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Milano, periferia Est

31.12.2006 - Milano

Bulgari, rumeni, ucraini: si ritrovano qui, tra le bancarelle di una metropoli quasi indifferente, in cerca di un pezzo di patria. Per scambiare due parole, leggere un quotidiano in cirillico o solo per respirare un po' d'aria di casa. Lontano da casa.

In un anonimo parcheggio semiavvolto dalla nebbia all’estrema periferia orientale di Milano, un gruppo di persone si raccoglie intorno alle pagine in cirillico di un giornale, sfidando il freddo e l’umidità delle prime ore di una domenica mattina autunnale. L’area è ancora vuota, ma con il passare dei minuti arrivano macchine e furgoni da cui scendono, ancora un po’ assonnati, uomini e donne reduci da un viaggio notturno cominciato una trentina di ore prima sulle coste del Mar Nero.

A ogni nuovo arrivo gli sguardi lasciano momentaneamente le notizie e scrutano l’interno delle vetture: brevi sorrisi, strizzate d’occhio, cenni con la testa, mani che salutano, kak si?, “come va?”. Portabagagli e vani si spalancano e diventano bancarelle, attorno alle quali prendono vita contrattazioni, scambi di banconote e baratti. Un furgone si apre e ne esce un tizio che raccoglie nomi e ordinazioni. Intorno a lui, alcune persone attendono pazienti di prenotarsi un posto su qualche vettura che torna a casa, o di affidargli un pacco da inviare a familiari o amici. Se vuoi mandare un regalo o dei vestiti dai 10 euro all’autista, che consegnerà tutto una volta a destinazione.

Basta scarabocchiare l’indirizzo sul pacco: Sofia, Dragoman, Dupnitsa, Plovdiv, Burgas. Pochi minuti e, d’un tratto, ti ritrovi in una Bulgaria di qualche metro quadro, nascosta dagli autobus parcheggiati e dai palazzoni vuoti. Lo spiazzo è diventato un brulicante mercato dell’est Europa. A ogni angolo c’è qualcuno che discute animatamente, anche se dalle poche parole italiane che ogni tanto fanno capolino nei discorsi si capisce che gli argomenti forti sono sempre gli stessi: lavoro, permesso di soggiorno, documenti, sanatoria, polizia.

Un uomo parcheggia il furgone e comincia a distribuire tazzine di caffè. Un altro trasforma la macchina in piccola edicola. Chi vuole comprare l’edizione del sabato del Trud, uno dei più famosi quotidiani bulgari, lo trova qui, dove arriva direttamente dalle strade di Sofia. Ma ci sono anche riviste per signore e tabloid locali, tutti acquistabili per una manciata di euro. Una donna gira tra le macchine con uno zaino pieno di sigarette, rigorosamente bulgare. Una ragazza apre un astuccio pieno di cellulari usati. I potenziali acquirenti li guardano, si consultano, storcono il naso, rilanciano sul prezzo.

Georgi Dotzin viene qui ogni domenica a comprare i giornali e a chiacchierare con i connazionali. Questa domenica, però, è in cerca una bottiglia di rakìa con cui brindare a Capodanno insieme alla moglie e al figlio. I pendolari scuotono la testa: stavolta l’acquavite dei Balcani non è arrivata. Bisogna ordinarla a uno degli autisti, che se la procurerà in Bulgaria e tornerà con una scorta la settimana successiva. Una decina di euro e una piccola mancia sono sufficienti.

Due parole e l’accordo è siglato. Georgi sorride soddisfatto e torna a sorseggiare il suo caffè e a raccontare la sua incredibile storia. Quando si addentra nella memoria di una vita ricca di aneddoti e viaggi all’interno della galassia socialista, gli occhi azzurri di questo 57enne dai modi gentili si spalancano e ti fissano intensamente.

Originario della città di Kavarna, sul Mar Nero, dopo aver quasi perso la mano sminando un campo nell’ex Cecoslovacchia alla fine degli anni ’60, Georgi torna in Bulgaria per emigrare subito verso l’Unione Sovietica, dove trova lavoro come manovale alla costruzione di un palazzo nella città di Gudkin. Un giorno però, un altro brutto incidente sul lavoro rischia di ucciderlo: mentre è impegnato nei lavori della realizzazione del secondo piano dell’edificio, una porta montata male poco prima da alcuni colleghi ubriachi gli cade addosso, facendolo volare di sotto.

Con un’anca fuori uso, Georgi torna in Bulgaria, sognando di riuscire a tornare in Russia e iscriversi all’università. La sua domanda viene accolta a Orenburg, sulle pendici dei monti Urali, dove comincia a studiare letteratura e filologia russa. «Mi sono laureato con il massimo dei voti – racconta l’uomo orgoglioso – ma al mio ritorno in patria, lo stipendio da insegnante in un liceo non mi permetteva di mantenere mia moglie e i miei due figli. Così sono stato costretto ad andare a lavorare in miniera». Qualche anno e Georgi si convince che, con la rovinosa caduta del comunismo nel 1989, in nessuno dei Paesi dell’ex blocco socialista troverà mai un lavoro adeguato. Cerca senza successo un impiego in Grecia e poi approda in Italia, dove comincia un annoso peregrinare tra baracche e dormitori, finché viene preso in una portineria di uno stabile nel quartiere Barona a Milano. Oggi ci vive con la moglie e il secondo figlio, che mantiene, oltre al primo e alla nuora rimasti in Bulgaria, con uno stipendio di appena 700 euro al mese. Ma ogni domenica attraversa la città per acquistare i giornali e respirare, almeno per un paio d’ore, l’atmosfera della sua Bulgaria.

