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Piω posti di lavoro, meno diritti dei lavoratori?

18.09.2007

Ogni individuo ha diritto al lavoro, alla libera scelta dell'impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro e alla protezione dalla disoccupazione.
Ogni individuo, senza discriminazione, ha diritto ad eguale retribuzione per eguale lavoro.
Ogni individuo che lavora ha diritto ad una remunerazione equa e soddisfacente che assicuri a lui stesso e alla sua famiglia un'esistenza conforme alla dignità umana ed integrata, se necessario, ad altri mezzi di protezione sociale.
Ogni individuo ha il diritto di fondare dei sindacati e di aderirvi per la difesa dei propri interessi.


Le definizioni citate qui sopra sono tratte dall'Art.23 della Dichiarazione universale per i diritti dell'uomo e fanno parte della sezione della Dichiarazione che si occupa di diritti sociali ed economici, assieme ad altri articoli sulla sicurezza sociale, tempo libero, standard di vita ed educazione.

Anche uno sguardo superficiale a queste previsioni normative dimostra che, nei Paesi del sud-est Europa, come in altri paesi in transizione, questi diritti siano stati considerati un “di più” nel viaggio da un'economia pianificata guidata dall'autoritarismo del partito unico a sistemi economici democratici, basati sul mercato.

Nei casi migliori in tutti questi Paesi gli sforzi si sono concentrati sul social-liberalismo prevalente nell'Europa continentale e sul sistema di welfare che caratterizza la “vecchia” Unione europea. Perlomeno, questa era l'idea generale. L'approccio più diffuso in realtà si è basato su politiche caratterizzate dal laissez-faire, più in voga nella parte anglo-americana del mondo, limitando il ruolo dello Stato e convinti del fatto che sia il mercato a provvedere ad una redistribuzione della ricchezza in tutti gli strati sociali.

Inoltre si sono verificate spinte sempre crescenti verso la globalizzazione che favoriscono il capitale nello spostare la produzione nelle parti del mondo dove il costo del lavoro è più basso; a questo è da aggiungere che qualsiasi discorso che veicoli idee anche lievemente socialiste (o meglio social-democratiche) in quei paesi recentemente passati da un'economia pianificata ad una di mercato, porta il rischio di essere tacciati come “cripto-bolscevichi” o “comunisti”, se possibile due tra le parole più “sporche” di questi tempi al mondo.

Questa introduzione è stata scritta alla vigilia del primo maggio, la festa internazionale del lavoro, e le cui origini sono da ritrovare nelle lotte dei movimenti socialisti e dei lavoratori nel corso del diciannovesimo secolo per un orario lavorativo di otto ore, per giuste condizioni di lavoro e giusti salari. Cosa possiamo dire ora, in questo giorno e di questi tempi, in quest'area geografica, sui quattro punti dell'Art.23 della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo citati all'inizio di questo testo?

Il diritto al lavoro, come definito nell'Art. 23, oggi pare essere oggetto di grandi dibattiti, centrati sul fatto se debba essere interpretato letteralmente e cioé come diritto di ciascuno di essere assunto per un lavoro che preveda un salario. Lo stato dovrebbe in questo caso farsi garante che tutti i suoi cittadini abbiano un posto di lavoro. Oppure se vada interpretato nel senso dell'obbligo di garantire che non vi siano situazioni nelle quali ad una persona viene impedito di lavorare o trovi ostacoli nell'ottenere questo diritto. Tra questi anche l'impossibilità di trovare un lavoro che corrisponda alle preferenze personali.

Uno sguardo alle statistiche in merito alla disoccupazione nella regione potrebbe essere sufficente, in realtà, per dimostrare quanto del sud est Europa sia obsoleto questo dibattito. Si parte dal 17% della Croazia sino al 40% di molti altri Paesi. La disoccupazione rimane la madre di tutti i problemi per tutte le economie e tutti i Paesi dei Balcani. Gli Stati sembrano fare tutto il possibile per attirare investimenti diretti dall'estero, ritenendolo la modalità principale per abbassare i tassi di disoccupazione e creare nuovi posti di lavoro, ma si trovano ad affrontare molte difficoltà.

