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Sofia, quando Berlinguer doveva morire

06.07.2006

Nell'ultimo numero di ottobre del 1991 Panorama pubblicò un'intervista di Giovanni Fasanella a Emanuele Macaluso, nella quale l'autorevole dirigente del Partito comunista italiano, da poco divenuto Pds, rivelava che l'incidente automobilistico del 3 ottobre 1973 a Sofia, dal quale il segretario del Pci Enrico Berlinguer era uscito miracolosamente indenne, era stato in realtà un attentato. La rivelazione, in seguito suffragata da un'intervista all'Unità della signora Letizia, vedova di Berlinguer, suscitò una vasta eco e reazioni contrastanti.

Nel numero successivo della rivista, a sostegno delle dichiarazioni di Macaluso, Fasanella delineò i rapporti assai tesi e conflittuali fra la leadership sovietica e Berlinguer fin dalla sua ascesa alla vicesegreteria del partito, nel marzo 1969. Infine, insieme a Corrado Incerti, si recò in Bulgaria e su Panorama del 9 e 16 novembre 1991 ricostruirono insieme l'attentato attingendo a testimonianze autorevoli e fonti inedite che ne documentavano la dinamica e le motivazioni. Quindici anni dopo Fasanella e Incerti hanno ripreso quella indagine e l'hanno arricchita con nuovi documenti provenienti dall'archivio storico del Pci, dal dossier Mitrokhin e dall'inchiesta dei giudici Ionta e De Ficchy sui finanziamenti di Mosca al Pci; inoltre, si sono giovati di nuove testimonianze della famiglia Berlinguer e dello stesso Macaluso. Ne è venuta fuori un'inchiesta giornalistica che non si limita a raccontare un episodio oscuro, oggetto, a suo tempo, di un clamoroso scoop, ma ci restituisce a grandi linee, il quadro dei rapporti fra il Pci e il Pcus negli anni Settanta, le loro differenze e le aspre tensioni, i temi del loro contrasto e i colori di due «mondi» diversi, sempre meno comunicanti fra loro. Fasanella e Incerti raccontano la storia a un vasto pubblico operando sulla sedimentazione della sua memoria in modo efficace e utile a far percepire la verità di vicende rilevanti del passato, dalle quali vengono molte spiegazioni alle vicende successive della politica italiana: per esempio, la vitalità del nuovo partito sorto dalle ceneri del Pci che non sarebbe pensabile se la sua storia fosse stata quella d'un partito comunista tipico.

Che l'incidente automobilistico occorso a Berlinguer in Bulgaria fosse in realtà un attentato non può essere documentato in modo incontrovertibile sia perché, già ai tempi dell'inchiesta di Panorama, Fasanella e Incerti verificarono la distruzione sistematica dei documenti che avrebbero potuto acclarare l'accaduto, sia perché, quando i servizi segreti compiono azioni di tale natura, difficilmente lasciano tracce che permettano di decifrarle. Ma i due autori hanno raccolto una messe copiosa di testimonianze e indizi che conforta la tesi dell'attentato, di cui del resto Berlinguer per primo ebbe subito percezione. Gli appunti inediti di Berlinguer sul primo colloquio avuto con il premier bulgaro Zhivkov nell'ottobre '73, di cui Fasanella e Incerti hanno preso visione presso l'Istituto Gramsci, descrivono un conflitto acutissimo sulla repressione della Primavera di Praga e dimostrano quanto Zhivkov fosse più rigido dello stesso Breznev nella politica internazionale del campo socialista; ma il verbale inedito dell'incontro fra Berlinguer e Breznev di pochi mesi prima, custodito anch'esso dall'Istituto Gramsci, dimostra che il dissidio originato dall'intervento sovietico in Cecoslovacchia nel '68 non si era mai sopito e che anche con Breznev Berlinguer teneva ferma la posizione «di principio» del Pci. Si tratta di un capitolo cruciale della storia del Pci che ebbe grandi implicazioni per la politica italiana, per la politica sovietica e per gli equilibri della guerra fredda in Europa.

