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Pista bulgara: Ali Agca, verità di regime

12.01.2006

La politica ha memoria corta. E così la notizia della scarcerazione, oggi, di Mehmet Ali Agca - il turco che sparò al papa il 13 maggio 1981, pochi minuti prima dell'inizio di uno storico comizio collettivo a piazza del Popolo a Roma promosso da tutte le forze schierate per il no al referendum sull'abrogazione della legge che autorizzava l'aborto (e che dunque non si tenne) - affoga in un mare di dietrologismi che mancano completamente l'elemento essenziale di quella vicenda. Che fu, per l'appunto, politico e segnò uno dei peggiori momenti dell'era craxiana, l'inizio dello scontro aperto del Psi e dei suoi ministri con l'appena rinato movimento della pace italiano. Culminato, qualche anno più tardi, con la sanguinosa aggressione della polizia ai picchetti non violenti che presidiavano l'aereoporto di Comiso dove era stato deciso di installare i missili cruise. Era, per coincidenza, il primo giorno del governo Craxi, luglio 1983.

Che la «pista bulgara», e anzi la precisa e diretta responsabilità dell'Unione sovietica nel tentativo di assassinio di Giovanni Paolo II fosse una fandonia, l'hanno ormai dichiarato troppi autorevoli personaggi per dover tornare sulla cosa.

A partire dallo stesso pontefice, innanzitutto, e persino dal senatore Andreotti che, presentando un libro su papa Woytila, nel novembre del 1991, arrivò a sostenere pubblicamente la tesi che dietro l'attentato ci fossero servizi segreti occidentali. Per non dire di quanto era emerso poco prima da un dibattito al Senato americano nel corso del quale Melvin Goodman, funzionario della Cia, ammise che il rapporto della sua Agenzia che accusava i paesi del patto di Varsavia «era stato riscritto su ordine di Casey» per via di «fortissime pressioni esercitate affinché venissero prodotte conclusioni che implicassero i sovietici. Ma le prove non c'erano - aveva concluso - e ne emerse uno scenario privo di senso».

Ma il problema non sono le tante versioni che in questi 25 anni sono corse: quando immischiati sono i servizi segreti tutto può accadere. Come ebbe a dire un funzionario del Sisde in servizio fra il 1978 e il 1987, che pure indicò nella Cia la responsabilità di quell'attentato, tuttavia aggiungendo che «in questo genere di operazioni internazionali c'è una sorta di connivenza per cui non è escluso che parte degli uni e degli altri abbiano collaborato».

Il punto politico sta nell'uso che l'allora ministro della difesa, il socialista Lagorio, fece del fatto: appena venuta alla ribalta la storia della pista bulgara (più di un anno dopo l'evento), e sebbene la sola fonte della rivelazione fosse una giornalista americana, Claire Sterling, notoriamente legata alla Cia, ben prima che la magistratura avesse emesso una sentenza contro i funzionari dell'Ambasciata bulgara arrestati (e poi infatti prosciolti), egli venne in Parlamento a dire, senza condizionali: «Il caso Agca si configura come un vero atto di guerra in tempo di pace. Sullo sfondo della grave crisi polacca, l'assassinio del Sommo Pontefice si presenta come una soluzione cautelativa e alternativa rispetto ad un progetto di invasione militare della Polonia. La pista bulgara perciò, in questo crimine, suscita e giustifica le più acute preoccupazioni di politica internazionale».

Il clima di relativa distensione che si era creato con l'avvento, fra l'altro, al vertice dell'Urss di Yury Andropov; lo scetticismo sulla necessità del riarmo suggerita dal neopresidente Ronald Reagan nelle stesse socialdemocrazie europee, che, in particolare in Gran Bretagna, Svezia, Spagna, Grecia, ma in larga misura anche in Germania, si schierarono ufficialmente accanto al movimento pacifista che portò in quegli anni milioni di persone a manifestare, avevano posto il Psi craxiano in una condizione di imbarazzante isolamento dopo il pronto e acritico allineamento alle richieste statunitensi del governo cui all'inizio partecipava e che in seguito presiedette.

La inaccettabile forzatura di Lagorio serviva a sollecitare consensi nell'opinione pubblica e ad isolare chi si opponeva all'installazione dei missili. Chi allora denunciò la manovra fu additato come «bulgaro», termine spregiativo per dire «servo di Mosca». Toccò anche a me per una trasmissione televisiva, da parte di insospettabili «garantisti».


Autore: Luciana Castellina
Fonte: Il Manifesto




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