Il costo del lavoro relativamente alto nella regione, almeno comparandolo con altre parti del mondo - come ad esempio il sud-est asiatico - fa in modo che il sud-est Europa non attragga le grandi multinazionali, oggetto del desiderio di molti qui. I tentativi da parte dello Stato di fornire margini di profitto maggiori a possibili investitori e di abbassare il costo del lavoro porta a tagli sulle tasse da versare e quindi questo implica minor budget a disposizione dello Stato per poter adempiere ai propri obblighi che emergono dal paragrafo 1 dell'Ar. 23: protezione contro la disoccupazione.

Inoltre tutti i Paesi della regione soffrono del peso dell'economia grigia, in particolare per quanto riguarda il mondo del lavoro, nel quale moltissime persone lavorano illegalmente, senza versare i contributi e percependo salari molto bassi.

La proibizione di salari discriminanti, in una situazione di alta disoccupazione, sembra essere un problema relativo. La logica è la seguente: la gente dovrebbe essere contenta di percepire almeno un salario, e non preoccupata del fatto che sia equo e che garantisca adeguanti standard di vita come quelli previsti dall'Art. 25 della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo.

Questo non significa che non vi siano altre forme di discriminazione in particolare riguardanti le donne, ad esempio in merito ai permessi per maternità e alla privacy. Ovunque alle donne, durante i colloqui lavorativi, si chiede dello stato di famiglia, di eventuali piani di avere figli e, nei casi più estremi, si chiede di firmare una dichiarazione nella quale si promette di non rimanere incinta per una serie di anni. Il lavoro dei minori è un altro problema, in particolare nel settore dell'economia grigia, dove bambini di ogni età vengono sfruttati per vendere per strada ogni tipo di beni di contrabbando.

Altro problema è il diritto a un salario giusto e equo. Questo dipende da varie ragioni, e una delle principali è, ancora una volta, la disoccupazione. Come abbiamo già sottolineato un qualsiasi lavoro a qualsiasi salario è spesso preferibile a nessun lavoro e nessun salario. Inoltre molti imprenditori della regione spesso si aspettano gli alti profitti garantiti da un capitalismo senza regole che ha dominato per gran parte degli anni '90, in particolare durante le guerre nell'ex Jugoslavia, quando il commerciare beni sotto sanzione poteva portare a ricchezze esorbitanti in una sola notte.

La pietra miliare di ogni forma di capitalismo, la spinta verso margini di profitto sempre maggiori, in mercati via e via più regolati, significa che i datori di lavoro cercheranno di tagliare costi ovunque sia possibile, e spesso, ne fanno le spese i salari dei lavoratori.

Infine vi è il problema dei sindacati e delle organizzazioni di lavoratori. Anche queste sono in molti paesi limitate dall'alto tasso di disoccupazione, nel senso che i datori di lavoro, in particolare in aziende di dimensioni piccole, hanno la possibilità di licenziare chiunque desideri sindacalizzarli trovando facili rimpiazzi nel mondo del lavoro. I sindacati sembrano ancora in cerca del loro vero ruolo nelle società contemporanee, in termini di protezione dei diritti dei lavoratori e della contrattazione collettiva.

I sindacati più grandi e con più forza rimangono quelli del settore pubblico e di quelle poche grandi aziende che sono riuscite a sopravvivere alla privatizzazione ed alle bancarotte caratteristiche dei primi anni di transizione. A volte i sindacati dei pensionati riescono a far valere il loro peso politico durante le campagne elettorali, ottenendo anche posti in parlamento, come si è verificato per il Partito croato dei pensionati, che ha tre seggi nel Sabor croato.

Ma nella maggior parte dei casi i sindacati giocano un ruolo marginale rispetto al governo, e questo è dovuto o a ragioni legate alle divisioni al proprio interno o al timore che i tentativi di difendere posti di lavoro o le produzioni locali potrebbero in qualche modo influire negativamente sulla capacità del Paese di attrarre investimenti o nuocere alle ambizioni di integrazione europea.


Fonte: OneWorld SEE
Traduzione: Osservatorio sui Balcani




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