di abitanti, ha circa 2 milioni di cittadini che lavorano in diversi paesi europei. La massiccia emigrazione di questo paese fa sì che il suo tasso di disoccupazione sia molto basso: 6%, a fronte di una media europea del 7,8%. Dalla Bulgaria, che ha una popolazione di 8 milioni di abitanti, negli ultimi sedici anni sono emigrate un milione di persone. Queste ondate migratorie hanno preoccupato il resto d’Europa, al punto tale che alcuni paesi hanno applicato una moratoria di almeno due anni per il libero accesso di bulgari e rumeni sul loro mercato del lavoro (misure che il presidente rumeno Traian Băsescu ha bollato come “inique e discriminatorie”). Dal canto loro, i governi di Bulgaria e Romania pongono delle resistenze alla fuoriuscita di manodopera autoctona, dato che la grave penuria di forza-lavoro li sta obbligando ad importare lavoratori dall’Ucraina, Moldavia, Turchia, Pakistan, India e Cina. I settori più colpiti sono quello edilizio, sanitario, delle infrastrutture e dell’industria tessile. Anche altre realtà dell’Est, come la Polonia, condividono gli stessi problemi legati all’emigrazione. La Lituania, per fronteggiare la scarsità di manodopera nel settore edile, ha dovuto assumere operai russi e bielorussi.

Conclusioni:


L’ingresso dei Peco (Bulgaria e Romania comprese) nell’UE ha definitivamente sancito la rottura della cortina di ferro e del bipolarismo che ha governato il mondo sino al 1989. La caduta del muro di Berlino ha permesso l’ingresso nell’UE anche di Austria, Svezia e Finlandia precedentemente fuori perché vincolate da una politica di neutralità rispetto all’asse Est-Ovest. Tuttavia, quest’Europa a 27 fatica a trasformarsi in un’entità coesa e identitaria, poiché l’impianto neoliberista e i valori a cui si richiama non funzionano. In un’Europa, infatti, più unita per interessi commerciali e di profitto, prevale l’attenzione al mercato e al profitto, che non opera certo con fini d’inclusione e coesione. Il processo di allargamento è stato, inoltre, realizzato in un’ottica tutta negoziale e intergovernativa, concentrata a che i paesi candidati all’adesione si conformassero a certi criteri economici, politici e giuridici per sviluppare e omologare le loro strutture e sovrastrutture nazionali al modello democratico liberale dei paesi occidentali. Le voci del dissenso sono state totalmente escluse dal consesso diplomatico, poiché le decisioni importanti (compresa la modifica dei Trattati) non sono state prese in seno al Parlamento europeo, che ha poteri assai limitati, ma nelle Cig. E mentre in questi anni, gli europei hanno assistito inerti (o complici) alle lacerazioni e alle diaspore d’interi Stati (come non ricordare i paesi dell’ex Jugoslavia), dall’altro, le stesse dinamiche dell’economia mondializzata, che nei paesi ricchi dell’Occidente è entrata in una fase di seria recessione, impongono ai paesi dell’area euro di allargare a tutti i costi le proprie dimensioni per poter meglio affrontare la concorrenza sui mercati internazionali.

Nella Risoluzione n. 1244 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, il Kosovo era già considerato come un’enclave indipendente. Il 17 febbraio 2008 questa provincia ha dichiarato “unilateralmente” la propria indipendenza, con uno stravolgimento totale del diritto internazionale, iniziato con la disgregazione della Jugoslavia e continuato con i bombardamenti Nato sulla Serbia. Gli effetti di destabilizzazione su tutta l’area Balcanica sono stati terribilmente devastanti. L’azione unilaterale del Kosovo potrebbe influire negativamente sulla pace e la stabilità della regione, oltre ad avere un effetto domino all’interno di altri paesi europei (e non europei). Per questa ragione, Spagna e Cipro (rispettivamente con la questione basca e la contrapposizione tra etnia turca e greca) hanno anticipato che non riconosceranno il nuovo Stato. A loro si aggiungono Romania, Bulgaria Slovacchia, Ungheria e Grecia decisamente riluttanti ad accettare l'indipendenza del Kosovo. Fuori dall’UE, dopo Belgrado e Mosca, il fronte dei paesi contrari all’indipendenza si è allargato anche alla Cina. L’UE, impossibilitata a trovare una difficile unità sul problema dell’indipendenza di Pristina, ha lasciato che ogni paese membro esprimesse in tutta autonomia una propria posizione, dimostrando la sua incapacità ad assumere un atteggiamento univoco in materia di politica estera e, quindi, dimostrando ancora una volta la sua inesistenza come entità politica.

Milano, 21 febbraio 2008



[1] La Repubblica Ceca (che comprende Bohemia e Moravia) e la Slovacchia sono nate il 1 gennaio 1993 dalla divisione pacifica (detta anche di velluto) della Cecoslovacchia, che già dal 1990 aveva assunto il nome di Repubblica Federativa Ceca e Slovacca.

