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Il mondo in pacchi: Christo fascia gli alberi dei boulevard

21.04.2001

Il mondo intero, in fondo, è una scultura, una sfera policroma che gravita nello spazio celeste, se visto con l’occhio di chi cerca nelle forme della natura continui motivi per introdurre una variazione nell’ecosistema, per lasciare una traccia. L’esistente può diventare arte. Soprattutto quando l’artefice si fa ingegnere, architetto dello spazio, manager della comunicazione pur di concretizzare il proprio ambizioso progetto. È il caso di Christo e dei suoi noti impacchettamenti.

Dagli anni Sessanta, infatti, e da quel clima tutto parigino di reazione allo spontaneismo dell'informale che riportava artisti e scrittori dalle atmosfere asfittiche d'atelier alla realtà sociale, con una nuova attenzione al mondo dei media, l'artista bulgaro trapiantato a Parigi non fa che immaginare e progettare interventi che modifichino lo stato delle cose del mondo, perché è convinto che anche le forme della natura siano alla pari di oggetti, oggetti comuni appartenenti alla sfera della percezione quotidiana, a volte stereotipata.

Così gli alberi di un parco, ad esempio, quelli che fiancheggiano i viali che percorriamo tutti i giorni, finiscono per apparire morti nella quiete del loro sacrificio quotidiano di esistere, degradati ad oggetti d'arredo urbano e come tali suscettibili di un intervento di copertura o impacchettamento con grandi teloni e centinaia di metri di corda: in tal modo la loro natura di oggetti è palesemente dichiarata e diviene un pretesto per una deformazione artificiale che trasforma gli alberi in grandi sculture. I drappeggi di seta dei Wrapped Trees, i colori sgargianti, le masse sconvolte e bloccate in quella essenza totemica sostituiscono per poco tempo la visione quotidiana della passeggiata, spingendoci a gridare di rabbia se ne abbiamo voglia, o ad inaugurare per l'occasione una inedita formula di devozione verso santuari di un mondo artificiale.

Una mostra a Brescia promossa dalla Fondazione Ambrosetti Arte Contemporanea nell'elegante Palazzo Bonoris (fino al 20 maggio) offre la possibilità di analizzare in modo esaustivo i diversi momenti della vicenda creativa di Christo, consentendoci di porre in relazione la sua attività con quella della moglie Jeanne-Claude, fin dai primi anni collaboratrice artistica e manager di primaria importanza.

Gli esordi parigini dell'artista fanno riflettere sul carattere simbolico attribuito fin dall'inizio al rito dell'impacchettamento, evidente nei Packages e nei Wrapped objects del 1958: negare la forma agli oggetti quotidiani, separare significante e significato, una volta per tutte, dividere la fisicità del mondo dall' immagine che noi ci formiamo per abitudine e che conserviamo a livello inconscio; ma, al tempo stesso, vive, in quel gesto di apparente negazione, una forte carica contestataria nei confronti della società dei consumi, contro l'invadenza degli oggetti nella nostra vita.

Una tensione ideale più esplicita nel primo intervento urbano realizzato nella stretta Rue Visconti (1962) che la coppia di artisti aveva chiuso con più di duecento barili di benzina, impilati in senso orizzontale, proprio quando a Parigi si susseguivano le manifestazioni di protesta contro il muro di Berlino. Richiamare l'attenzione su un problema, determinare una frizione nella percezione del paesaggio urbano, agire suoi luoghi comuni, appaiono gli imperativi che la coppia si prefigge fin dall'inizio, anche grazie all'approdo newyorkese a metà degli anni Sessanta.

La loro opera - poiché l'intervento reale è fruibile per un periodo circoscritto o non si verifica in tempi brevi, ma solo dopo anni di faticosa attesa - è costituita soprattutto di progetti, grandi collages colorati, dove è palpabile il processo di immedesimazione nel lavoro, nella conduzione di una idea, in una dimensione di totalità progettuale paragonabile a quella di un architetto. Le operazioni si rivolgono al territorio, ai monumenti simbolici di una città, alla natura incontaminata da foto cartolina, pretendendo di impacchettare anche l'aria, come nel famoso progetto 5.600 Cubic Meter Package realizzato per l'edizione di Documenta a Kassel nel 1968.

Da questo momento i loro interventi si misurano con spazi sempre più grandi, come nel famoso Wrapped Coast, Little Bay (1969), un progetto realizzato a Sidney che prevedeva la copertura di un'intera baia della costa australiana, fino ai recenti Wrapped del Pont Neuf a Parigi e del Reichstag a Berlino, opere realizzate negli anni Novanta con idee risalenti agli anni Settanta. Come spesso accade, col passare del tempo viene meno quella carica contestataria degli esordi, per una suggestione sempre più attiva a livello formale (qualcuno ha paragonato gli ultimi impacchettamenti al drappeggio della scultura fidiaca).

Il caso Christo e Jeanne-Claude, come appare evidente dalla mostra bresciana e dal bel catalogo Skira, risulta forse meno interessante dal versante estetico, che in ogni intervento ha una formalizzazione sempre suggestiva, quanto dal lato del progetto, ovvero dell'arte che si fa progetto: sia dal punto di vista “manageriale”, sia da quello del reperimento dei fondi o della vendita finale del prodotto, che, a operazione conclusa risulta costituito da filmati, fotografie (realizzate dal fedele Wolfang Volz), progetti preliminari. L'opera è in realtà non solo il prodotto finito, ma l'intero coinvolgimento dei media attorno all' evento, secondo una prassi che sembra divenuta, con una buona dose di cinismo, patrimonio genetico delle ultime generazioni di artisti. Per l'occasione è stata tradotta in edizione italiana una curiosa biografia della coppia a cura di Burt Chernow e Wolfang Volz, edita nel 1999 a Colonia, che rappresenta una prima fonte, di agile consultazione, per ripercorrere la vicenda dei due artisti e comprendere il contesto artistico in cui ha trovato fortuna la loro opera.


Autore: Paolo Campiglio
Fonte: L'UnitÓ




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