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Euroshoes: i riflessi sui media bulgari

23.01.2006

I media bulgari continuano ad occuparsi della vicenda della morte delle due operaie della “Euroshoes” di Dupnitza, l’azienda calzaturiera di proprietà italiana. Mentre partono le ispezioni degli organi preposti anche in altre fabbriche del paese, lo scrittore Georgi Gospodinov parla di “segreto di pulcinella” e di interventi “post-mortem”.

Intanto il titolare l’azienda, Claudio Marocchi, ribadisce che tutto è in regola e sostiene di essere oggetto di una “grande aggressione”. Sarebbe convinto che “i nostri clienti sono ispettori migliori rispetto a quelli dell’Ispettorato del Lavoro. Se loro sono contenti, allora la fabbrica funziona bene”. E l’opinionista Martin Garbovski propone: “se vedete scarpe della Euroshoes non compratele. Fermatevi alla porta del negozio e raccontate a chiunque entra la storia”.

Fuori dai cancelli della “Euroshoes” una operaia racconta al quotidiano “Novinar” (20/01) che "siamo qui per lavorare, chi non è in grado, che se ne vada. Così ci dicono e non ammettono malattie. Per questo nessuno osa andare dal medico. E poi, a cosa servirebbe, visto che qui i giorni di malattia non vengono riconosciuti. Se esibisci un certificato di malattia, diventi automaticamente un viaggiatore - verso casa”.

Un'altra donna ha rivelato che nessuno osa chiedere aumenti di stipendio. “Se qualcuno osasse, la risposta sarebbe un calcio nel sedere e fuori. Qui non abbiamo sindacati ed ognuno si difende come può."

Una ex impiegata ha raccontato a “24 chasa” della morte bianca di un'altra operaia, trovata per strada dopo essersi sentita male in fabbrica, sostenendo che il caso sarebbe stato tenuto nascosto dalla dirigenza aziendale. Marocchi ha risposto che “di certo nessuno di noi ha nascosto nulla. C’è stato un caso. Qui lavorano tante persone e può capitare a chiunque.” Un’altra ex dipendente, malata di cancro, ha spiegato al telegiornale “bTV” (la principale emittente privata del paese), che le ore straordinarie erano pagate in maniera non trasparente, senza possibilità di riscontro delle ore effettivamente lavorate.

Il quotidiano “Sega” (20/01) scrive che dal 1992 nella fabbrica sono stati effettuati 36 controlli da parte dell’Ispettorato del Lavoro e comminate diverse multe. Durante l’ultima ispezione sono state riscontrare le stesse infrazioni. Per esempio il sistema di ventilazione non funziona in maniera regolare, gli straordinari non vengono pagati secondo la procedura corretta. Secondo quanto riferito alla tv pubblica BNT (17/01) da una loro collega, le due donne decedute avrebbero lavorato fino a 16 ore al giorno. Nello stesso servizio si è detto che per le irregolarità riscontrate la ditta dovrebbe pagare una sanzione compresa tra 1.000 e 5.000 leva (da 500 a 2.500 euro).

L’agenzia “Focus” (20/01) informa che il sindacato KNSB (il principale del paese, ndr) da molto tempo richiede che siano perseguiti penalmente quei datori di lavoro che vietano la costituzione delle organizzazioni sindacali nei posti di lavoro. Valentin Nikiforov, vicepresidente del sindacato, ritiene che “purtroppo in Bulgaria nessuno si preoccupa quando vengono calpestati i diritti umani, lavorativi e sindacali”. Questo nonostante questi diritti sono già stati sanciti della Carta Sociale Europea.

Nikiforov è stato perentorio: KNSB intraprenderà azioni contro la ditta di Dupnitza ed ha aggiunto che “il giorno successivo al secondo decesso, i rappresentanti del sindacato hanno informato l’ispettorato del lavoro e hanno insistito per poter compiere un controllo collettivo, tuttavia non sono stati ammessi dalla proprietà”.