[2] I negoziati di adesione con la Croazia e la Turchia sono stati avviati il 3 ottobre 2005.

[3] L’affluenza è stata da record: ha votato il 67,6% dei 6,7 milioni di aventi diritto. Al primo turno, Nikolic ha ottenuto il 39,99% dei voti, mentre Tadic ha raccolto il 35,39% delle preferenze. A Belgrado, gran parte della stampa ha sottolineato che la vittoria di Boris Tadic al secondo turno delle presidenziali equivale a una precisa scelta europeista degli elettori.

[4] Uno degli obiettivi dell’UE è anche quello di rispettare e tutelare le istanze regionali e quelle degli enti locali dentro la Comunità. A tale proposito è stato istituito nell’UE un Comitato delle Regioni (CDR).

[5] Criteri successivamente migliorati in occasione del Consiglio europeo tenutosi a Madrid nel 1995.

[6] L’“acquis” comunitario [dalla locuzione francese “(droit) acquis communautaire” ovvero “(diritto) acquisito comunitario”] è l’insieme dei diritti e degli obblighi giuridici e degli obiettivi politici che accomunano e vincolano gli Stati membri dell’Unione Europea e che devono essere accolti senza riserve dai paesi che vogliano entrare a farne parte. I paesi candidati devono accettare l’“acquis” per poter aderire all’Unione europea e per una piena integrazione nell’Unione devono accoglierlo nei rispettivi ordinamenti nazionali, adattandoli e riformandoli in funzione di esso; devono poi applicarlo a partire dalla data in cui divengono membri dell’UE a tutti gli effetti.

[7] Il primo pilastro è di tipo comunitario: le decisioni sono prese all’interno della Comunità; il secondo e il terzo pilastro sono intergovernativi: le decisioni sono prese dai rappresentanti dei governi degli Stati membri.

[8] Da: Conclusioni della Presidenza. Consiglio Europeo di Copenaghen - 12 e 13 dicembre 2002.

[9] Percentuale di approvazione del Trattato di adesione all’UE nei vari paesi candidati: Lettonia: 66,9%; Lituania: 69%; Estonia: 66,9%; Ungheria: 84%; Slovacchia: 92,5%; Repubblica Ceca: 77,3%; Slovenia: 90%; Polonia: 77,4%; Malta: 53,6%. A Cipro il referendum popolare non si è svolto. Non era stata, infatti, ancora risolta la questione spinosa della riunificazione dell’isola prima del suo ingresso nell’UE. Nel febbraio 2004 un piano Onu, stilato ufficialmente dal segretario generale Kofi Annan, e forte dell’appoggio anche del premier turco Erdogan e del presidente della Commissione Romano Prodi, è stato sottoposto a referendum tra i cittadini delle due parti dell’isola di Cipro. La consultazione, tenutasi il 26 aprile 2004, a ridosso dell’ingresso nell’UE, ha sancito il rifiuto, da parte dei greco-ciprioti, del piano di riunificazione e del progetto di un’Unione federale dell’isola. Schiacciante e molto polarizzato il voto dei ciprioti: contrari al piano Onu il 75,8% dei ciprioti del Sud; favorevoli, in larga maggioranza, i ciprioti del Nord (69%). Di fronte a questo risultato, l’UE non ha potuto che ufficializzare l’ingresso della sola zona greca dell’isola avvenuto il 1 maggio 2004.

[10] La Cig è un passaggio importante della vita della comunità europea, poiché in essa i negoziati condotti tra i governi degli Stati membri possono condurre a modifiche dei Trattati. I cambiamenti nella struttura istituzionale e giuridica dell’UE sono quasi sempre il risultato di conferenze intergovernative.

