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Emiljan Stanev: il Principe errante

19.02.1986

Sul piano della composizione narrativa, la "leggenda del principe di Preslav" risuona oltre la fine di questo affascinante romanzo di Emiljan Stanev (La leggenda di Sibin principe di Preslav, traduzione di Danilo Manera, Marietti, pagg. 134, lire 16.000), e continua a perseguitare colui che nella trama è l'apparente trionfatore, il bogomilo fratello Tichik, già servo del principe: "per molto tempo continuò a correre la voce che il principe era stato visto errare per tutta la terra bulgara (...), mai stanco di cercare il suo Dio".

Ma naturalmente la vera leggenda di Sibin, principe di Preslav (la capitale del primo impero bulgaro), è quella narrata nelle pagine del romanzo stesso: il peregrinare intellettuale non meno che esistenziale del principe, tra il Dio bizantino e il Satanaele dei bogomili, non senza avvertire il richiamo del dio pagano degli antenati, e preso da umanissima passione per la dolce principessa slava Kalomela. L'azione è situata nel 1211, quando lo zar usurpatore Boril convoca a Tirnovo (capitale del secondo impero bulgaro) un Concilio contro l'eresia bogomila. Nello stesso 1211 infuriava in terra di Provenza la crociata contro gli Albigesi, voluta da Innocenzo III e guidata da Simone di Montfort.

Ci si chiederà: che cosa c'entra questo drammatico episodio della storia "occidentale" con le vicende della Bulgaria medievale, sul cui sfondo è costruito il romanzo di Stanev? Presto detto: l'eresia a sfondo dualistico sorta in Bulgaria già nel secolo X (pare promossa da un pop di nome Bogumil, slavo per Teofilo, da cui il nome della setta) si era diffusa per tutta Europa, dalla Rus'kieviana alla pianura lombarda, alla Provenza; è indicativo che il libro fondamentale della dottrina bogomilica, Tajna kniga (libro segreto), ci è conservato in due copie latine, una viennese (del XII secolo), un'altra lombarda, del XIV. Se la scienza storica ha dedicato - specialmente negli ultimi decenni - grande attenzione al bogomilismo e ai suoi rapporti con le eresie medievali (catari, patari, albigesi), la cultura europea e quella italiana in particolare vi hanno steso sopra una spessa coltre di disinteresse. Eppure, proprio alla memoria dispersa del bogomilismo si deve se l'appellativo "bulgaro" ha assunto in diverse lingue europee una connotazione fortemente negativa, fino a significare "brutto tipo" (in francese), o "sporco usuraio" (in italiano).

Ma torniamo al romanzo di Stanev. Nel quale peraltro il dualismo su cui poggia la concezione bogomila diviene una visione del mondo e della vita, come testimonia fin dalle prime pagine la stupenda metafora del cervo ucciso dal principe durante la caccia, i cui occhi - nell'imminenza del colpo fatale - erano "da martire e da Satana", perché "la supplica e il rancore, la paura e la rabbia, la pietà e la crudeltà si fondono a formare la fiamma dell'anima che arde negli occhi delle creature terrene". E in quegli occhi, il principe "aveva letto molto più che in tutti i libri".

Anzi: è la stessa cosmogonia bogomila a costituire una sorta di "cornice ideologica" alla narrazione, sicchè - come avverte il traduttore in una breve ma densa introduzione - "Stanev, ispirandosi al luminoso figlio ribelle di Dio, ma oltrapassandone i limiti, fa del suo Satanaele l'elemento unificante costantemente attivo nelle menti dei personaggi, il tramite della concezione filosofica dell'eterno movimento, che è contraddizione, scontro, creazione". Così, sospesa tra la reinvenzione d' un lontano passato bulgaro e la meditazione sul grande interrogativo del male nel mondo, l'azione del romanzo di Stanev assume, per così dire "naturalmente", le fattezze della leggenda. Come s'è detto, questa leggenda è situata nel 1211.