“Struma”, quotidiano della Bulgaria sud-orientale, il 20/01 ha informato che é partita un'indagine contro ignoti per la morte di Pavlina Liubenova. L'autopsia ha confermato l'ipotesi della morte in seguito ad infarto; lo ha comunicato il capo degli inquirenti di Dupnitza Valentin Mihajlov.

Il sindaco della città di Dupnitza, Parvan Dangov, ha ricevuto alcune delle operaie della fabbrica alla presenza di Claudio Marocchi. E' stato raggiunto un accordo per l'apertura di un presidio medico sul luogo di lavoro per i casi urgenti e per il miglioramento dell'impianto di aspirazione. I giornalisti non sono stati ammessi all'incontro e quindi – secondo “Struma” - all'opinione pubblica non verrà dato di sapere se le donne venivano sfruttate. Alcune di loro hanno detto che fino all'arrivo dell'Ispettorato del Lavoro nel capannone era freddo ed era necessario vestirsi pesantemente, mentre l'impianto di aspirazione è stata messo in funzione appena ieri.

Gli ispettori del lavoro nei precedenti controlli avrebbero parlato soltanto con i capi nei loro uffici, mentre nessuno avrebbe chiesto alle operaie in che condizioni lavorano. I contributi sociali sarebbero stati pagati in base allo stipendio minimo legale (150 leva, 160 dal 1 gennaio 2006) e quindi garantirebbero una pensione di 60 leva (30 euro) al mese. Claudio Marocchi avrebbe promesso - secondo quanto pubblicato da “Struma” - che i contributi saranno pagati anche sugli straordinari.

Le operaie hanno chiesto una giornata di lavoro di 8 ore. Attualmente il loro stipendio lordo risulterebbe di 250-300 leva (125-150 euro). I capi bulgari tratterebbero male le dipendenti per mettersi in luce con il proprietario. La direzione di Euroshoes apparirebbe spaventata da quanto successo. Marocchi - conclude l’articolo di “Struma” - avrebbe ricevuto una telefonata di solidarietà dalla Camera di Commercio Italo-Bulgara e dall'Ambasciata Italiana, nella quale gli avrebbero promesso di difenderlo e di aiutarlo nella sua attività in Bulgaria.

In relazione all’articolo di “Struma” del 20/01, la Camera di Commercio italiana in Bulgaria ha precisato di non aver dato nessun aiuto e sostegno a questa azienda (Euroshoes, ndr), e la stessa non fa parte degli associati alla Camera di Commercio. Il presidente della Camera Marco Montecchi dichiara che la Camera non ha avuto contatti né con la ditta né con il suo proprietario in rapporto al episodio sopraccitato. (Agg. il 27/01)

A questo proposito occorre segnalare che sul sito della Camera di Commercio italiana in Bulgaria risulta tra i membri della stessa [quarta riga a partire dal basso] (Agg.21/02)



Il quotidiano di Sofia “24 Chasa”, ha pubblicato il 19 gennaio in prima pagina la foto di un cartello affisso sulla porta di un bagno della “Euroshoes” nel quale c’era scritto che la toilette era ad uso esclusivo del presidente, del direttore e degli specialisti italiani. Il presidente della commissione nazionale anti-discriminazione Kemal Ejup ha comunicato che un gruppo composto da tre membri ha avviato un’indagine per verificare se in fabbrica vi erano pratiche discriminatorie nei confronti dei dipendenti bulgari. Dopo la pubblicazione sul giornale, il cartello è stato rimosso.

In intervista allo stessa testata (21/01) Claudio Marocchi ha affermato: “non sapevo cosa esattamente fosse scritto sul cartello ma ho intuito che poteva avere doppio senso. Ecco perché ho chiesto che fosse rimosso. Per quanto riguarda le toilette, non sono chiuse e chiunque può usarle. Questo è stato fatto per evitare che si trovassero persone di sesso diverso nella stessa toilette.”

Secondo Galina Todorova, capo dell’ispettorato del Lavoro di Kjustendil, i dipendenti sarebbero stati comunque costretti a recuperare a fine giornata tutti gli intervalli fisiologici (Monitor, 19/01).

