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Vi racconto il mio giorno da immigrato

16.04.2007

Recentemente mi sono trovato all’aeroporto di Barcellona senza né il passaporto, né la patente di guida, né le carte di credito né alcun altro documento. Mentre facevo la fila per ritirare il biglietto dell’aereo, nel giro di una frazione di secondo mi hanno rubato la borsa - nella quale c’era tutto quello che poteva provare chi ero. E in quel preciso momento mi sono trovato nella condizione di non poter provare nulla. Ero del tutto inerme, invisibile, umiliato. Di questi tempi si sente parlare molto del furto dell’identità che si realizza quando qualcuno prende il tuo posto entrando nel tuo computer e utilizzando tutte le tue informazioni personali.

Si sente parlare meno della perdita dell’identità.

Ci piace pensare che esistiamo perché abbiamo una coscienza. Cogito ergo sum - sono perché so che sono. Ma provate ad usare questa logica con l’addetto ai biglietti dell’aeroporto o con un responsabile della sicurezza. Provate a dirlo ad un bancomat. Esistiamo solo nella misura in cui possiamo provarlo.

Date la colpa all’avvento nel diciannovesimo secolo della nazione-Stato con la sua idea di cittadinanza. Nel conferire la cittadinanza, lo Stato ha garantito alle persone tutta una varietà di protezioni e diritti giuridici. I cittadini possono effettuare transazioni commerciali, acquistare proprietà ed essere protetti dalle frodi e dai furti.

Per certi versi è meravigliosamente democratico. La propria condizione sul mercato non era più determinata dalla tribù o dal clan di appartenenza. Ora dipendeva dalla propria cittadinanza. Tutti coloro che avevano i requisiti per essere cittadini avevano il diritto a una identità giuridica e a tutto quanto ne derivava.

Il rovescio della medaglia era che se non avevi i requisiti per ottenere la cittadinanza non potevi entrare a pieno titolo nella vita commerciale. Se non puoi dimostrare di essere un cittadino, non puoi ottenere un lavoro. Non puoi sottoscrivere un contratto. Non puoi avere un conto corrente. Non puoi essere pagato legalmente. Non puoi ottenere un mutuo. Non puoi essere proprietario di nulla.

E la cittadinanza va provata. Il ventesimo secolo ha introdotto i documenti di identità sotto forma di passaporti, tessere della previdenza sociale e patenti di guida - e i governi hanno il potere di rilasciare o rifiutare questi documenti. Forse con il ventunesimo secolo entreremo nell’era della scansione della retina e delle registrazioni digitali della voce, ma per il momento siamo ancora nel mondo dei documenti.

E senza documenti non potevo tornare a casa. Fortunatamente mi sono imbattuto in un comprensivo estraneo che mi ha guidato al consolato americano dove mi hanno rilasciato un passaporto di emergenza - verificato tramite un controllo al computer - grazie al quale ho potuto passare la dogana.

Ma supponete - provate soltanto a supporre - di essere un rifugiato senza documenti. Supponete di essere un immigrante privo di documenti. Supponete di essere una persona che non è cittadina di alcuno Stato. Ci sono decine di milioni di persone del genere la cui vita è continuamente minacciata e sfruttata. Legalmente non esistono. Alcuni finiscono in condizioni di minorità, altri persino in schiavitù. Dal momento che non possono provare al mondo che esistono, il mondo li tratta come se non esistessero.

Robert B. Reich, già ministro del Lavoro con l’amministrazione Clinton, è professore di Politica Pubblica all’università di California a Berkeley


Autore: Robert B. Reich
Fonte: L'Unità
Traduzione: Carlo Antonio Biscotto




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07.07.2007Commento [micheluccio13]
identita'
immaginiamo il contrario ovvero un pianeta popolato da aninimi dove ognuno puo presentarsi ingegnere,medico,avvocato,psicologo------
siamo oltre sette miliardi di abitanti sulla terra e necessariamente e civilmente necessitiamo di una organizzazione di identita'


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