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Le scarpe laccate della sarta ignota

30.01.2006 - Dupnitza

Le scarpe sono molto belle (in italiano testo originale, ndr). Italiane. Il cliente italiano le paga almeno 150 euro. Le calza ed è contento. Lucide, robuste, comode. Duemila chilometri più in là. Da qualche parte nei Balcani. Dove l’italiano non ha mai messo piede o al massimo è venuto per cacciare cervi. Qui queste scarpe uccidono. Stringe fino allo svenimento. Puzzano fino a toglierti il respiro.

Le scarpe europee con l’etichetta italiana sono in realtà bulgare. Fra le mani di Vessela ogni giorno ne passano 250-300 paia. Lei le ricama e le incolla. La puzza brucia i polmoni e lascia la gola amara, dall’ago le dita diventano ruvide come carta vetrata. Per 150 leva al mese (lo stipendio minimo, circa 75 euro, ndt)

Quasi come in una poesia di Vaptzarov. Solo che accade nel XXI secolo. Sulla soglia dell’Europa. Vessela Kitanova è minuta, una piega inevitabile sulla strada delle scarpe lucide dal buio stabilimento verso il parquet europeo. E’ una fra le tante. Due sue colleghe non sono più fra i vivi.

Ma altre arriveranno per dare loro cambio.

Naturalmente, se non fosse per Rajna e Pavlina, il nome Euroshoes sarebbe rimasto noto solo a Dupnitza. Adesso parlano tutti: “La fabbrica della morte. Orribile. Disumano. Povere donne, poveri orfani…” Sarà così per 2-3 settimane. Poi se ne dimenticheranno tutti. Fino al prossimo lutto, dice il marito di Vessela.

Alcuni giorni fa gli dicono al telefono: “Tua moglie non sta bene, è svenuta nello stabilimento”. Non ci ha più visto. La stessa settimana avevano seppellito Pavlina. La mia Vessela sarà la prossima, rabbrividisce Kiril. Dalla fabbrica hanno rifiutato di chiamare l’ambulanza. Hanno paura. Terzo caso in un mese – avrebbero dovuto dare spiegazioni e il medico in fabbrica non è ancora stato attivato. L’hanno rinfrescata con un po’ di acqua, l’hanno tirata su in una qualche maniera e l’hanno mandata a casa. “Vai a casa che ti passa.” Le hanno pure dato uno che l’accompagnasse. Pur di non farla morire sul luogo di lavoro.

Il marito la porta con un taxi al Pronto soccorso. 160 pulsazioni, la pressione 150 a 93, vicino ad un ictus, dicono i medici. La salvano. La mandano all’ospedale. Kiril ha preferito quello privato. Lì il letto costa 12,50 leva e i medici ti curano veramente. Una borsa di medicinali, che costa 60 leva. La sarta delle scarpe europee però ne ha solo 40 – gli ultimi soldi del portafoglio del marito.

Come dipendente di BDZ (le ferrovie bulgare, ndt) Kiril ha uno stipendio di 250 leva (125 euro). Non se ne lamenta, sa che c’è chi sta peggio. Chissà le altre donne della fabbrica – quasi tutti hanno dei debiti in banca per tirare avanti. Adesso tremano per non perdere il lavoro. Vessela non ha paura. E’ pronta a raccontare la verità sulla “fabbrica della morte”. Come lei e le sue college respirano i veleni dal 7,30 del mattino. Come nascondo le colle sotto i tavoli, quando sentono che in fabbrica è arrivato un ispettore. Come prima della morte di Rajna e Pavlina le operaie cucivano scarpe ogni sabato per 10 leva. Come le facevano recuperare i 15 minuti di pausa per mangiare e andare in bagno.

Quando faccio la merenda, mi basta per tutto il giorno. Dagli odori nello stabilimento non ho appetito. E poi Dio me ne salvi che mi veda un qualche capo: “Qui non è un albergo”, urla come una guardia, come se la merenda l’avessi rubata. Le colleghe non osano parlarne. Non parlano più nemmeno con me, perché non sto zitta. Nessuna è venuta a trovarmi in ospedale. Dalla paura. Non le incolpo. Devono pensare alla famiglia, hanno dei debiti, non hanno scelta. Il lavoro le uccide, ma nessuna vuole che la fabbrica chiuda. La disoccupazione è peggio dall’incubo schiavista, dice Vessela. La voce esce malapena dalle labbra screpolate.

Io non ne posso più. Non voglio che le mie figlie piccole crescano senza madre. Guardate le mie analisi, come se fossi una vecchia. Chi crederebbe che ho solo 28 anni.

L’anemia è comparsa dopo la nascita della seconda figlia. Lavorando in fabbrica, le è venuta anche la gastrite, pressione alta e zuccheri nel sangue fuori dal normale. Sono comparsi anche problemi cardiaci…

Si è trasformata in uno scheletro – 42 chili con le scarpe, aggiunge il marito con un sorriso amaro. Tutto per colpa delle colle. In fabbrica è entrata sana. Adesso i veleni ce li ha dentro. Sapete cosa vuol dire andare vicino alla propria moglie e sentire l’odore della colla? Anche se mangiasse tutto il tubetto del dentifricio, l’odore rimane. Come un fantasma che la tormenta anche quando è lontana dal lavoro.

Vessela comincia a lavorare nella fabbrica italiana 10 anni fa. Interrompe per la nascita delle due figlie. Nel 2001 viene lasciata a casa. Ritorna in maggio dell’anno scorso. “Non durerò molto. Quando i giorni di malattia finiscono, mi cacceranno via. Chissà, forse mi fanno un favore.”

Lo dice, ma non crede di trovare un lavoro migliore. A Dupnitza ci sono un sacco di ditte sartoriali e di scarpe. Ovunque la stessa cosa. Anche se andasse dall’altra parte della Bulgaria, sarebbe la stessa cosa. Perché fare il sarto in Bulgaria non è un mestiere, ma una condanna. Senza amnistia. “Se scappa dalla fabbrica, mia moglie va a fare la cameriera in un qualche bar. Non vedo altra soluzione”, dice Kiril.

Però il marito nutre delle speranze. Una è che riesca a condannare i padroni della moglie. “Non credo che tu ci riesca”, spegne gli entusiasmi del marito Vessela. “Il padrone è ricco, ha un aereo privato che lo porta dell’Italia. Pagherà quello che sarà necessario e la scamperà”.

“Non è così, Vesse”, insiste il marito. Siamo obbligati a provare. Per difendere i nostri diritti. Per non dimenticare.” L’altra speranza è per il 2007. Speranza di regole, sicurezza, stipendi decenti. Vessela e Kiril sono disperati, ma credono. In Europa le scarpe non uccidono.

Il titolo originale dell'articolo riprende quello di un noto film di Rangel Valchanov: "Le scarpe laccate del milite ignoto"


Autore: Venelina Janakieva
Fonte: Standart
Traduzione: M.K.


Per approfondire: Inchiesta sull'industria tessile in Bulgaria - Clean Cloth Campaign | La morte di due operaie in una fabbrica italiana



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