Come lui ce ne sono tanti e di tutte le nazionalità, a dar vita a questi mercati dell’Est arrangiati nei quartieri periferici di Milano. Ci si ritrova in questa o quell’altra via, alla tal ora, o quando arrivano gli autobus con i passeggeri e le merci. Non ci sono orari, quando tutti i posti e lo spazio sono assegnati, si riparte verso oriente. A qualche centinaio di metri dal mercato bulgaro ci sono i rumeni.

Dalle macchine parcheggiate esce un’allegra musica balcanica che si può acquistare per qualche spicciolo. Qualcun altro è venuto per comprare i prodotti tipici portati dalla gente che arriva. Una signora cerca una vettura per tornare a casa.

Il passaggio fino a Bucarest costa un centinaio di euro. «Veniamo qui tutte le domeniche a vedere che cosa arriva dalla Romania », spiega Ivan, che fa l’imbianchino e vive in Italia da nove anni. «Quando voglio comprare della carne, del vino oppure ricevere un pacco dalla mia famiglia vengo qui. È una scusa per incontrare amici e connazionali, trovare i giornali e discutere sulle ultime notizie del nostro Paese». Alle spalle della stazione di Cascina Gobba c’è un enorme parcheggio, il West Work. Da qui partono gli autobus per l’Ucraina, la Moldavia e la Romania. Nel fine settimana, questo posto diventa un vivace luogo di scambi dove è possibile trovare ogni genere di prodotto proveniente dall’Est.

La gente che viene qui è così numerosa che alcuni sono riusciti a ritagliarsi un lavoro come corrieri dei pacchi che vengono spediti da una città all’altra. «Faccio il viaggio tra Kiev e Milano due o tre volte alla settimana», dice Venceslav, un corriere ucraino, mentre si aggira nello spiazzo ormai vuoto al calar della sera. «La gente mi affida un pacco da mandare ai familiari e io faccio pagare 1 euro al kilo. Guadagno circa 80 euro per ogni viaggio. Attraversare mezza Europa due volte alla settimana non è il massimo, ma in Ucraina non riesco a trovare lavoro. Perciò mi divido tra Kiev e qui, dove dormo da un fratello». La maggior parte della sua clientela è costituito da ragazze e donne ucraine che vivono in Italia: il popolo delle badanti, che a ogni domenica libera viene qui al West Work.

Anna viene da Cernoz, nelle regioni occidentali dell’Ucraina, che ha lasciato cinque anni fa per cercare lavoro a Roma, dove ha iniziato a fare la badante a un’anziana, finché il marito di questa non le ha fatto delle avances, costringendola a cercarsi un altro lavoro. Oggi cura una 98enne che la paga intorno ai 700 euro al mese, dandole due domeniche libere. Suo marito e i suoi due figli sono rimasti in Ucraina. «Quando posso vengo qui», racconta la donna, mentre si prepara a rientrare a casa con una copia di uno dei suoi quotidiani
preferiti, l’Interesnaya Gazeta, sotto il braccio. «Alle volte con le mie amiche ucraine troviamo della buona vodka appena arrivata da Kiev. Ma in generale troviamo qualsiasi merce delle nostre parti». «Ma che ci fate voi italiani con le
vostre nonne?», interviene Valentina, anche lei una badante ucraina intenta a mangiare dei sottaceti appena comprati al mercato. «Le lasciate a noi, ecco quello che fate. Le abbandonate a una straniera perché non avete più voglia di occuparvene. Da noi almeno gli anziani stanno in famiglia, ce ne prendiamo cura noi».

Accanto a lei ci sono Marina e Vladimir, una giovane coppia venuta da Cernoz. L’ultranovantenne che abitava fuori Milano che lui assisteva è morto. E Vladimir è venuto a West Work per cercare informazioni su come trovarne un altro. Ma nessuno lo può aiutare. Per ora, entrambi vanno avanti grazie allo stipendio di Marina. In uno spiazzo erboso poco lontano c’è Georgi, un giovane 22enne moldavo, che con gli amici ha organizzato un pic nic con i prodotti appena comprati: salsicce e vino rumeno. Antoni, un piastrellista, ha portato uno stereo da cui escono le note di una musica popolare chiamata Shomal. L’alcol scorre a fiumi, il gruppo comincia a ballare e a discorrere. Pochi attimi e ci si dimentica persino di essere in un quartiere alla periferia nordovest di Milano.

L’allegra brigata danzante canta e beve in vista di una settimana alle prese con le solite grane pratiche e burocratiche. Ognuno racconta delle mille difficoltà nel trovare un’occupazione e della faticosa vita da immigrato. «Quando c’è la prossima sanatoria? Quando ci regolarizzano? Come si trova lavoro in Italia?». «Per me venire qui è un’occasione di sentirmi a casa», dice Georgi, che fa l’idraulico. «Sono a Milano da un anno e mezzo ma ho nostalgia della mia terra. Lavoro tutto il giorno con gli italiani e mi trovo bene. Ma quando arriva il fine settimana ho bisogno di stare con quelli del mio Paese, di parlare la mia lingua. Poi, quando ho voglia di mangiare prodotti tipici chiamo mio padre il Moldavia. E gli chiedo se mi manda un pacco».


Autore: Pablo Trincia
Fonte: ePolis




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