Procedendo per rapidi cenni, sotto la leadership di Berlinguer (ma già prima con Longo) nei primi anni Settanta il Pci oltrepassava i suoi vecchi confini e cominciava a porsi in sintonia con i processi di modernizzazione di cui erano protagonisti non solo la classe operaia ma anche i nuovi ceti medi, i movimenti giovanili e femminili, l'intellettualità diffusa. Saltati gli equilibri del regime di bassi salari e bassi consumi su cui si era basato il «miracolo economico», il paese era alla ricerca di un nuovo modello di sviluppo ed esigeva un profondo ricambio di classi dirigenti. Ma questo era bloccato dal fatto che il più grande partito di opposizione era un partito comunista che, contrariamente a quanto i suoi avversari interni e internazionali avevano sempre pensato, man mano che il paese cresceva diventava sempre più forte; non gli si poteva dunque negare legittimità, ma si cercava comunque di escluderlo dall'area di governo. Consapevole del fatto che, a causa dei vincoli internazionali, il ricambio delle classi dirigenti non si poteva perseguire con una «normale» strategia dell'alternanza, Berlinguer aveva avviato la ricerca di un nuovo patto fra le forze politiche fondamentali della Repubblica per cercare insieme nuove soluzioni di governo, basate su rassicurazioni reciproche.

Insomma, la strategia del «compromesso storico», enunciata da Berlinguer nel terzo articolo delle sue "Considerazioni sui fatti del Cile" pubblicato su Rinascita poco dopo la visita in Bulgaria, era già stata tracciata nel congresso di Milano del marzo 1972 (il congresso nel quale era stato eletto segretario). La crisi del centrosinistra e gli spostamenti provocati dalla «rivoluzione sociale» del 1968-69 facevano del Pci un oppositore sempre più influente e ascoltato nelle più delicate decisioni di governo. Erano cambiati anche i regolamenti parlamentari, che rendevano le posizioni del Pci sempre più vincolanti per il governo. Lo slogan agitato nei discorsi e nei comizi, che senza il Pci non si potesse governare, rispecchiava insomma un mutamento reale della situazione, grazie al quale, pur restando all'opposizione, il Pci era diventato una forza di governo. Elemento fondamentale della sua evoluzione fu la politica internazionale.

Nell'agosto '68, condannando l'invasione sovietica in Cecoslovacchia, il Pci aveva spinto le sue divergenze da Mosca fino ai limiti di un aspro conflitto. Esse riguardavano sia la concezione della democrazia e del socialismo, sia la politica di potenza dell'Urss. L'appoggio del Pci alla Ostpolitik di Brandt aveva un carattere diverso dal gradimento che di essa esibiva Mosca poiché per il Pci promuovere la distensione significava favorire la riforma del «socialismo reale», mentre per il Pcus essa doveva limitarsi a rafforzare il bipolarismo e la stabilità della sfera di influenza sovietica in Europa. Inoltre, nel processo di distensione, culminato negli accordi di Helsinki del 1975, il Pci faceva da sponda all'azione decisa di monsignor Casaroli e del Vaticano in difesa dei «diritti umani». Infine, esso si avviava a riconoscere le alleanze internazionali dell'Italia. Fino all'avvento di Gorbaciov la stabilità dei blocchi era il cardine della politica estera dell'Urss. Ma, poco dopo l'elezione alla segreteria, Berlinguer aveva promosso un riallineamento complessivo della politica internazionale del Pci che, muovendo dall'obiettivo di «un'Europa né antisovietica, né antiamericana», pervenne rapidamente a riconoscere che per il tipo di socialismo a cui il Pci guardava l'appartenenza dell'Italia alla Nato non era un impedimento, ma piuttosto una garanzia. Ultimo, ma non meno importante, dal '71 gli Stati Uniti avevano scongelato la situazione internazionale della Cina e allacciato con essa relazioni importanti in funzione antisovietica.

Dal canto suo il Pci auspicava una evoluzione multipolare degli equilibri mondiali e nel '79 si pronunciò solennemente per il riconoscimento del ruolo di grande potenza della Cina. Nella visione dicotomica della guerra fredda, che con Breznev si era ulteriormente irrigidita, non era tollerabile che un partito comunista perseguisse una politica internazionale autonoma da Mosca e, secondo la logica amico-nemico tipica della guerra fredda, il Pci passava dal rango di alleato infido a quello di sfidante pericoloso. In verità la politica di Berlinguer aveva effetti destabilizzanti per il blocco sovietico. Essi procedevano lungo tre direzioni: la prima riguardava le relazioni sovietiche con gli Stati Uniti, che avrebbero potuto avere seri contraccolpi se il Pci fosse arrivato al governo, poiché ciò avrebbe provocato gravi reazioni americane. La seconda riguardava l'effetto domino che una politica estera italiana influenzata dal Pci avrebbe provocato nei paesi dell'Est europeo, sempre più insofferenti verso il dominio sovietico. Malgrado la normalizzazione della Cecoslovacchia, all'interno dei partiti comunisti dell'Europa centrale e orientale non mancavano correnti «riformistiche» che guardavano alla politica di Berlinguer con interesse. La terza direzione era la politica dei «diritti umani» che colpiva le fondamenta del totalitarismo sovietico. La dottrina dell'eurocomunismo non era stata ancora proclamata, ma il Pci già la praticava nei fatti e nella seconda metà degli anni Settanta essa avrebbe registrato convergenze significative con l'eurosocialismo di Willy Brandt, Olaf Palme, Bruno Kreisky e François Mitterrand.

