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Todorov: “L’Altro ci è indispensabile, anche se fa paura”

25.03.1997 - Parigi

Durante la sua lunga carriera, Tzvetan Todorov è passato dalla teoria della letteratura alla storia culturale, dalla critica letteraria alla filosofia morale. Tuttavia, un elemento che ritorna costantemente nel suo lavoro è l’interesse per l’incontro-scontro tra le culture. Su questo tema, a cui ha dedicato libri famosi come “La conquista dell’America” e “Noi e gli altri” (entrambi Einaudi), ritorna anche nel suo ultimo libro appena pubblicato in Francia, “L’homme dépaysé” (Seuil, 242 pp., 120 franchi), in cui racconta la sua esperienza di uomo a cavallo tra più culture e paesi: la Bulgaria delle origini, la Francia dove vive da più di trent’anni, gli Stati Uniti dove si reca spesso per lavoro.

Todorov, nel suo ultimo libro lei parla del biculturalismo e dell’importanza degli scambi culturali. Eppure i rapporti tra le culture non sono sempre facili. Spesso producono frustrazione, incomprensione e scontri...

“Sarebbe ingenuo credere che gli incontri di cultura siano sempre di segno positivo. Molto spesso l’incontro tra due culture nasce dalla violenza, dalla guerra, dalla dominazione economica. Non bisogna cullarsi nell’illusione di una realtà utopica e armoniosa. Ciò tuttavia non impedisce di sottolineare anche il mutuo arricchimento che può nascere dall’incontro tra due culture. E ciò può avvenire anche a partire da condizioni sfavorevoli. Ad esempio, quando una popolazione ne domina un’altra militarmente o economicamente, la seconda riesce a volte a influenzare la prima cultura dall’interno, modificandola. È accaduto in occasione della conquista dell’America: col tempo, la popolazione latino americana d’origine europea ha assorbito le tradizioni locali, anche se quell’incontro è stato uno dei più tragici della storia, visto che ha condotto alla scomparsa fisica di nove decimi della popolazione locale”.

A volte, anche in presenza delle migliori intenzioni, si hanno effetti negativi per via dell’incomprensione e dell’ignoranza...

“È un rischio sempre presente, anche se per fortuna riusciamo spesso ad evitare il peggio. L’incontro tra le culture produce anche risultati positivi. Nella storia ci sono esempi bellissimi di fecondazione reciproca tra culture diverse. Si pensi ad esempio alla civiltà arabo-andalusa del medioevo. Per qualche secolo ci fu un arricchimento reciproco fondamentale tra la cultura araba e quella europea. Fu un incontro decisivo per l’evoluzione della cultura europea. Insomma, non credo che si sia sempre condannati a vivere in una situazione di guerra permanente, in cui tutti combattono contro tutti. Le relazioni di potere esistono, ma non sono tutto”.

Perché allora oggi si evocano sempre più spesso i conflitti culturali?

“Oggi prevalgono le competizioni di tipo economico e culturale, ma è una tendenza recente, e interessa solo una parte del mondo. Bisognerà vedere se si confermerà in futuro. In ogni caso, se fosse vero che gli scontri culturali tendono a sostituirsi agli scontri militari, questo sarebbe un passo avanti. Meglio combattere a colpi di film e libri che a colpi di cannone”.

Ma non le sembra che a volte la cultura sia solo un pretesto, o una copertura, per conflitti che hanno un’altra origine?

“È vero. E per spiegare questo fenomeno occorre introdurre la nozione d’identità. Negli ultimi tempi, le forme tradizionali d’identità (politica, religiosa, sociale...) sono state rimesse in discussione, di conseguenza l’identità culturale ha acquistato un’enorme importanza.L’identità collettiva, infatti, è indispensabile a una società, non si può annullare completamente, gli individui hanno bisogno di riconoscersi all’interno di un gruppo. È per questo che oggi le coordinate culturali - ad esempio quelle religiose - ritrovano un senso. Si spiega così il successo dell’Islam in Francia: si tratta di un mezzo d’identificazione e di riconoscimento collettivo per persone che, in altre condizioni, non si avvicinerebbero necessariamente alla religione. La religione diventa il loro modo di avere un’identità, e quindi di opporsi alle altre identità. Insomma, la cultura diventa uno strumento di combattimento solo quando ci si colloca sul piano identitario. L’attuale crescita dell’intolleranza e del razzismo - in molte forme diverse - è un fenomeno incontestabile. Di fronte alla crisi dei legami tradizionali, il rifiuto degli altri e il desiderio di non mescolarsi sono un modo per darsi sicurezza, per conservare integra una comunità in cui ci si sente protetti”.

Nel suo ultimo libro, partendo dalla sua esperienza personale, lei parla del biculturalismo, delle sue difficoltà e dei suoi vantaggi.

“Ho segnalato le difficoltà che incontra chi appartiene a due culture contemporaneamente. Penso tuttavia che, nonostante queste difficoltà, il biculturalismo sia non solo possibile, ma addirittura auspicabile. La difficoltà nascono quando le due culture sono poste sullo stesso piano. In realtà credo che debba sempre esserci una certa gerarchia - relativa, e diversa secondo le esperienze - tra le due culture in cui ci si viene a trovare. Le due culture devono articolarsi, non semplicemente sovrapporsi. La simmetria rigorosa è impossibile, e se esistesse obbligherebbe il soggetto ad una situazione di schizofrenia. Ma, di certo, in qualsiasi momento della nostra vita possiamo apprendere un’altra cultura e dominarla perfettamente. E questa è una caratteristica specifica della specie umana.

Il biculturalismo è un bene, visto che ci si trova nella interessante condizione dell’uomo “spaesato”. Si è al contempo autoctoni e stranieri, si conosce una cultura dell’interno ma contemporaneamente si possiede un punto di vista esterno che ne consente un’analisi più critica. Questa condizione è un bene, tanto per l’individuo quanto per l’ambiente in cui egli vive. Ci abitua alla tolleranza, insegnandoci che la natura e cultura sono due cose diverse. Grazie a questa condizione privilegiata, scopriamo che ciò che spesso si crede essere naturale è solo culturale”.

Ma il passaggio tra due culture può anche risultare drammatico?

“Innanzitutto, ci sono casi in cui alla perdita di una cultura non corrisponde l’acquisizione di una nuova. Ad esempio, diversi giovani nati dall’immigrazione hanno perso il contatto con la cultura d’origine, ma senza impossessarsi della cultura del paese che li ha accolti. Non sono riusciti ad integrarsi culturalmente. Questa assenza di cultura crea situazioni gravi e inquietanti. Evidentemente non mi riferisco tanto alla conoscenza di questa o quell’opera d’arte, ma alla cultura essenziale (sulla quale poi si innestano le culture particolari come la letteratura, la filosofia, l’arte, ecc.), vale adire la capacità di comunicare tutta la ricchezza della propria esperienza, la capacità di organizzare il proprio universo e dare un senso al mondo che ci sta attorno”.

Si può parlare di vantaggio o svantaggio culturale?

“Sì, ma non è più possibile parlarne in termini assoluti. Oggi non esistono più gerarchie fisse tra le culture, come si credeva ad esempio nell’Ottocento. Quello che può essere vantaggioso per un individuo può essere un problema per un altro. Non possiamo più dire, come si faceva una volta, che per un africano era automaticamente un vantaggio acquisire una cultura europea. Ma neppure dobbiamo pensare che sia necessariamente una perdita. Dipende dalle situazioni e dalle finalità di ciascun individuo”.


Autore: Fabio Gambaro
Fonte: L'Unità




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