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Allarme Danubio in Bulgaria

04.10.2006

Ieri le autorità bulgare hanno raccomandato alla popolazione di non servirsi delle acque del Danubio per via di una chiazza di petrolio comparsa nel fiume. La «brutta sorpresa» ha, secondo quanto riferito l'agenzia di stampa ungherese Mti, una lunghezza di 140 chilometri e una larghezza di 100-150 metri. Verso le dodici di ieri é stata avvistata dalla guardia di frontiera nei pressi della Romania per raggiungere, successivamente, il porto bulgaro di Lom.

Si pensa che la chiazza provenga dalla Serbia ma finora Belgrado non ha confermato tale circostanza, dice Kristian Kirilov, responsabile dell'ufficio della protezione civile bulgara. Quest'ultimo aggiunge che le autorità del paese hanno avvertito la popolazione di non recarsi al fiume e che sono stati proibiti l'abbeveraggio degli animali e la pesca. Dopo l'allarme diffuso dalle autorità competenti gli esperti hanno verificato che la chiazza galleggiante sul Danubio é costituita da «mazut», che é un combustibile minerale risultante dalla lavorazione di petroli di provenienza russa e residui petroliferi di notevole densità e dello spessore di oltre un centimetro. Si tratta di caratteristiche che non facilitano la depurazione delle acque. Dall'esame dei campioni risulta che l'inquinamento dell'acqua supera di cento volte il livello di concentrazione tollerato e a questo punto gli esperti temono che la comparsa della chiazza nera possa determinare danni enormi.

Il ministero bulgaro dell'ambiente ha chiesto un'analisi della situazione agli stati membri della comunità danubiana cui appartiene anche la Bulgaria: le autorità e gli esperti di Austria, Bosnia, Croazia, Repubblica. Ceca, Germania, Ungheria, Moldavia, Romania, Serbia, Slovacchia, Slovenia e Ucraina, sono stati chiamati a fare il punto della situazione e individuare la provenienza esatta del materiale inquinante. L'attenzione é rivolta alla Serbia, tanto che Ivan Tsenov, sindaco della città di Vidin che possiede un porto sul Danubio, ipotizza che all'origine del fatto ci sia un guasto avvenuto nella centrale idroelettrica serba di Zhelesni Vratà, ma la tesi é stata smentita dalla parte chiamata in causa, quindi Sofia ha deciso di attivare i canali diplomatici e incaricato il ministero degli esteri di chiedere a Belgrado informazioni ufficiali su quanto accaduto.

Nonostante il divieto di usare l'acqua del fiume e il livello di inquinamento individuato dagli esperti, Kirilov sostiene che non ci sono pericoli immediati per le persone e che finora non é stata rilevata la presenza di pesci morti, anche se la cosa non ha impedito alle autorità del paese di adottare immediate misure di sicurezza. Attualmente la protezione civile bulgara é all'opera per impedire che le sostanze inquinanti penetrino nei canali che riforniscono di acqua il sistema di raffreddamento della centrale di Kozlodui: gli esperti ritengono pericolosa la presenza di mazut per via delle elevate temperature normalmente raggiunte dall'acqua che circola nelle tubazioni di raffreddamento collocate intorno ai reattori nucleari.

Fonti bulgare comunicano che la chiazza si sta gradualmente scomponendo e sottolineano il fatto che il processo di espansione continuerà fino a quando non verrà individuata la sua provenienza. Il fatto ripropone il problema degli impianti industriali e delle tecniche di produzione inquinanti ancora in uso in diversi paesi dell'area e riporta al centro dell'attenzione l'esistenza travagliata del Danubio che nel 1999 ha subito gli effetti inquinanti delle bombe gettate dalla Nato sulla Serbia con relativa distruzione di ponti e blocco della navigazione, per un periodo caratterizzato da danni economici, oltre a quelli ambientali, subiti dai paesi bagnati dal fiume di Strauss.


Autore: Massimo Congiu
Fonte: Il Manifesto




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