Il principe Sibin di Preslav, discendente dalla stirpe dei guerrieri asiatici che han lasciato il loro nome alla terra slava di "Bulgaria", deve recarsi al Concilio anti-bogomilo convocato a Tirnovo dallo zar usurpatore Boril, che minaccia la sua stirpe e la sua vita stessa. Gli è compagna di viaggio la nobile fanciulla slava Kalomela (che sua madre vorrebbe sposasse, pur se notoriamente bogomila). Al ritorno nella sua Preslav, dopo aver ucciso due sicari di Boril, scompaiono prima Kalomela, e poi lo stesso servo di Sibin, Tichik - anch' egli bogomilo -, sicchè lo stesso principe decide di andare in cerca della comunità eretica per sfuggire alla minaccia dello zar e anche per ritrovare Kalomela.

Nel villaggio bogomilo, sul quale si erge la figura carismatica di Silvestro, il capo spirituale della comunità, Sibin ritrova sia il servo Tichik, insolitamente altero ("... l'anima dello schiavo ribelle occultava un grumo di ferro"), sia la nobile Kalomela, ricoperta di stracci. Ma per lui non c'è posto nel villaggio dei puri; così si rintana in una grotta non molto distante, dove la ragazza si reca spesso per condurlo alla salvezza spirituale. Accade poi un fatto che sconvolge l'ascetica vita della comunità e getta Kalomela nelle braccia del principe Sibin: Silvestro, il perfetto, dopo un periodo di meditazione e d' isolamento, espone ai suoi una nuova dottrina che si sforza di superare in chiave laica (e, si direbbe, "umanistica": forse con qualche forzatura rispetto ai primi anni del XIII secolo bulgaro...) il radicale dualismo metafisico dei bogomili, "dichiarando solennemente che non esistono né Dio né il diavolo, ma solo le forze di creazione e distruzione, e che anche il settimo cielo e l'oltremondo eterno sono soltanto invenzioni".

Di qui il tragico scioglimento: il servo Tichik, facendosi forte del suo fanatismo oscuramente pervaso da istinto di classe (un tratto, questo, come scriveva più di vent'anni fa Raoul Manselli, che la storiografia marxista bulgara sul bogomilismo tende a sopravvalutare), si mette a capo della comunità eretica, cattura il suo ex-padrone, principe Sibin, assieme alla "cagna" Kalomela, e quando Silvestro cerca di liberarla, lo uccide. Sibin riesce a sua volta a scappare con Kalomela, rifugiandosi nella grotta dei loro amori, ma viene braccato dai furibondi bogomili guidati da Tichik, e s'uccide insieme alla sua amata cercando un'impossibile scampo in un fiume sotterraneo.

E da allora, appunto, circola la voce che Satana lo abbia salvato, e che Sibin continui a vagare per le terre bulgare. Attorno ai destini di Sibin e di Kalomela, di Silvestro e di Tichik, la sobria e laconica lingua di Stanev (è ancora il traduttore a ricordarcelo) costruisce un limpido flusso narrativo che, senza "bisogno d' un pesante belletto d' arcaismi", s'organizza in un ritmo interno capace di "svellersi dalla cronaca per volgersi al mito". Emilijan Stanev (nato nel 1907, e scomparso nel 1979) ha scritto questo romanzo nel 1968, dando così alle soglie della vecchiaia il suo maggior contributo alla moderna letteratura bulgara. Non a caso egli va in cerca delle proprie radici nel lontano passato del suo paese, divenuto "europeo" non già grazie ai fasti delle Corti di Preslav o di Tornovo, ma grazie all'oscuro ministerio itinerante d' una setta ereticale perseguitata da tutti: per dirla con Ludovico Antonio Muratori, di quella "specie di Manichei, che venuti dalla Bulgheria a poco a poco s'introdussero in Lombardia, in Francia, e in Germania".


Autore: Cesare G. De Michelis
Fonte: La Repubblica




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