L'inchiesta di Fasanella e Incerti su Panorama rivelò che nei primi anni Settanta la politica di Berlinguer aveva interlocutori attivi persino in Bulgaria e in seguito Gorbaciov avrebbe testimoniato che il comunismo italiano, da Gramsci a Berlinguer, aveva influenzato anche i riformatori sovietici della sua generazione. Si può fondatamente ritenere, quindi, che i servizi segreti bulgari, d'intesa con quelli sovietici, pensassero di fermare Berlinguer simulando un incidente mortale. In sintesi, dopo il '68 l'Europa centrale e orientale era divenuta un terreno sempre più instabile per il potere sovietico; la politica del Pci, la sua crescente influenza internazionale, il suo avvicinamento all'area di governo erano un fattore di destabilizzazione tanto più insidioso perché ancora interno al movimento comunista internazionale. Inoltre, il suo radicamento in un paese democratico, l'evoluzione della sua cultura politica e la sua visione della democrazia e del socialismo postulavano un rivolgimento profondo dei paesi socialisti e ne facevano un polo di attrazione per le correnti riformistiche operanti al loro interno.

Partendo dall'attentato, il libro di Fasanella e Incerti annoda vicende ed episodi della politica sovietica, europea e italiana di quegli anni che ci restituiscono un'immagine del Pci quale effettivamente era e che le metanarrazioni ideologiche sopravvenute alla fine del comunismo sovietico hanno tentato di stravolgere e di cancellare. Quando Fasanella pubblicò l'intervista a Macaluso, dirigenti di primo piano di tradizione riformistica come Galluzzi e Bufalini, e lo stesso Natta, si rifiutarono di credere che si fosse trattato di un attentato: non solo non ne avevano avuto contezza, ma non l'avevano neppure sospettato e nemmeno ora lo ritenevano credibile. Eravamo alla fine del 1991, il «socialismo reale» era finito, il Pci si era trasformato in Pds raggiungendo i ranghi dell'Internazionale socialista e anche l'Urss si stava dissolvendo. Tuttavia quei dirigenti, che avevano condiviso l'intera parabola della differenziazione del Pci dall'universo sovietico, sebbene avessero vissuto non solo i travagli di un conflitto sempre più aspro, ma anche le vicende terribili dell'infiltrazione sovietica nel terrorismo italiano, conservavano ancora un'immagine benevola e amichevole dell'Urss: introiettata in una vita di appartenenza al mondo comunista, essa resisteva persino alla sua fine e alla fine del Pci.

«Sofia 1973: Berlinguer deve morire»

Da sabato sarà in edicola con l'Unità (a euro 5,90 più il prezzo del giornale) il libro di Giovanni Fasanella e Corrado Incerti: Sofia 1973, Berlinguer deve morire. È il racconto di un episodio avvenuto il 3 ottobre '73: si sta concludendo una visita ufficiale del segretario del Pci, Enrico Berlinguer. Mentre è diretto all'aeroporto la sua auto viene investita da un camion. Si salva miracolosamente, muore l'interprete, sono feriti due dirigenti comunisti bulgari. Per 18 anni la notizia è avvolta nel segreto. Il senatore del Pds Emanuele Macaluso la rivela a Panorama nel 1991 e avanza l'ipotesi di un attentato dei servizi dell'Est che avversavano l'eccessiva autonomia dai sovietici dei comunisti italiani. Alcuni familiari del segretario confermano: Enrico manifestò a casa i suoi sospetti, fu un attentato. Gli autori sono andati in Bulgaria, hanno raccolto documenti e testimonianze che ribadiscono: quel giorno Enrico Berlinguer doveva morire.


Autore: Giuseppe Vacca
Fonte: L'Unità


Per approfondire: Enrico Berlinguer - Sofia 1973: attentato o incidente?



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