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Julia Kristeva a Bisanzio, come in un quadro di Escher

10.02.2004

Ci sono figure che a tutto tondo possono venire definite intellettuali senza per questo adombrare, nella generalità del termine, le varie sfaccettature che le compongono. Intellettuale come qualità intrinseca piuttosto che come epiteto irridente, si attaglia benissimo a Julia Kristeva, curiosa, stimolante autrice sempre in movimento per andare di sapere in sapere, di campo in campo, onnivora ma generosa nell’offrire, dopo essersi appropriata di ogni specialità contigua alla letteratura, una riflessione acuta e illuminante. La sua lunga storia inizia in Bulgaria e si sposta in Francia a metà degli anni sessanta, incrociando una pietra miliare del pensiero come Roland Barthes e i suoi soci di Tel Quel.

Scrive di semiologia, testi accattivanti, nuovi nei temi e nei modi. Per l’ardente movimento di liberazione femminile è un faro per come analizza le relazioni tra i sessi, e i legami primari, il posto occupato dalle donne nella società degli uomini. I suoi diventano libri culto quando si fa rapire dalla psicanalisi e vi si getta con razionale passione. Poi il colpo grosso, dopo una ventina di saggi e una fama consolidata. Nel 1990 tenta la strada del romanzo con I samurai, storia autobiografica della sua esperienza francese. Il mondo culturale è benevolo, lo accoglie favorevolmente salvo poi colpirla con inusitata critica per i due romanzi seguenti.

Mi sono sempre chiesta cosa spinge eminenti saggisti e studiosi della lingua a rischiare di scrivere un romanzo. C’è un senso insaziabile, un’onnipotenza mal celata che a un certo punto impone di arrivare alla materia prima piuttosto che analizzarla di rimando, come un risalire alla fonte del lungo fiume di parole che è la letteratura, godere un sorso di quella purezza e come dice la stessa Kristeva nell’intervista a Le Monde, giocare con il silenzio e affrontare la pulsione di morte. In fondo lei comincia a scrivere per esprimere il lutto della morte del padre e poi della madre, per attraversare gli stati infernali della personalità. E allora, nonostante gli insuccessi incassati dalle sue ultime prove, Kristeva ha la forza di concludere un’idea nata quasi dieci anni fa, per la quale ha viaggiato, consultato testi specifici, fornendo a se stessa tutta la documentazione necessaria ad affrontare un esame severo, insomma ci ha pensato bene prima di mettere in mare una corazzata costruita negli anni, pezzo per pezzo, nel suo privato cantiere navale.

La corazzata si chiama Meurtre à Byzance (Fayard pagg. 338, euro 20), un romanzo poliziesco e ambizioso in cui storia personale e storia politica si mescolano come si mescolano i tempi storici a comporre un affresco tutt’altro che accennato nei colori. I colori sono forti, la trama complicata per un viaggio nel tempo che innesca elementi del passato come le crociate e i temi dell’oggi in due personaggi fondamentali, Stéphanie Delacour, giornalista di cronaca nera e Anne Comnène eroina vissuta nell’anno mille. Stratificato, multipiano le cui scale, alla Escher, ritornano su se stesse, Meurtre a Byzance abbraccia il genere storico, politico, poliziesco con il fine, facilmente intuibile, di un ritorno di Kristeva stessa nei luoghi di nascita, quel crogiuolo di culture che aveva prodotto l’Impero bizantino. “Thriller metafisico, autobiografia, satira politica e sociale, amore cortese” alla ricerca di un tema caro a Kristeva, l’estraneità: stavolta il responso della critica francese è indebitamente positivo.


Autore: Valeria Vigano
Fonte: L'Unità




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