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Aids, appelli alla Libia per liberare i prigionieri

30.10.2006

Rilasciateli, perché sono innocenti. L'appello, firmato tra gli altri da Robert Gallo e Luc Montagnier, è stato pubblicato venerdì scorso sulla rivista americana Science. Gli innocenti sono cinque infermiere bulgare e un medico palestinese da otto anni in carcere in Libia, accusati di aver deliberatamente infettato con il virus Hiv dell'Aids oltre 400 bambini presso l'ospedale Al-Fateh di Bengasi. Il secondo e ultimo processo si conclude domani, 31 ottobre. Il verdetto verrà emanato nel giro di qualche giorno o di qualche settimana. E potrebbe essere di morte. Per questo la New York Academy of Science, la Federazione europea delle accademie di medicina, le riviste Nature e Science, e una costellazione di gruppi e singole persone in tutto il mondo si sono mobilitate: liberateli, perché sono innocenti. Ma perché i sei sono finiti in carcere? E perché la comunità scientifica e medica internazionale è convinta della loro innocenza?

Tutto inizia nel 1998, quando a Bengasi, presso l'ospedale Al-Fateh, viene denunciata la presenza di un numero davvero eccessivo di bambini infetti da Hiv. Un'indagine libica, condotta tra il 2000 e il 2001, ne conta oltre 400. I sospetti cadono su cinque infermiere bulgare e un medico palestinese reclutate dal governo per aiutare la sanità del paese: avrebbero deliberatamente infettato i ragazzi. È lo stesso leader libico, Gheddafi, ad accusarli, con un discorso tenuto al vertice sull'Aids che si tiene ad Abuja in Nigeria: i sei farebbero parte di una cospirazione internazionale volta a destabilizzare la Libia. Condotti davanti al giudice, vengono condannati a morte nel maggio 2004 dal tribunale di Bengasi sulla base di un rapporto stilato da una commissione sanitaria. Ma la vicenda è tutt'altro che chiara. Tanto che nel dicembre 2005 la Suprema Corte della Libia ordina la ripetizione del processo, anche se a giudicare sarà il medesimo tribunale penale che ha stabilito la prima condanna. Un tribunale che ha ordinato anche un'inchiesta intemazionale, affidandola al francese Luc Montagnier e all'italiano Vittorio Colizzi. Ma non ha mai preso in esame i risultati di questa indagine.

Mentre proprio nelle scorse settimane la rivista Nature è entrata in possesso del rapporto dei medici libici. È sulla base di questi due rapporti che, nella comunità internazionale, è maturata la convinzione che i sei accusati sono del tutto innocenti. O, comunque, che contro di loro non c'è alcuna prova.

Il rapporto dei medici libici, che è la fonte tecnica su cui si è fondata la condanna degli imputati, a detta degli esperti che lo hanno letto, risulta del tutto lacunoso. Mentre il rapporto di Vittorio Colizzi è stato giudicato molto accurato da diversi e autorevoli specialisti in tutto il mondo. I risultati dell'indagine del ricercatore italiano, come rileva Nature, sono inequivocabili.

In primo luogo l'epidemia di Aids tra i bambini dell'ospedale Al-Fateh di Bengasi è iniziata nel 1997 (il primo caso è addirittura antecedente al 1996): prima che il medico palestinese e le cinque infermiere bulgare entrassero in Libia. Il virus che ha infettato i bambini è un ceppo ricombinante del sottotipo A/G del tipo Hiv-1, noto per la sua aggressività e molto diffuso nell'Africa centrale e occidentale: non un sottotipo sconosciuto, geneticamente modificato, come adombrato dai medici libici. Quasi tutti i bambini infettati dall'Hiv, risultano infettati anche da una costellazione di virus diversi delle epatiti B e C: dunque, non possono essere stati infettati da un'unica sorgente. Non c'è alcuna prova di una volontà deliberata di diffondere l'agente dell'Aids da parte di chicchessia. Ci sono molti indizi, invece, che indicano in una forte carenza di misure igieniche - soprattutto il riutilizzo di siringhe infette - la causa dell'epidemia. Il rapporto di Vittorio Colizzi non è mai stato letto dai giudici del tribunale di Bengasi, dove domani si chiude il dibattimento con un esito che a molti appare scontato.


Autore: Pietro Greco
Fonte: L'Unità




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