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Vittorio Colizzi: “Il processo é una montatura quell'ospedale era già infetto”

20.12.2006

“Una grossa montatura”. Vittorio Colizzi, immunologo all'università Tor Vergata di Roma, non usa mezzi termini per definire il processo di Tripoli. Incaricato nel 2002 dalla fondazione Gheddafi di una consulenza scientifica sul caso insieme a Luc Montaigner (il virologo francese che ha scoperto il virus dell'Aids), ha condotto diverse missioni a Bengasi per accertare le responsabilità dell'infezione. Ma le conclusioni dei due studiosi, che attestavano la sostanziale estraneità degli accusati, non sono state apprezzate dai libici. Nel primo processo, il rapporto di Colizzi e Montaigner é stata acquisito agli atti, ma non ha avuto alcun peso nella decisione finale. Nel secondo, non é stato neanche preso in considerazione. Il che ha spinto i due a pubblicarlo, arricchito di dati, sulla rivista Nature.

Professor Colizzi, come siete arrivati alla conclusioni del vostro rapporto?

Due evidenze epidemiologiche dimostrano la totale infondatezza delle accuse mosse agli imputati. Innanzi tutto, i bimbi erano infettati da più virus: molti di loro avevano anche l'epatite B e l'epatite C. Il che dimostra che l'infezione non poteva essere avvenuta con un singolo inoculo, ma che era stata determinata da successive trasfusioni in condizioni di scarsa igiene. La seconda é che anche due infermiere libiche che lavoravano nell'ospedale di Bengasi erano risultate sieropositive. Ora, se é possibile inoculare di nascosto il virus a un gruppo di bambini, più difficile é farlo con due donne adulte. C'è poi un altro aspetto: dall'analisi delle mutazioni del virus, che permettono di risalire al periodo di infezione, risulta che il 40% dei casi di Hiv tra i bimbi di Bengasi ha origine prima del 1998. Un dato, quest'ultimo, confermato anche da altre evidenze.

Ad esempio?

Dalle cartelle cliniche che abbiamo esaminato, risultava che molti dei bambini non erano stati ricoverati durante il periodo di lavoro delle infermiere bulgare, ma prima Probabilmente le infermiere possono aver contribuito a non migliorare una situazione già disastrosa. Ma dire che hanno inoculato il virus scientemente é una bestialità.

Voi avete avuto modo di visitare l'ospedale di Bengasi. In che condizioni l'avete trovato?

Quando siamo arrivati era in condizioni relativamente buone. Ma probabilmente l'avevano ripulito.

Le autorità libiche sono state collaborative con voi durante la vostra missione?

Non del tutto. Certo, ci hanno fornito le cartelle cliniche dei bimbi; ci hanno concesso di visitarli e di far analizzare i campioni del loro sangue in Europa. Ma per esempio non ci hanno mai consentito di accedere a quella che consideravano la prova schiacciante, la smoking gun che inchiodava definitivamente le infermiere: la bottiglia di albumina trovata a casa di una di loro, che secondo i libici era infetta con il virus dell'Hiv. Nonostante le nostre ripetute richieste, non siamo mai riusciti a vedere quella bottiglia.

Come mai questo comportamento schizofrenico da parte dei libici?

Credo che all'inizio fossero convinti della colpevolezza delle infermiere e cercassero solo di dare fondatezza scientifica alle loro accuse. Quando si sono resi conto che le nostre conclusioni andavano in senso opposto, si sono irrigiditi.

Secondo lei la condanna verrà eseguita?

Innanzi tutto, il processo deve ancora passare alla Corte suprema. Poi, tutto resta da vedere. Io credo che la condanna sia più che altro un modo come un altro per negoziare con la Bulgaria e con l'Unione europea, di cui Sofia diventerà membro a partire dal 1º gennaio. Detto in altri termini, i libici stanno alzando la posta per la liberazione degli ostaggi.


Autore: Stefano Liberti
Fonte: Il Manifesto




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