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Todorov: “È stato il secolo delle tenebre”

17.03.2000 - Siena

Un bilancio del Novecento? A secolo ormai chiuso è giunto il momento di definire questi cento anni. E nessuno sfugge alla suggestione di partire dai crimini di questo secolo. Sono tanti. Charles Maier in un recente intervento ha ricordato che i cento milioni di individui uccisi rappresentano “soltanto” l’un per cento della popolazione del Novecento, mentre nell’Ottocento venne assassinato lo 0,5 per cento senza considerare però l’enorme quantità delle vittime civili della colonizzazione.

Ma il problema non è solo quantitativo, ma anche, e forse soprattutto, qualitativo. Che cosa distingue dunque la violenza di questo secolo da quella dei secoli precedenti? Marcello Flores, storico contemporaneista, si è posto questa domanda nella relazione introduttiva al convegno “Storia, verità, giustizia: i crimini del Ventesimo secolo”, in corso a Siena. Ha risposto all’interrogativo mettendo in evidenza due fatti che rendono il Novecento più barbaro di altri secoli: la violenza è promossa e organizzata direttamente dallo Stato e viene esercitata in nome di un’ideologia.

A Michael Lowy è toccato il compito di definire le caratteristiche della barbarie moderna.

Ecco l’elenco: “Utilizzazione di mezzi tecnici moderni e industrializzazione della morte; sterminio di massa grazie a tecniche ad alto contenuto scientifico; spersonalizzazione del massacro. Con questi strumenti intere popolazioni - uomini e donne, bambini e anziani - vengono eliminati con il minimo di contatto personale possibile fra chi decide lo sterminio e chi lo subisce. La gestione di questi atti deve essere amministrativa, burocratica, efficace, pianificata e razionale”.

Per Tzvetan Todorov, grande studioso franco - bulgaro, se “il Settecento è stato il secolo dei lumi, il Novecento è stato il secolo delle tenebre”. Giudizio molto pesante dovuto al fatto che gli ultimi cento anni sono per l’allievo di Roland Barthes, sulla base della “propria esperienza personale”, il luogo storico di “un male nuovo” e, cioè, del totalitarismo. Il totalitarismo ha radici nella speranza millenaristica: “il desiderio di costruire un paradiso in terra e non nel regno di Dio”. La violenza rivoluzionaria ne è un ingrediente fondamentale. Ma né l’una né l’altra sarebbero sufficienti a condurre “da sole” al totalitarismo. Perché ciò avvenga - osserva Todorov - occorre che si aggiunga a queste due una terza condizione: il progetto di dominio dell’universo di cui è portatore il pensiero scientifico, o meglio, il pensiero “scientista”. Attraverso lo scientismo si arriva alla convinzione che “la verità è una e che il mondo umano deve diventare uno”.

Accanto a questo pessimismo, nel convegno di Siena sono stati espresse anche opinioni più rasserenanti. Come quella di Nancy Fraser che abbiamo intervistato a parte. I crimini del Novecento, la loro modernità non necessita solo di una definizione “qualitativa”, ma comporta anche una discussione su quale giustizia e quale riconciliazione.

Marcello Flores giudica insoddisfacente il modello scaturito dal processo di Norimberga. E sembra preferire la scelta sudafricana. Un’esperienza questa che “non ha voluto suggerire una situazione di parità delittuosa né criminalizzare i militanti dell’Anc di Mandela alla stregua dei torturatori di stato, ma che ha voluto riconoscere che anche in battaglie con finalità condivise possono verificarsi atti di violenza contro l’umanità”. Il modello sudafricano ci parla inoltre anche di riconciliazione. Questione quanto mai presente anche nel dibattito politico italiano.

Non c’è però riconciliazione né perdono - secondo Maurizio Bettini - se si sceglie la strada dell’oblio. Bisogna, dunque, imparare a ricordare individualmente e collettivamente. Come? La ricetta non ce l’ha nessuno.


Autore: Gabriella Mecucci
Fonte: L'Unità




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