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La banalità del bene e del male. Storia (edificante) di un sommerso

25.09.1998

Gabriele Nissim ha ricostruito la vicenda umana e politica di Dimitar Pesev, l’uomo che salvò dai lager 48mila ebrei bulgari. Malgrado questo, negli anni del comunismo, egli fu perseguitato e condannato: nessuno allora si mosse per difenderlo.

No, questa non è una storia simile a quella di Perlasca o di Schindler. Si tratta di ben altro. Il signor Dimitar Peshev, avvocato bulgaro nottambulo, fascinoso, ironico,non si è limitato a salvare la vita di qualche migliaio di ebrei sottraendoli, un po‘ con la furbizia, un po‘col danaro, alla loro sorte. Il signor Dimitar Peshev ha difeso la vita di tutti gli ebrei bulgari, 48mila, e lo ha fatto esercitando le sue prerogative di parlamentare, anzi di vicepresidente del Parlamento. Lo ha
fatto non nascondendo la propria azione, ma protestando ad alta voce. Si è mosso, insomma, alla luce del sole.

La vicenda, tanto sconosciuta per quanto straordinaria, viene ora raccontata da Gabriele Nissim in un bel libro dal titolo “L’uomo che fermò Hitler” , edito Mondadori. Una storia dove vanno di pari passo La banalità del male e La banalità del bene.

Nel marzo del 1943 Joseph Baruch, uno dei numerosi fratelli di una famiglia ebrea, fece sapere a Peshev che stava per iniziare la deportazione dei suoi cari. L’allora vicepresidente del Parlamento bulgaro aveva votato sia le leggi razziali, sia lo sciagurato provvedimento che autorizzava il trasferimento nei lager degli ebrei «indesiderabili». Lo aveva fatto senza pensarci troppo, in nome di quell’alleanza con la Germania che aveva consentito a Sofia di riprendersi la Tracia e la Macedonia.

E quella mattina, quando seppe del rischio che correva la famiglia Baruch, si preoccupò soltanto di salvare la vita dei suoi componenti. Efficiente come al solito, Peshev ottenne il salvacondotto per tutti e, il giorno dopo, comunicò all’amico Joseph che poteva star tranquillo: i suoi parenti sarebbero sfuggiti alla retata. A questo annuncio, fatto col tono sollevato e soddisfatto di chi ha compiuto una buona azione, Joseph Baruch rispose però, più o meno, così: «Guarda che il problema non riguarda solo la mia famiglia, è l’intera comunità ebraica bulgara che sta rischiando la vita. Quel che hai fatto non basta, devi fare di più».

Peshev sembrò, lì per lì, infastidito da questa replica: come se Joseph pretendesse troppo, come se fosse incontentabile. Intanto la città di Kjustendil, dove i Baruch vivevano e il vicepresidente del Parlamento veniva eletto, iniziò a protestare contro le deportazioni e la notizia di questo movimento arrivò rapidamente a Sofia. Peshev, informatore, si vergognò della propria inerzia e, di colpo, decise di cambiare atteggiamento. Accade nella vita degli uomini, in alcuni momenti, qualche cosa di molto semplice, quasi di impercettibile che produce una svolta di 180 gradi. Qualche cosa di banale che sposta però il cammino della propria vita dal bene al male e viceversa.

E fu così che un signore filotedesco si trasformò nel più grande difensore degli ebrei. Sentì che non si poteva stare a guardare. Non voleva essere un eroe, non ci pensò nemmeno. Eppure riuscì in ciò che appariva impossibile. Entrò come una furia dentro l’ufficio del ministro degli Interni e, di persona, telefonò affinché venisse annullato l’ordine di deportazione. Raccolse le firme di 43 parlamentari contro quel provvedimento. Investì del problema il capo del governo. Tanto fece e tanto disse che costrinse re Boris, decisamente filotedesco, a cambiare linea e a comunicare a Ribbentrop che gli ebrei se li teneva in Bulgaria perché aveva bisogno di manodopera. Alla fine anche il metropolita Stefan scese in campo e, durante un Te Deum, condannò la persecuzione.

Peshev salvò 48mila persone, dunque. Alla faccia di chi ha sostenuto che non si poteva fare nulla: che in quei frangenti, davanti alla furia nazista, si doveva solo obbedire. Perché Pio XII non si comportò come il metropolita di Sofia? E perché i parlamentari italiani non fecero come quei 43 parlamentari bulgari? Peshev, quando, terminata la guerra, salirono al potere i comunisti, finì sotto processo perchè si era opposto ai partigiani.

Insieme a lui vennero giudicati anche tutti e 43 i deputati firmatari della petizione. Sfilavano davanti ai giudici e davanti ad una folla, mobilitata dal partito, che li ingiuriava e che ne chiedeva la condanna a morte: avevano fatto parte di quel sistema che si era alleato con i nazisti e che voleva sterminare gli ebrei.

Questi ultimi – secondo la vulgata comunista – erano stati salvati dai partigiani e da re Boris. Una valanga di menzogne, sapientemente orchestrate, si rovesciò sui 43 e portò a 21 condanne a morte, ad alcuni ergastoli e a pene che oscillavano fra i 5 e i 15 anni di detenzione.

A Peshev ne toccarono 15, ma gli toccò anche guardare in faccia l’ingratitudine umana. Ben due avvocati ebrei, spaventati, rifiutarono di difenderlo, la comunità ebraica lo abbandonò, gli ebrei comunisti seguirono gli ordini del partito. Lui visse con ironia anche quest’ultima banalità del male.


Autore: Gabriella Mecucci
Fonte: L'Unità




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