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Multiculturali non si nasce...

27.08.2006

Alcuni recenti - e atroci - vicende di cronaca (innanzitutto, l'assassinio della giovane donna pakistana da parte del padre) pongono dilemmi etico-giuridici assai ardui: e incrociano una discussione certamente non nuova e non solo italiana. Aiutano, in questa discussione, le pagine culturali del Corriere della Sera, che in questi giorni vanno dedicando ampio spazio a una riflessione a più voci sul «multiculturalismo». Giovedì scorso, un articolo di Ian Buruma discuteva dei limiti alla libertà di parola che possono derivare dalle forme di organizzazione della rappresentanza dei diversi gruppi etnici e dalla «istituzionalizzazione» delle rispettive identità: «Uno dei grandi poteri di cui si sono impadronite le organizzazioni delle varie comunità (...) è il potere sull'uso del linguaggio. Esse stabiliscono i termini in cui le loro comunità possono essere discusse dagli altri».

L'autore suggerisce, in altri termini, che talune forme di riconoscimento e di «formalizzazione» di corpi sociali distinti su base etnica o religiosa (o più genericamente culturale) possono limitare la libertà d'espressione - dunque il dibattito pubblico - qualora le identità di questi gruppi si sclerotizzino in atteggiamenti difensivi e censori, di costante allarme e vigilanza, sulle modalità della rappresentazione che di essi si offre. Sul «Corriere» del giorno precedente, un interessante contributo di Amartya Sen discute altre possibili fallacie del multiculturalismo. L'economista indiano scrive che «la storia del multiculturalismo è un buon esempio di come un ragionamento fallace possa intrappolare la gente in nodi inestricabili, da lei stessa creati. L'importanza della libertà culturale, fondamentale per la dignità di ognuno, deve essere distinta dall'esaltazione e dalla difesa di ogni forma di eredità culturale che non tenga conto delle scelte che le persone farebbero se avessero l'opportunità di vedere le cose criticamente e conoscessero adeguatamente le altre opzioni possibili (...). La libertà culturale pretende, in primis, l'impegno a contrastare l'adesione automatica alle tradizioni quando le persone (compresi i giovani) ritengono giusto cambiare il loro modo di vivere». Secondo Sen, i modi in cui la politica occidentale va traducendo e interpretando il paradigma multiculturale possono produrre due gravi fraintendimenti: il primo antepone il valore dell'appartenenza per nascita a una comunità etnica o religiosa alla libertà di scelta che ogni «appartenenza» dovrebbe prevedere; il secondo riconosce un ruolo eccessivo al fattore religioso quale elemento distintivo di affiliazione e associazione (privilegiato, ad esempio, rispetto a quello linguistico).
All'origine dei ragionamenti dei due autori, come di molti altri, vi è il confronto (che sovente è aspra contesa) tra chi scongiura la formula multiculturale come coesistenza conflittuale di più comunità chiuse e chi, invece, in quel paradigma legge, ancor oggi, la strada per l'integrazione degli immigrati e la convivenza di più culture in una medesima società. Il problema, in questo confronto, è che spesso il suono delle formule in discussione prende il sopravvento sul necessario pragmatismo e sull'elaborazione di politiche razionali; e si finisce, volenti o nolenti, in una contesa tra «assimilazionisti» e «multiculturalisti», che smarrisce alcuni decisivi riferimenti alla realtà. Tra chi chiede agli immigrati di rinunciare - in cambio del diritto a ottenere un qualche benessere e una manciata di garanzie - a una porzione consistente della propria identità, e chi, forse non intenzionalmente, finisce col legittimare la coesistenza di mondi chiusi, di comunità etniche coesistenti in un medesimo territorio, ma definitivamente autonome e non comunicanti, esistono, grazie al cielo, molte posizioni intermedie. Esse riconoscono - innanzitutto - che il fenomeno migratorio non consente soluzioni agevoli e unilaterali; e non sottovalutano il fatto che, sempre più spesso, si intrecciano e paiono confliggere libertà d'espressione e tutela dell'identità, riconoscimento della propria appartenenza a una comunità e vincolo (e retaggio e costrizione), che quella medesima appartenenza può produrre. Ha ragione Sen, quando, dopo aver ricordato che storicamente il multiculturalismo è stato un potente strumento d'integrazione, ad esempio nel Regno Unito, scrive: «Il valore che la diversità può avere, in termini di libertà, deve dipendere proprio da come viene determinata ed affermata. Se in una famiglia conservatrice di immigrati in Inghilterra una ragazza vuole uscire con un ragazzo inglese, la sua scelta non può essere biasimata appellandosi alla libertà multiculturale. Al contrario, il tentativo dei suoi tutori di impedirglielo (cosa che accade spesso) non è affatto un atteggiamento multiculturale, dal momento che è volto a tenere le culture separate, in quella che si potrebbe definire una "pluralità di monoculturalismi"». Ma il problema è che esiste anche la famiglia inglese, che vorrebbe impedire al proprio figlio di frequentare la ragazza straniera: e che entrambe queste forme di chiusura fanno riferimento a sistemi valoriali certamente discutibili e, tuttavia, ineludibili.

La trasmissione dell'identità culturale e religiosa è un sistema complesso, di riproduzione di regole e di «rigenerazione» di tradizioni, costumi, valori. Senza questo meccanismo saremmo tutti preda della peggiore anomia. La vera sfida, allora, sta nella ricerca costante di un compromesso tra appartenenza e apertura, che passi per il riconoscimento delle specificità culturali, senza che queste si trasformino in barriere o che violino i diritti della persona. Vuol dire, ad esempio, garantire alle donne musulmane di poter indossare il velo: ma, allo stesso tempo, bandire qualunque pratica di infibulazione e mutilazione genitale (e, più in generale, qualunque forma di sudditanza al maschio). Non esiste un postulato da cui derivare una prassi definitiva e certa: si naviga a vista, ma con gli occhi ben aperti. E, mentre si vigila sulle forme asfittiche nelle quali può tradursi l'organizzazione di una comunità distinta per etnia o religione, ci si deve interrogare anche sui perché di quelle degenerazioni; e ci si deve chiedere quale sia, e che consistenza abbia, la tendenza di alcuni gruppi sociali alla «separazione» e alla chiusura: e quali siano le sollecitazioni che vengono loro affinché, a partire da quella medesima chiusura, non abbiano a contaminare troppo il nostro mondo. Insomma, la parola-chiave (pure essa irta di contraddizioni) è reciprocità. Come si dice, nel bene e nel male.


Autore: Luigi Manconi Andrea Boraschi
Fonte: L'Unità




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