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Foggia: i 1200 disperati nella bidonville sui binari

24.07.2006 - Foggia

Foggia, stazione centrale: benvenuti nella Beirut ferroviaria di Capitanata. Ecco gli invisibili viandanti del terzo millennio, in fuga dalla guerra, dalla fame o dalle persecuzioni. Esseri umani costretti a faticare dall'alba al tramonto senza garanzie, per pochi spiccioli. «Vede quei postali e quelle celle frigorifere: sono piene di amianto e dentro ci dormono tante persone» spiega il ferroviere-sindacalista Ciro Amorico. Saliamo a bordo.

Ci apre Ivo, bulgaro di 60 anni e racconta: «Vivo in questo vagone da due mesi. Sono in Italia da un anno e mezzo: ho raccolto mandarini e arance a Rosarno in Calabria. Appena racimolo un po’ di soldi me ne torno in Bulgaria. Qui si dorme poco e male ma resisto». Un giovane polacco, poco più in là, apre il suo sarcofago e ci accoglie. Dentro l'aria è irrespirabile. Ci saranno oltre 40 gradi.

«Mi chiamo Zibi e ho 41 anni»: è tutto quello che dice. Ha paura. Va meglio con Amhed e i suoi dieci compagni iracheni. «Nel nostro paese c'è la guerra, non sappiamo dove andare. Di giorno dormiamo sotto i treni per via del caldo insopportabile. Andiamo a mangiare alla mensa Caritas; ci arrangiamo lavorando nei campi». La chiamano «Jurassik Park»: convogli di rifiuti tossici, locomotive, carri merci, vagoni postali e passeggeri foderati di crocidolite (amianto blu) stagliano a cielo aperto la loro sagoma color ruggine. Qui dentro hanno trovato rifugio migliaia di migranti e clandestini, compresi i bambini. Identificarli o contarli è semplicemente impossibile per via della diffidenza.

Di giorno ma soprattutto di notte il cimitero dei treni è frequentato da presenze umane, i cosiddetti «senza fissa dimora», manodopera a buon mercato e senza diritti. Arrivano dai paesi dell'Est (Polonia, Bulgaria, Ucraina, Romania, Macedonia, Kosovo) e dal Nordafrica (Marocco, Algeria, Tunisia). I migranti, ignorando il rischio mortale hanno trasformato i micidiali vagoni in alloggi di fortuna. E nessuno li ha avvisati del pericolo. In alcuni casi, i carri abbandonati sono ridotti a rottami. In giro neppure l'ombra di un cartello ammonitore o di un divieto di accesso che segnali la presenza del minerale cancerogeno. «Le Ferrovie dello Stato se ne fregano della nostra salute e di quella dei cittadini. Un giorno o l'altro, durante le manovre di spostamento dei convogli, succederà che investiremo involontariamente qualcuno» denunciano alla magistratura 60 manovratori dello scalo di Capitanata.

«Dormiamo in questo carro perché non sappiamo dove andare - racconta Ghanam -. Adesso raccogliamo i pomodori per 2 euro l'ora. Poi passeremo all'uva». I ferrovieri chiedono l'anonimato perché temono rappresaglie aziendali, da quando Trenitalia ha deciso di imporre per contratto l'obbligo di non parlare con i giornalisti. «La nostra azienda ha trasformato questa prestigiosa stazione in una discarica: nel fascio merci fanno arrivare soltanto carri pieni di rifiuti che restano accantonati per tanto tempo. Diventano così una dimora per centinaia e centinaia di nomadi ed extracomunitari senza casa. Dia un'occhiata ci sono intere famiglie che a stento sopravvivono». Disponibilità di manodopera a basso costo e difficoltà degli imprenditori agricoli meridionali a stare al passo con le regole democratiche. Ecco spiegato il dramma degli oltre 30 mila clandestini - i dati sono dell’Università di Bari, della Cgil e dell’Osservatorio sulla criminalità - che vagabondano per le campagne del Mezzogiorno come servi della gleba, alla ricerca di un lavoro incerto e malpagato. Sopravvivono in casolari senza luce e senz'acqua, facile preda dei rapaci caporali di turno. Il caporalato riguarda attualmente circa 200 mila persone.

Ma il fenomeno non investe solo il Sud ma anche il Settentrione, da Reggio Emilia alla Lombardia. Diverse cooperative fittizie del profondo Nord, hanno il compito di trattare forza lavoro in affitto. «È indubbia la connivenza tra aziende agricole e caporali - argomenta Daniela Marcone, garante nazionale dell'associazione Libera di don Ciotti e Rita Borsellino -. Queste ultime si servono dei caporali per evadere la contribuzione previdenziale e dimezzare il salario. Se le braccianti lavorano 200-250 giornate all'anno, le aziende ne dichiarano 60, al massimo 100». Dai riscontri della magistratura si evince che una parte consistente del caporalato è legata alle organizzazioni mafiose e svolge una funzione di riciclaggio e accumulazione di capitali, controlla il territorio attraverso i lavoratori e le imprese agricole.

Eccoli i senza terra, una zappa e due mani: braccianti, coltivatori, mezzadri, specie in via di estinzione. Come Alfredo Porrelli e Matteo De Biase. Da 20 anni lottano in difesa di diritti elementari, come il pagamento del prodotto conferito all'Aima e alle associazioni di produttori, denunciando le ramificazioni camorristiche. «In diverse occasioni i soci delle associazioni agricole sono stati invitati a pagare per evitare ritorsioni» scrivono in una lettera indirizzata all'Antimafia. Nelle campagne levantine per le donne immigrate vendere le proprie braccia o il resto del corpo può essere una differenza di poco conto. Lo attesta la storia di Anita - polacca d'origine - oggi ospite di una comunità protetta, fino a qualche tempo fa costretta a soddisfare le voglie del padrone italiano, pur di sopravvivere.

I braccianti vivono gli immigrati più come una minaccia che come compagni di una battaglia comune contro lo sfruttamento. Perché sono proprio gli «extracomunitari» involontariamente, a buttarli fuori dal mercato del lavoro, abbassando il costo delle proprie braccia. Per la paga gli «stranieri» fanno accordi con le aziende, 10 euro a giornata. Ma adesso rimangono per tutto l'inverno. Insomma, fantasmi in carne e ossa da ridurre in schiavitù contro la forza lavoro locale. Da Pescara a Palermo, transitando per il Gargano o il Salento, il lavoro - sottoremunerato, precario, flessibile - non è confinato soltanto nei campi, nelle maglierie e nei cantieri edili. La luccicante economia del turismo si regge quasi interamente sullo sfruttamento.


Autore: Gianni Lannes
Fonte: L'Unità




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