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Se fosse caduta Costantinopoli...

01.12.2005

La storia con i se e i ma. Vanno di moda le «ucronie» e cioè ipotizzare come sarebbe cambiato il corso degli eventi se... Esercizi letterari divertenti ma spesso non innocui e interessati. Come è accaduto di recente nel caso dell’Islam.

«La storia non si fa con i se e i ma, non si scrive al condizionale»: chi fra noi non è più giovanissimo ricorderà senza dubbio di essersi sentito così replicare da parte magari di un suo professore di liceo. Al tempo in cui c’era ancora il liceo, e si studiava ancora la storia. Tali perentorie affermazioni erano frutto, in molti insegnanti, di un serio e radicato storicismo di segno solitamente hegeliano; anche se, molto spesso, dipendevano soltanto da un certo conformismo erudito e bignamesco col quale era ben più difficile discutere.

«Non v’è difatti interlocutore più tetragono di chi si nasconde dietro la propria ignoranza. Poi sono venute meno una per una molte certezze, le scolastiche incluse; e sono frattanto franate le ideologie. Non è detto che tutto ciò sia un male; peraltro, non tutto il male viene per nuocere. È stato un grande storico, David S. Landes, a sostenere che la storia bisogna farla proprio anche con tutti i «se» e i «ma» del caso, dal momento che proprio dall’esame delle possibili mancate conseguenze derivanti da un diverso andamento di certi fatti storici emerge con maggior forza e in tutto il suo valore il significato di quel ch’è invece avvenuto nella realtà. Opinioni del genere, frutto certo dell’inquietudine intellettuale del nostro tempo, hanno d’altro canto alimentato una vasta letteratura «cronica» o, come altri preferiscono definirla, «controfattuale».

Tutto è, attenzione, ben diverso dalla fantastoria, libero gioco di fantasia applicato alla realtà storica come la fantascienza lo è a quella scientifica. Nell’ucronia, al contrario, si tratta di studiare con molta attenzione fatti, persone, istituzioni e strutture di un dato periodo storico e, agendo su quel che Fernand Braudel definiva «l’irruzione della contingenza sul medio o sul lungo periodo», proporre di tirar rigorosamente le conseguenze da un «che cosa sarebbe accaduto se…». Il «se» dev’essere, ordinariamente, nell’ordine del possibile: ecco perché la letteratura cronica si applica di solito sui protagonisti o sulle battaglie. Che cosa sarebbe accaduto se Alessandro Magno fosse vissuto altri vent’anni invece di morir giovane, se Napoleone avesse vinto a Waterloo, se Lincoln o Kennedy non fossero caduti vittime di attentati e così via. Si possono magari anche affrontare temi più complessi: se non ci fossero state le pandemie di peste nel 1348 o nel 1630, o la Rivoluzione d’Ottobre, o la crisi economica del primo Cinquecento, o quella del 1929 eccetera. Ma su quei fatti più ampi e corali, dalle premesse tanto complesse, l’analisi controfattuale diventa più audace e meno verosimile.

L’uso dell’ucronia, che ha dato luogo anche a risultati interessanti e a qualche buon romanzo, si può controllare ad esempio dando un’occhiata a libri come Se la storia fosse andata diversamente diretto da John Collings Squire (Corbaccio, 1999) o La storia fatta con i se a cura di Robert Cowley (Rizzoli, 2001). Molti penseranno tuttavia che tali più o meno divertenti giochetti sono solo una perdita di tempo. Ma non affrettiamoci a sottovalutarli: intanto perché alcuni saggi «ucronici» sono, sotto il punto di vista della costruzione storica e dell’indagine critica, davvero notevoli; e poi perché oggi dei brandelli più o meno grossolani di ucronia sono spesso usati a scopi bassamente politici o demagogici.

