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Todorov, un’identità per uomini spaesati

14.06.1997

Nel maggio del 1981, Tzvetan Todorov, il famoso linguista di origini bulgare, formatosi alla scuola di Jakobsone dei formalisti russi, torna a Sofia dopo diciotto anni di “esilio volontario” trascorsi a Parigi. Il soggiorno in Francia doveva essere temporaneo; ma quel provvisorio divenne definitivo, a tal punto che il giovane linguista cominciò a rimuovere pian piano le proprie radici, l’originaria identità. Così, il ritorno a Sofia, a lungo desiderato, si trasformò in un’esperienza dolorosa ma anche fondamentale, che diede a Todorov l’occasione di toccare con mano la sua “doppia appartenenza” e di avviare un’articolata riflessione da cui è nata una sorta di autobiografia intellettuale.

Un libro intenso, molto bello, che con il titolo “L’uomo spaesato. I percorsi dell’appartenenza” viene pubblicato da Donzelli. In questo puzzle composto da tante esperienze, segnato dalle ricerche dello studioso in diversi campi del sapere, dalla critica letteraria alla storia delle idee, da passaggi in culture e paesi differenti (dalla Bulgaria alla Francia, dove ormai risiede da trentacinque anni, agli Stati Uniti, dove insegna) Todorov avverte: non tutte le separazioni sono “una maledizione”.

Ricorda che Malraux citava spesso l’opinione di Lawrence d’Arabia, il quale “diceva per esperienza che ogni uomo che appartiene a due culture perde la sua anima”, e che in questa epoca di “contrazione dell’identità”, di ripiegamento nazionalista, religioso e culturale, questa tesi trova nuova attualità. Ma per Todorov “spaesamento non vuol dire sradicamento”. Anzi, questa condizione offre numerosi vantaggi, in particolare la possibilità di non confondere l’ideale con il reale, l’assoluto con il relativo.

Perdendo la cultura d’origine, l’individuo “non vive una tragedia”, solo a patto che ne acquisisca un’altra. Per arrivare alla transculturazione bisogna perciò passare innanzitutto per l’acculturazione. Un processo che Todorov racconta con passione, riannodando i tanti fili del brusco trapianto da Sofia a Parigi. E con una serrata analisi dei regimi autoritari - non solo di quello bulgaro -, delle “società della menzogna” e delle complicità dell’Occidente, dell’impegno degli intellettuali. Non a caso il libro prende l’avvio dai campi di concentramento bulgari, dal simbolo dei regimi totalitari, per evidenziare la rapida rimozione del passato, e il rifiuto di quel relativismo morale del “tutto si equivale”, del manicheismo del bianco e nero, l’unico modo possibile per ricreare un ideale di giustizia per il futuro.

Uno sguardo che ha poco del politologo, per riflettere sugli orrori del totalitarismo e ribadire la necessità di un’idea di verità, di una ragione che dia un orgoglio a una popolazione sbandata, alla ricerca di una nuova identità, anche per comprendere fino in fondo quella “vita nella menzogna”, quell’“autoritarismo della società” di cui ha parlato Vaclav Havel ricordando la responsabilità di tutti.

Ma questa riflessione riguarda anche l’Occidente: la Francia, in primo luogo, con il suo razzismo strisciante e crescente. E via con le compromissioni dei governi di Parigi, i “vizi” dell’Occidente e la crescente perdita di autonomia dell’uomo, soprattutto negli Usa, dove si assiste al passaggio da un ideale eroico a uno vittimistico da parte della popolazione. Con la sagacità di un intellettuale eclettico che prima di tutto sferza la categoria cui appartiene, alla ricerca di un nuovo sé e la certezza che “l’uomo diventa uomo solo tra gli uomini”, come diceva Fichte.

L’uomo spaesato. - I percorsi dell’appartenenza
di Tzvetan Todorov
Traduzione di Maria Baiocchi
Donzelli 1997
Pp. 181, lire 25.000


Autore: Carlo Carlino
Fonte: L'Unità




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