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Bulgari e rumeni, l'Italia apre un po'

28.12.2006 - Roma

I cittadini bulgari e rumeni possono tirare, a conti fatti, un sospiro di sollievo. L'Italia ha stabilito ieri le regole per i lavoratori di quei paesi che, dal primo gennaio, entreranno nell'Unione europea. Le restrizioni ci saranno, ma le deroghe sono piuttosto ampie. Dal primo gennaio, infatti, potranno lavorare nella piena legalità i cittadini rumeni e bulgari impiegati in edilizia, in metalmeccanica, agricoltura, nel settore turistico-alberghiero, nel lavoro domestico. In pratica, tutti settori in cui la presenza di bulgari, ma soprattutto di rumeni, è molto alta. Aperto anche il canale del lavoro stagionale e dell'alta dirigenza, mentre, come previsto dai trattati di ingresso in Europa, non sarà posto alcun vincolo ai lavoratori autonomi. tutti gli altri, dovranno invece presentare una domanda agli sportelli unici delle Prefetture, usufruendo di una procedura semplificata. E' stata accantonata, dunque, l'idea di prevedere un decreto-flussi - dunque un «tetto» numerico - specifico per i cittadini di quei paesi durante l'anno di transizione che l'Italia si è data prima di aprire le porte.

Il ministro della solidarietà sociale Paolo Ferrero si dice molto soddisfatto dell'intesa raggiunta: «In linea teorica si può dire che sarebbe stato meglio liberalizzare gli ingressi, ma la formula trovata pone l'Italia in una posizione molto avanzata rispetto al resto dei paesi europei, dove quasi tutti hanno posto vincoli più forti, ad eccezione di paesi in cui la pressione migratoria è decisamente debole». Ferrero parla chiaro: «Dal primo gennaio tutti i lavoratori rumeni che finora sono stati costretti a lavorare in nero potranno finalmente farsi assumere legalmente. Si tratta, nella sostanza, di una regolarizzazione». Per la verità, è proprio questo il timore che ha spinto, fino all'ultimo, il governo a riflettere sull'opportunità di porre dei «paletti»: la paura di essere accusati di fare una sanatoria. La comunità rumena è apparsa in pole position durante l'ultima sanatoria e in tutti i decreti flussi degli anni passati. Secondo la Caritas nel 2005 i rumeni regolari erano 270 mila, ma si stima che quelli senza permesso di soggiorno siano molti di più, quasi un milione. Si deve quindi temere un'invasione? «Sciocchezze - taglia corto Ferrero - i rumeni possono circolare liberamente con visto turistico già dal 2002. Solo che, fino a oggi, chi trovava un lavoro si fermava clandestinamente, lavorando al nero. Ora, potranno farlo legalmente. Secondo me - continua il ministro - si dimostrerà che l'ottica securitaria non aiuta a combattere la criminalità. Anzi, si combatte meglio se le regole sono più chiare».

La criminalità è la seconda questione che ha tenuto sul filo del rasoio la trattativa con la Romania: proprio di questo era andato a parlare, a inizio di dicembre, il ministro dell'Interno Giuliano Amato col suo omologo rumeno. Da quell'incontro è uscito un protocollo con cui si stabiliscono - tra le altre cose - pattuglie miste italo-rumene in territorio rumeno, in prossimità delle frontiere rumene con paesi terzi e in prossimità del confine Italia-Austria.

In vista dell'ingresso di Romania e Bulgaria, allo scorso Consiglio dei ministri, era stata approvata un'altra novità: è stato esteso ai cittadini comunitari l'articolo 18 del testo unico sull'immigrazione, quello che prevede un permesso di soggiorno di protezione sociale per gli immigrati sfruttati e che viene utilizzato perlopiù per le prostitute (in attesa della riforma prevista da un ddl governativo). «Il 30% delle donne che usufruiscono del percorso sociale previsto dall'articolo 18 sono rumene - spiega Marco Bufo, coordinatore dell'associazione On the road - non allargarlo ai comunitari avrebbe creato molti problemi. Abbiamo già affrontato queste difficoltà, quando i polacchi, da un giorno all'altro, non hanno più potuto utilizzarlo».


Autore: Cinzia Gubbini
Fonte: Il Manifesto




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