Prendiamo la critica all’Islam, che sottintende non di rado un pesante preconcetto antimusulmano. Oggi, essa viene spesso introdotta, anziché da argomenti seri o almeno in apparenza tali, da un «Immaginatevi se…». La stura a questa moda l’ha data un illustre storico del Settecento, Edward Gibbon, tracciando nel suo Decadenza e caduta dell’impero romano il quadro terribile e desolato d’un Islam che, vinti i franchi a Poitiers nel 732, sarebbe dilagato spietatamente per tutta la Cristianità. Sulla sua via si sono mossi in parecchi, anche di recente. Arrigo Petacco ha sottotitolato il suo libro La croce e la mezzaluna, dedicato alla battaglia di Lepanto del 7 ottobre del 1571 (Mondadori 2005), dichiarando perentoriamente: quando la Cristianità respinse l’Islam.

Ora, l’ucronia ha un punto debole: si può bensì ipotizzare che quel che non è accaduto abbia invece avuto luogo, ma la «verità» controfattuale che al posto di quella storica si descrive (e che, per stare alle regole del gioco, dev’esser costruita nel pieno rispetto della verosimiglianza storica: impresa difficilissima) è una sola, e dev’esser presentata come assoluta. Qui sta la buccia di banana: il fatto storico ha tutta l’assolutezza di quel che è davvero accaduto; l’ipotetica controproposta ucronica presenta invece un modo solo tra quelli, infiniti, secondo il quale le cose avrebbero potuto verificarsi se non fossero andate come invece lo sono nella realtà.

Al di là di questa debolezza concettuale, ch’è inaggirabile (le «controstorie» di ciascun fatto storico sono per loro natura infinite, quindi la loro narrazione inesauribile), ve n’è una molto più semplice e umile, ma ben concreta: il fatto che troppo spesso il «controstorico» autore di scritti cronici maneggia maluccio il mestiere di storico. L’assunto di Arrigo Petacco, ad esempio, è improponibile: a Lepanto la «Cristianità» non respinse affatto l’Islam per vari motivi: perché quella battaglia non era all’interno di una guerra per la fede, ma solo del conflitto scatenato dai turchi per strappar Cipro ai veneziani (cosa che riuscì loro: Lepanto è una battaglia vinta all’interno di una guerra perduta); perché i turchi, anche se avessero vinto a Lepanto, non avrebbero comunque mai avuto la forza per occupar l’Europa e abbattere la cristianità, né tale era la loro intenzione; che in quell’episodio navale non si scontrarono Cristianità e Islam, bensì alcune potenze cristiane (il papa, la Spagna, Venezia) e una musulmana (i turchi ottomani). Altre potenze cristiane, come il Sacro Romano Imperatore, stettero a guardare e forse avrebbero preferito veder vincere i turchi a scapito della Spagna e di Venezia (e i protestanti a scapito del papa); mentre lo shah persiano, ch’era musulmano anche se sciita, fu l’unico a rallegrarsi sinceramente per la disavventura subita dal suo rivale, il sultano d’Istanbul.

Ma quel che più colpisce è il fatto che chi si serve di argomenti ucronici per tirar l’acqua al suo mulino politico sceglie sovente argomenti ed episodi storici deboli. Tali sono Poitiers 732 e Lepanto 1571: basta una conoscenza della storia appena un po’ più che bignamesca per capir che, se davvero si vuol sottolineare la terribilità e la barbarie dell’Islam, bisogna ricorrere a esempi più forti e impressionanti.

Uno, ad esempi. È strano che nessuno lo usi: sarebbe altro che Poitiers, altro che Lepanto. Immaginatevi un istante che cosa sarebbe accaduto se il sultano Maometto II, che si presentò con tutto il suo sterminato esercito e un potentissimo parco d’artiglieria sotto le mura di Costantinopoli nella primavera del 1453, fosse davvero riuscito nel suo intento e avesse conquistato la capitale dell’impero bizantino.

