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Todorov: "Per liberarci dal passato smettiamo di nasconderlo"

01.02.2007

«È quando si smette di nascondere il passato che ci si può liberare della sua influenza». Tzvetan Todorov ha la voce gentile, quasi timida, e un modo di argomentare affine a quello che elogiava in testimoni del secolo come Vasilij Grossman o Primo Levi, «senza urla né proclami tonanti», quanto di più alieno dalla spocchia di chi impartisce lezioni ex cathedra. Non per niente é tra i massimi intellettuali europei: filosofo, studioso di letteratura, storico della cultura, ha scritto pagine memorabili sui totalitarismi e sa bene cos'é il comunismo, nel 1963 aveva 24 anni quando lasciò la sua Bulgaria per andare a Parigi a studiare con Roland Barthes.

In Memoria del male, tentazione del bene (Garzanti) metteva in guardia dagli effetti funesti dell' oblio e dagli abusi opposti del ricordo, «la via tra sacralizzazione e banalizzazione del passato può essere stretta» scriveva «e tuttavia esiste». Ora il problema si ripropone, c'é uno spettro che torna ad aggirarsi per l'Europa, dal sepolcro del comunismo spuntano dossier segreti che parlano di compromissioni imbarazzanti e fanno saltare nomine già decise, monsignor Stanislaw Wielgus costretto a lasciare l'arcivescovado di Varsavia, prima ancora l'economista rumeno Varujan Vosganian che perde il seggio alla Commissione europea per la sua collaborazione con la Securitate e così via. Il problema é stabilire se all' Est si rischia un abuso della memoria, un ricatto permanente.

«Qui non vedo abusi», scuote la testa Todorov. «Se il coinvolgimento della persona nel vecchio regime é stato forte, é normale che i fatti siano portati a conoscenza del pubblico e la decisione d' una nomina sia presa con cognizione di causa. E' abbastanza sgradevole vedere coloro che approfittavano del vecchio regime presentarsi come vittime innocenti per poter approfittare oggi di nuovi privilegi. Questo é vero in particolare per i collaboratori della polizia politica. Certo, bisognerebbe anzitutto verificare se le informazioni diffuse sono fondate o no».

Il filosofo bulgaro sfugge alle facili categorie ed esercita il suo umanesimo critico: «Per coloro che vivevano all' interno di un Paese comunista, la compromissione non era solo diffusa, era inevitabile. Forse vi sfuggivano i soli malati di mente rinchiusi negli istituti; non é un caso se a un certo momento, in Urss, si é cominciato a mandare negli ospedali psichiatrici quelli che non si piegavano, i dissidenti. Ma tale accettazione del compromesso conosceva gradi molto differenti, ed é questo che importava: si poteva così distinguere tra persone degne e indegne».

Ad esempio «si poteva diventare membro del partito o astenersene, trasformarsi in delatore o meno, lavorare per la polizia politica o no. Del resto anche queste categorie rimangono troppo sommarie: alcuni delatori, obbligati a collaborare per ragioni familiari o altro, facevano in modo di non denunciare che persone morte o assenti... E' un tipo di espediente assai antico: si praticava già questa tattica sotto l'Inquisizione, nel Medio Evo».

Resta il problema dei dossier, il rischio che si trasformino in un'arma. «Il modo migliore di evitare possibili ricatti é rendere la memoria trasparente, cioè assicurare il libero accesso agli archivi di polizia e altri: se non per tutti, almeno per i parlamentari o gli uffici governativi, ma anche per i ricercatori».

Da questo punto di vista, la decisione del Vaticano e della Chiesa locale di «fare chiarezza» su tutti e 144 vescovi polacchi e sui sacerdoti può essere un esempio? «Questo esame franco e aperto del passato é effettivamente ciò che sarebbe necessario fare; speriamo che le intenzioni siano seguite dagli atti».

Tutto sommato, Todorov non teme per i Paesi nell'Est, «se non saranno tentati di occultare il passato». Piuttosto, «essi possono insegnare molto ai Paesi dell' Europa occidentale, questi ultimi hanno l'opportunità di arricchire la loro visione della storia osservando i pericoli dell'utopismo comunista, più in generale dell'abbandono delle regole di vita democratica o dei tentativi di instaurare lo Stato perfetto, il paradiso sulla terra». La tentazione del bene, appunto.

E, speculare, quella delle prediche altezzose: «Il passato dei Paesi dell'Est può anche insegnare a tutti quanto é grande la vulnerabilità dell'individuo davanti alla dittatura e quindi spingerci a non lasciarci andare a un moralismo facile, colmando del nostro disprezzo i cittadini dei Paesi totalitari».

Inutile immaginare repulisti di massa, «non si possono scartare tutti coloro che si sono compromessi nel passato: di solito non sono colpevoli che di conformismo, del desiderio di avere successo, caratteristiche ben diffuse nella nostra società! Altrimenti bisognerebbe bandire tutti coloro che hanno più di trent' anni... Rendere pubblico il passato, ma vivere nel presente: questa mi sembra dovrebbe essere la regola di base oggi».

Si può pensare ad un' amnistia, come in Italia fece Palmiro Togliatti per i fascisti? Todorov sorride: «Amnistia sì, amnesia no. Non si può condannare un'intera popolazione perché non é stata eroica, ma non bisogna più occultare questa debolezza umana, troppo umana».


Nato in Bulgaria nel 1939, Tzvetan Todorov vive da lungo tempo in Francia, dove ha diretto il Centro di ricerca sulle arti e il linguaggio Semiologo e linguista, si é occupato anche di filosofia e di storia Tra le sue opere: «La conquista dell' America» (Einaudi), «Noi e gli altri» (Einaudi), «Il nuovo disordine mondiale» (Garzanti)

IL NUOVO LIBRO

Gli studiosi e i critici ignorano il lettore In Francia é appena uscita l' ultima fatica di Tzvetan Todorov: «La littérature en péril» (Flammarion, pp. 97, euro 12) é un grido d' allarme contro «una concezione gretta della letteratura», coltivata dagli studiosi accademici, dai critici e dagli stessi scrittori, che la taglia fuori dal mondo reale e finisce per deludere il lettore. Si tratta di un saggio polemico che ha già suscitato reazioni critiche, per esempio da parte di «Le Monde». In Italia invece Garzanti manderà in libreria ad aprile un' altra opera di Todorov, «Lo spirito dell'Illuminismo», pubblicata in Francia lo scorso anno, che pone a confronto la concezione umanista dei Lumi con gli eventi storici degli ultimi due secoli.


Autore: Gian Guido Vecchi
Fonte: Corriere della Sera




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