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Marianne Mesnil, antropologa: “Lo stato-nazione non s’addice ai Balcani”

06.05.1999 - Roma

Balcanologa, direttrice del centro di antropologia dell’Europa dell’università di Bruxelles, Marianne Mesnil cerca di fornire una chiave di lettura di ciò che sta accadendo oggi nelle regioni balcaniche. Nella polveriera del sudest europeo a suo avviso, si stanno tirando le somme di un disegno politico di lunga durata, che ha la sua origine nel tentativo di esportare in quest’area, il modello occidentale dello Stato-nazione. Un modello che per definizione era destinato a cancellare secoli di cultura multietnica e a sollecitare spinte nazionaliste laceranti, ma che ha aperto il varco ai disegni egemonici dell’occidente. Da qui un conflitto che non è destinato a risolversi in tempi brevi.

Professoressa Mesnil, lei sostiene che all’origine di questa situazione, c’è il tentativo, da parte dell’occidente, di applicare alla regione balcanica modelli che non appartengono alla storia, alla cultura e alle tradizioni di questi popoli. In che senso?

“Facciamo una premessa storica. Tutta questa zona, genericamente identificabile come il Sud Est dell’Europa, è stata tradizionalmente dominata da tre grandi potenze, che si sono spartite, fino alla prima guerra mondiale, questi territori. Mi riferisco all’impero Austro-Ungarico, all’Impero Ottomano e all’impero Russo. Il declino di queste potenze ha riproposto la questione dell’egemonia in queste regioni, in rapporto all’Europa. Il trattato di Berlino del 1876 e poi quello di Versailles, alla fine della grande guerra, sono stati ispirati dalla volontà di creare un’egemonia occidentale nella zona balcanica”.

Diciamo che questa volontà politica ha avuto un suo fondamento ideologico nell’idea dello Stato-nazione. È questo il modello statuale che mal si concilia con la realtà balcanica?

“Esattamente. Il progetto era appunto quello di esportare in queste regioni lo Stato-nazione così come è maturato nell’Europa occidentale. E qui comincia la confusione, perché la storia dell’occidente non coincide con quella dell’est europeo. Questo progetto ha avuto due varianti: quella francese, uscita dal secolo dei Lumi e sfociata nella rivoluzione francese, che supponeva l’emergenza della coscienza di cittadino. E poi il modello germanico, che fa coincidere l’idea di stato con quella di popolo, lingua e territorio e che presuppone etnie omogenee e unificate”.

L’esportazione di questo modello evidentemente, non poteva avvenire con un processo indolore in regioni che storicamente, da millenni, sono un mosaico di popoli e di culture

“Infatti, il richiamo al modello dello stato-nazione serve da base a tutte le rivendicazioni nazionaliste, che in modo anacronistico si rifanno a progetti monoetnici. Abbiamo visto succedersi i tentativi di creare una Grande Grecia, una Grande Bulgaria e adesso una Grande Serbia e il conseguente tentativo di riscrivere la storia in chiave nazionalista. Ogni etnia dei Balcani ha avuto in qualche modo il desiderio di ritrovare il territorio corrispondente al suo periodo storico di potenza regionale. Ma questo è un modello ispirato dall’ideologia di stato-nazione che viene dall’occidente e che è inapplicabile in una regione multietnica per costituzione come i Balcani”.

Dunque i nazionalismi che lacerano queste zone, a suo avviso non hanno radici autoctone, ma sono ispirati da ideologie occidentali?

“Non voglio dire che i Balcani fossero una regione idilliaca, devastata successivamente dal veleno delle ideologie occidentali. Ma il dato fondamentale che bisogna comprendere è che in tutte queste zone c’è una lunga tradizione di coabitazione, anche se ovviamente, non sempre pacifica. Ad esempio non ci sono mai stati, storicamente, progetti di pulizia etnica: questa è un’idea assolutamente moderna. Come pure il nazionalismo cinico e mostruoso di Milosevic è qualcosa che non appartiene a questa storia. Al contrario i Balcani sono sempre stati un mosaico di popoli, una macedonia appunto, che proprio da questo traevano la loro ricchezza. Per cinque secoli, durante la dominazione ottomana, si è applicato il modello del ”milet”, ovvero della divisione in base all’appartenenza religiosa, ma non territorializzata. Addirittura, questo modello era stato ereditato dallo stato bizantino. Dunque parliamo di una storia millenaria di coabitazione, che è stata cancellata dall’idea di monoetnia germanica”.

Partendo dalla sua analisi, si deve supporre che un modello di Stato federativo avrebbe dovuto essere il naturale sbocco della crisi balcanica del diciannovesimo secolo...

“Io penso che l’unica soluzione pertinente, nei Balcani, sarebbe stata quella di partire dalla multietnicità linguistica e religiosa per proporre un sistema ispirato al modello federativo. Questa soluzione è stata anche ipotizzata, ma è sempre stata contrastata. L’unità territoriale dei Balcani si è persa ormai anche sulle carte geografiche. Ad esempio è impossibile trovare una carta che abbia come centro il mar Egeo e che ne comprenda le due sponde. C’è una frontiera, del tutto artificiale, che divide inesorabilmente in due quest’area, che costituisce un ponte tra l’Europa e l’Asia, tra la cristianità e l’Islam. Ma è una frontiera ideologica, e non reale”.

Sono in molti a pensare che proprio questo ruolo strategico, di ponte tra oriente e occidente spieghi, più dei sentimenti umanitari, l’interesse degli Stati Uniti e della Nato in questa guerra.

“Io non ho dubbi su questo e non credo affatto alla sincerità degli impulsi umanitari che guidano l’interventismo. Questo serve a creare consenso, certamente, ma gli interessi dell’Occidente per l’area balcanica come si è visto, sono di vecchia data, non nascono oggi. Adesso siamo arrivati alla resa dei conti”.


Autore: Susanna Ripamonti
Fonte: L'Unità




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