Marocchi, nella stessa intervista a “24 chasa” , dichiara che “in questi giorni ho subito una grande aggressione e penso di non meritarla” mostrandosi contento di essere stato convocato lunedì 23 dal Ministro del Lavoro Maslarova ”per poter esporre la mia visione su come stanno le cose.”

Tra le altre cose Marocchi avrebbe dichiarato che “i nostri clienti sono ispettori migliori rispetto a quelli dell’Ispettorato del Lavoro. Se loro sono contenti, allora la fabbrica funziona bene” (Standart, 20/01) e che “l’impianto di aspirazione presente in Bulgaria è migliore di quello funzionante in Italia” (Telegiornale della TV pubblica BNT, 20/01, ore 20).

Lo scandalo della morte nella fabbrica italiana ha provocato l’annuncio di un’ispezione in tutte le aziende a capitale straniero presenti nella regione di Kardzhali, mentre anche i dipendenti dell’azienda greca “Vana Art” di Dupnitza hanno denunciato irregolarità nel trattamento sul lavoro (Dnevnik, 20/01).

Il ministro del Lavoro Emilia Maslarova, ha annunciato che il rapporto della situazione dell'ambiente di lavoro della fabbrica della Euroshoes sarà pronto il 5 febbraio. Nel caso le prescrizioni sulla sicurezza non fossero rispettate, lo stabilimento potrebbe essere chiuso. Secondo il ministro la legge dovrebbe essere cambiata affinché i servizi di medicina sul lavoro operino realmente e non solo sulla carta. (SNA, 22/01)

Lo scrittore Georgi Gospodinov, su “Dnevnik” del 19 gennaio ha commentato: “Siamo abituati che le istituzioni e gli organi di controllo dello Stato intervengano sempre post mortem. Come se solo la morte fosse in grado di accendere la lampadina rossa nell'istituzione competente e di provocare una certa sollecitudine degli enti di controllo. Non è più facile e più normale che gli organi ispettivi facciano controlli seri nelle aziende quando i dipendenti sono ancora in vita?”

Secondo Gospodinov “è un segreto di Pulcinella che in centinaia di aziende di scarpe e di abbigliamento, disperse nelle regioni di frontiera del paese, spesso a capitale straniero, le condizioni di lavoro non rispondano a nessuna legislazione sul lavoro. Si parla di orari di lavoro di 12, 14 o 16 ore, emissioni nocive, stipendi bassi. Si ammette che molti proprietari di simili aziende si siano comperati il diritto di non subire dei controlli.”

“Il problema però ha anche un'altra faccia. E in certo senso è la faccia più scura per la società. Nessuno o quasi nessuno dei lavoratori che si trovano in queste condizioni osa lamentarsi, protestare, segnalare agli organi oppure fare causa al datore di lavoro.”

In un altro commento il giornalista Martin Karbovski (vsekiden.com, 18/01) propone:

“Andate in un negozio di scarpe. Se vedete scarpe della Euroshoes non compratele. Fermatevi alla porta del negozio e raccontate a chiunque entra la storia. Nessun giornalista può attraversare i cancelli di questi stabilimenti. Le donne sole proteggono il loro lavoro e non si confidano a nessuno, per la tremenda paura di non averlo più”.

“Petrich, Sandanski, Blagoevgrad, Dupnitza, sono come le “zone di produzione per l’export” in Indonesia e Malesia. In Indonesia nelle fabbriche della Nike, e altre aziende dell’industria leggera, possono entrare no-global ed osservatori dei media indipendenti e possono raccontare quello che succede.”

“I volontari americani del Mid-West fanno campagne contro l’acquisto di questo tipo di merce. Difendono ragazze sconosciute in un modo molto efficace. Fatelo anche voi. Non comprate Euroshoes. Alla domanda dei giornalisti l’unico commento da parte dell’azienda è stato: queste donne non si sono prese cura della propria salute. Non so se mi capite bene: - conclude Karbovski - non comprate Euroshoes. Non c’è altro modo.”




Per approfondire: Inchiesta sull'industria tessile in Bulgaria - Clean Cloth Campaign | La morte di due operaie in una fabbrica italiana



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