[11] Le tappe principali del processo di ampliamento:
1989: Crolla il muro di Berlino. La Comunità europea fornisce per la prima volta un sostegno finanziario ai paesi dell’Europa centrale e orientale perché riformino e ricostruiscano le loro economie.
1990: Cipro e Malta chiedono di aderire all’UE.
1990-1996: Vengono conclusi gli Accordi di associazione (Accordi europei) con gli Stati dell’Europa centrale e orientale.
1993: Il Consiglio europeo di Copenaghen approva l’allargamento dell’UE ai paesi dell’Europa centrale e orientale e definisce i criteri di adesione.
1993: La Commissione europea pubblica i pareri su Cipro e Malta.
1994: Il Consiglio europeo di Essen approva la strategia di preadesione.
1994-1996: Dieci Stati dell’Europa centrale e orientale chiedono di aderire all’UE.
1997: La Commissione europea pubblica i pareri sui paesi dell’Europa centrale e orientale e propone una strategia per l’ampliamento nella cosiddetta “Agenda 2000”.
1998: Hanno inizio i negoziati di adesione con Ungheria, Polonia, Estonia, Slovenia, Repubblica Ceca e Cipro. Malta ripresenta la sua domanda di adesione all’UE.
1999: Il Consiglio europeo di Berlino approva l’Agenda 2000 e le prospettive finanziarie per l’ampliamento dell’UE. La Turchia viene inserita nel processo di ampliamento dell’UE sulla base dei criteri di Copenaghen.
2000: Hanno inizio i negoziati con Slovacchia, Lettonia, Lituania, Bulgaria, Romania e Malta.
2002: Il Consiglio europeo di Copenaghen conclude i negoziati di adesione con Cipro, Malta, Slovacchia, Repubblica Ceca, Polonia, Ungheria, Slovenia, Estonia, Lettonia e Lituania.
(Febbraio) 2003: firma del Trattato di Nizza del 2001, con cui si individuano le modifiche necessarie per permettere alle istituzioni comunitarie di funzionare anche dopo l’ingresso di 12 nuove Nazioni (Peco, Cipro e Malta, Romania e Bulgaria).
(Luglio) 2003: Convenzione europea, che ha il compito di proporre alla Cig del 2003-2004 le riforme necessarie per far funzionare l’UE dopo l’allargamento.
(Marzo-Settembre) 2003: i Paesi candidati con referendum popolare approvano l’adesione all’UE.
(Ottobre) 2003 - (giugno) 2004: Conferenza intergovernativa (Cig). Ratifica i cambiamenti nella struttura istituzionale e giuridica dell’UE necessari per l’integrazione dei nuovi paesi candidati.

[12] Elezioni europee 2004. Affluenza alle urne. Repubblica Ceca: 27,9%; Estonia: 26,8%; Lettonia: 48,2%; Lituania: 41,2%; Polonia: 20,4%; Slovacchia: 16,6%; Slovenia: 28,3%; Ungheria: 38,5% (Fonte: Europarlamento).

[13] I Kaczynski avevano rivendicato un peso maggiore nel voto al Consiglio europeo, adducendo come motivazione il fatto che se la popolazione polacca non avesse avuto milioni di morti nella Seconda Guerra Mondiale sarebbe stata di 66 milioni di persone anziché degli attuali 38 milioni. I Kaczynsky avevano, inoltre, chiesto alla Germania 30 miliardi di risarcimento per i danni subiti con i bombardamenti di Varsavia.

[14] Per il periodo 2000-2006, il programma Phare ha potuto disporre di un bilancio di oltre 10 miliardi di euro (circa 1,560 miliardi di euro all’anno).

[15] Per il periodo 2007-2013, lo strumento di aiuto di preadesione sarà l’IPA: strumento finanziario unico a favore dei paesi candidati all’adesione all’Unione, che sostituisce l’insieme degli aiuti di preadesione preesistenti, compreso il programma Phare.

[16] L’entità del suo Pil l’ha, tra l’altro, esclusa dall’accesso ai fondi strutturali.

[17] C’è poi il problema del cattivo funzionamento nei nuovi paesi membri del Sistema integrato di gestione e di controllo (Iacs), indispensabile per il monitoraggio dei pagamenti diretti della PAC.

[18] I nuovi Stati membri, con l’arrivo dei capitali esteri, temevano l’acquisto in massa da parte dei ricchi cittadini dell’UE-15 di terreni e proprietà nei loro territori, vedendo questo come una sorta di colonizzazione. E, dunque, questi Stati hanno chiesto e ottenuto d’imporre delle restrizioni temporanee all’acquisto di terreni e case da parte di stranieri.

[19] I fondi strutturali sono uno degli strumenti finanziari con cui l’Unione europea persegue la coesione e lo sviluppo economico e sociale in tutte le sue regioni. Gli altri strumenti sono la Banca europea per gli investimenti (BEI), il Fondo di coesione, il Fei (Fondo Europeo per gli investimenti), la Bers (Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, nata col compito specifico di promuovere lo sviluppo dei Peco all’indomani della caduta del muro di Berlino), il Fse (Fondo sociale europeo) e il Fesr (Fondo europeo di sviluppo regionale). L’obiettivo congiunto di questo sistema articolato di strumenti e azioni è quello di ridurre il divario tra gli Stati (o regioni di Stati) in ritardo di sviluppo e quelli più avanzati.

[20] La massimizzazione del profitto viene spesso perseguita anche a costo della violazione dei diritti dei lavoratori. Grandi imprese, che in Occidente sarebbero costrette a osservare leggi severissime, spesso spostano le loro fabbriche in Paesi dove le leggi o i controlli sono più lassi; dove possono utilizzare il lavoro minorile, dare bassi salari, fornire condizioni di lavoro precarie in materia di salute e sicurezza. Migliaia di persone si spostano dalle zone rurali, con la speranza di un lavoro, perdendo spesso anche quel po’ di produzione di sussistenza che potevano avere nelle campagne.


Autore: Cristina Carpinelli - Cespi
Fonte: resistenze.org




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