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I «cancelli» arancioni di Central Park

12.02.2005 - New York

All’alba di questa mattina una squadra di seicento operai, in gruppi di otto, apriranno i settemila e cinquecento «Gates», distribuiti lungo trentasette chilometri di sentieri a Central Park. Archi in tubolare quadrangolare di vinyl color arancio, alti quasi cinque metri, lasceranno pendere al vento pannelli di tessuto dello stesso colore. Visti dall’alto daranno l’impressione di un fiume dorato che scorre attraverso il parco al centro di Manhattan

A questo progetto Christo e Jeanne-Claude hanno lavorato dal 1979. Capelli color zafferano lei, sale e pepe lui, arrivano l’altro giorno al teatro del Museum of Modern Art, dopo una proiezione dedicata al loro lavoro per rispondere alle domande del pubblico. Una folla di ragazzi, adulti, curatori e appassionati d’arte si alza in piedi al loro passaggio e li applaude. «Non vogliamo mandare nessun messaggio, i Gates non simboleggiano niente. Sono una inutile opera d’arte», ci tiene a sottolineare subito Christo. Jeanne-Claude, gli toglie il microfono di mano e aggiunge: «Il color zafferano, non è per copiare quello dei miei capelli. L’abbiamo scelto per contrastare l’argento degli alberi brulli in pieno inverno». Spazzano subito via quindi l’idea che la loro fosse una scelta buddista, suggerita anche dal fatto che questi pannelli al vento ricordano le preghiere che sventolano in cima ai monasteri tibetani. Invece, non è niente di tutto questo, assicurano gli artisti, una coppia di ferro, nella vita e nell’arte fino dal 1958 quando si incontrarono a Parigi perché la madre di lei, Precilda de Guillebon, chiese a lui di farle un ritratto.

All’epoca Christo Vladimirov Jachacheff, bulgaro, figlio di una famiglia di industriali, preferiva impacchettare oggetti, tipo bottiglie, lattine, piuttosto che raffigurarli. Purtroppo, però, nessuno li comprava, sicché per sopravvivere era costretto a dipingere in maniera formale. Jeanne-Claude era nata il suo stesso giorno, il 13 giugno del 1935, a Casablanca dove il padre ufficiale era in missione. Appena si videro scoprirono di essere fatti uno per l’altra. E due anni dopo, nel 1960, nacque Cyril, l’unico figlio, diventato poeta e scrittore.

A New York arrivarono nel 1964. Si stabilirono in una casa di mattoni su cinque piani a SoHo e da allora vivono ancora lì. Il loro primo pensiero fu di dedicare un progetto alla città che li aveva accolti. Prima volevano impacchettare due edifici, poi il MoMA e il Whitney Museum, ma non riuscivano mai ad ottenere i permessi. Nel 1979, dopo essere ormai collaudati con opere come l’impacchettamento del museo di Arte Contemporanea di Chicago (1969), del pezzo di costa a Little Bay in Australia, della fontana di Piazza Mercato e della torre medievale di Spoleto, del Khunstalle di Berna, dei monumenti a Vittorio Emanuele, in Piazza del Duomo, e a Leonardo da Vinci, in piazza della Scala, a Milano (1970), delle mura aureliane a Roma, dopo avere installato la Valley Courtain, la tenda sospesa sulla statale 325 in Colorado, e la Running Fence in California, concepirono l’idea dei Gates. i cancelli, da realizzare a Central Park.

In cantiere per ventisei anni, la loro ultima installazione durerà solo sedici giorni, da oggi al 27 febbraio. Poi rimarrà soltanto nella memoria e nelle opere preparatorie, vendute dai due artisti per finanziare di tasca propria il progetto.
Il lavoro di Christo e Jeanne-Claude è all’insegna dell’impermanenza. Esiste oggi, ma domani non c’e’ più. Non è solo opera della loro fantasia e del lavoro. «Ci facciamo prestare un posto per qualche giorno e su questo interveniamo. La natura, dunque, diventa parte integrante dell’opera d’arte», fa notare Christo. Anche l’aspettativa del pubblico è una componente di queste loro opere, attese per anni e destinate poi a vivere solo nel ricordo di chi ha avuto occasione di vederle.

Ottenere i permessi per realizzare progetti ambiziosi come circondare di tessuto rosa 10 isole nella baia di Biscayne, in Florida, oppure sospendere nel vuoto 3 mila e cento ombrelli alti sei metri e larghi più di otto, in contemporanea a Tejon Pass, a nord di Los Angeles, e a Ibaraki, a nord di Tokio, non è facile. «L’arte è un ponte», sottolinea Christo. «Sono nato in un paese comunista come la Bulgaria, dove per un artista la libertà è la prima cosa e la libertà è nemica del possesso». Ecco perché le installazioni sue e di Jeanne-Claude nessuno le può comprare. Hanno la libertà di esserci oggi e di scomparire domani.


Autore: Fiamma Arditi
Fonte: L'Unità




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