Le conseguenze dell’espugnazione di Bisanzio sarebbero state davvero epocali, disastrose: allora sì che si può supporre che la Cristianità non avrebbe retto, che forse sarebbe stata sul serio spazzata via. I Balcani, dove il solo albanese Scander Beg stava resistendo, avrebbero ceduto e si sarebbero fatti tutti vassalli dei turchi, come già erano da oltre mezzo secolo i pur cristianissimi serbi. La Chiesa ortodossa, restata senza la guida del patriarcato costantinopolitano, si sarebbe polverizzata: in conseguenza di ciò, forse, sarebbe entrata in crisi la stessa ortodossia russa, e oggi l’Islam dominerebbe da mezzo secolo su Kiev e su Mosca. Ma la mancanza di un antemurale balcanico e russo avrebbe travolto la stessa Polonia e perfino la Germania. I tedeschi, già scontenti della Chiesa di Roma (come hanno dimostrato nel primo Cinquecento con la Riforma) non avrebbero atteso un riformatore cristiano: si sarebbero dati in massa al Corano.

Per non parlar dell’Europa occidentale, dove in seguito alla caduta della città si sarebbe probabilmente arrestato il flusso dei capolavori letterari e delle fonti greche antiche verso l’Occidente: la caduta di Costantinopoli avrebbe inaridito le fonti dell’umanesimo e non avremmo avuto il Rinascimento. D’altro canto, la sconfitta avrebbe comportato il nascere di polemiche e di reciproche ritorsioni tra quelle potenze occidentali che si erano date da fare per proteggere la città. Genovesi e fiorentini, travolti dalla prospettiva d’una rovina economica dipendente dalla chiusura dei loro empori nella capitale bizantina divenuta turca, si sarebbero probabilmente accordati con il sultano, se non altro in odio a Venezia. Il ducato di Milano, alleato dei fiorentini e del re di Francia, avrebbe appoggiato il loro progetto antiveneziano. Inghilterra, Borgogna e impero sarebbero a quel punto con ogni probabilità scesi in guerra non tanto in difesa di Venezia, quanto contro la Francia: la guerra dei Cent’Anni, che ormai stava esaurendosi, avrebbe ripreso a infuriare. Il papa di Roma, dopo aver invano invocato la concordia dei cristiani necessaria per indire una nuova crociata, non avrebbe potuto che scomunicare il re di Francia, il duca di Milano, i genovesi e i fiorentini rei di favorire indirettamente il Turco pur di conseguire i loro vantaggi economici e politici. Ma la Francia aveva già fin dal 1438, con la «Prammatica Sanzione» di Bourges, fatto nascere una Chiesa nazionale gallicana e minacciato lo scisma. L’unità dei cristiani sarebbe volata in pezzi circa sessant’anni prima di quando ciò in realtà non accadde con la riforma. Un conflitto di questa portata avrebbe probabilmente coinvolto anche Spagna e Portogallo, se non altro perché i turchi vittoriosi avrebbero senza dubbio assalito il regno aragonese dell’Italia meridionale ed esso avrebbe dovuto chieder aiuto alla madrepatria. Ciò avrebbe prosciugato le risorse iberiche disponibili e interrotto gli esperimenti di esplorazione atlantica: non avremmo avuto né un Colombo né un Vasco de Gama, non avremmo circumnavigato l’Africa né scoperto il Nuovo Mondo.

A questo punto, però, il lettore avveduto si domanderà se l’estensore di queste righe non si sia abbandonato ad eccessive libagioni. Perché, com’è noto, il Turco ha davvero conquistato Costantinopoli, e nessuna delle conseguenze qui esposte si è verificata (a parte un modesto intensificarsi delle conversioni all’Islam nel sud dei Balcani).

Questa era naturalmente una provocazione. Tesa ad ammonire che non si deve scrivere né di storia né di ucronia per farne pretestuoso uso politico. E per ricordare che l’ucronia, correttamente costruita, contribuisce a rafforzare il senso e ad approfondire la comprensione di quanto è storicamente accaduto, non a seminar confusione o scetticismo. E tanto meno a servir da base di partenza per sostener le dotte tesi islamologiche del ministro Calderoli o della signora Fallaci.


Autore: Franco Cardini
Fonte: L'Unità




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