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Infermiere condannate, la Bulgaria si mobilita

01.02.2007

Il 9 febbraio in migliaia scenderanno in piazza, a Sofia, per ricordare l'arresto delle infermiere bulgare condannate a morte in Libia con l'accusa di avere infettato 426 bambini con il virus dell'Hiv. Il paese è mobilitato da tempo, con striscioni e nastrini di solidarietà. Anche la comunità internazionale chiede la liberazione delle infermiere al leader libico Gheddafi. Ma la Libia vuole ottenere un risarcimento

Le parole “Non siete sole” in bulgaro e inglese, incise su un nastrino tricolore bianco verde e rosso, (i colori della bandiera della Bulgaria) spiccano da mesi sul petto dei connazionali di Cristiana Balčeva, Nasia Nenova, Valentina Siropulo, Valia Červeniaška e Sne×ana Dimitrova. Il messaggio è per le strade, sulle macchine, stampato su magliette e bandierine. Tutto il mondo fa pressioni alla Libia per annullare la condanna a morte delle infermiere bulgare accusate insieme al medico palestinese Ashraf Alajouj di aver infettato volontariamente, con il virus dell'Hiv, 426 bambini nell'ospedale pediatrico di Bengasi. Circa cinquanta di quei bambini sono morti. Per le loro famiglie giustizia vuol dire pena capitale per gli imputati. La stampa libica li sostiene senza mezze misure.

Il 9 febbraio migliaia di persone riempiranno le strade di Sofia in occasione dell'anniversario dell'arresto delle infermiere, avvenuto otto anni fa. Da allora, per chiedere un giusto processo e per far annullare la pena, sono state raccolte migliaia di firme in tutto il mondo. Sono state fatte analisi scientifiche che hanno dimostrato l'infondatezza delle accuse. A tal proposito ci sono le testimonianze del virologo Luc Montagnier, uno degli scopritori dell'Aids e dell'italiano Vittorio Colizzi, immunologo dell'università Tor Vergata di Roma, incaricati di indagare sul caso e interpellati da riviste scientifiche come ‘Nature' e ‘Science'. Per il mondo della scienza non c'è alcun dubbio: i ceppi virali responsabili delle infezioni erano già presenti nell'ospedale prima dell'arrivo, nel 1998, dei sei condannati e la causa della contaminazione risiedeva nelle pessime condizioni igienico - sanitarie. Il rapporto degli scienziati non fu preso in considerazione durante il processo. Non c'è stato alcun rispetto per i diritti degli imputati, costretti a confessione sotto gravi torture.

E' di due giorni fa la notizia che contro le infermiere è stata formulata una ulteriore imputazione. L'11 febbraio saranno chiamate a rispondere all'accusa di “calunnia nei confronti di poliziotti libici”. Gli agenti indicati dalle donne come torturatori in numerose deposizioni documentate sono stati già assolti dalla giustizia libica. Ma oggi, un po' in ritardo, è la procura cittadina di Sofia che intende avviare un processo contro di loro.

Intanto non cessano le battaglie di Amnesty International e i moniti a Gheddafi, da parte dei governi europei e della Casa Bianca. Il Parlamento europeo e molti governi hanno ribadito le gravi conseguenze sui rapporti con il paese nordafricano qualora gli imputati non venissero liberati. Avvertimenti accolti negativamente dall'unione africana e dalla Libia.
Il presidente del Consiglio Romano Prodi ha incontrato il leader libico: “Ho sollevato il problema – ha detto Prodi -. Gheddafi ha risposto che ci sono questioni di riparazione e compensazione, ma che rifletterà su quanto gli ho detto”.

E' diffusa l'opinione che la condanna sia un modo per negoziare con la Bulgaria e con l'Unione europea. Il leader libico ha già relazionato la liberazione delle infermiere a quella dell'agente dei servizi segreti libici Al-Megrahi che sta scontando la pena dell'ergastolo in Scozia per aver fatto esplodere un aereo americano nel 1988. Tra le richieste di riscatto c'è anche quella di risarcimento delle famiglie dei bambini infettati. Nel fondo internazionale “Bengasi”, creato nel 1995 per aiutare i bambini malati di Aids, sono stati raccolti 120 milioni di euro. L'Unione Europea intende concedere la somma alla Libia solo alla liberazione dei sei prigionieri.

In questi giorni Saif al-Islam, figlio del leader Gheddafi, ha assicurato che l'esecuzione non ci sarà. Non è la prima volta. Ma dopo due processi e in seguito alla conferma della sentenza di morte del 19 dicembre scorso, la Bulgaria continua a tenere il fiato sospeso. Con la speranza di un ‘lieto fine', che possa esaudire l'unico desiderio delle infermiere bulgare, in apparenza semplice, per loro straordinario: tornare a casa.

Alcuni media bulgari hanno fondato un sorta di comitato con lo scopo di offrire solidarietà alle infermiere e alle loro famiglie e con la missione di salvarle. Per dare un aiuto o scaricare il nastrino simbolo della campagna “You are not alone” basta visitare il sito internet: www.nestesami.bg oppure www.youarenotalone.bg.


Autore: Antonia Ilinova
Fonte: Metropoli




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