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Immigrato bulgaro ammazzato per errore dal racket

05.10.2005 - Napoli

Temeva gli uomini in divisa, questo sì: sapeva che prima o poi l'avrebbero preso e rispedito a casa, in Bulgaria. Ma Radoslav, 28 anni, gran parte dei quali trascorsi da clandestino in Italia, mai avrebbe potuto immaginare che la sua vita sarebbe finita per mano di una banda di taglieggiatori in una miserabile baracca, oltre i cancelli di una fabbrica di calcestruzzi che l'aveva assunto al nero come custode notturno.

Proprio a lui, che non aveva i soldi nemmeno per mangiare, è toccato rimanere vittima del racket delle estorsioni. L'hanno ammazzato per errore, questo è certo. Gli esattori della camorra volevano solo compiere il classico atto di intimidazione: qualche colpo di pistola sparato contro la guardiola dello stabilimento alla periferia di Qualiano, un paesone dell'hinterland, tanto per tenere sulla corda l'imprenditore e ricordagli di pagare il pizzo. Ma la sorte ha voluto che sulla traiettoria dei proiettili si sia trovato Radoslav Miroslav Borisov, l'ultimo degli ultimi, l'uomo senza più patria nè futuro.

E non trova pace né rispetto, Radoslav, neanche ora che l'hanno ucciso. Sì, perché quel bulgaro che spiccicava solo qualche parola in italiano, e che si faceva vedere poco in paese per paura di incappare nei controlli della polizia, è un morto scomodo. Gli impiegati della ditta a stento ammettono di conoscerlo, altrimenti dovrebbero confessare che l'impresa si serviva di un immigrato clandestino pagandolo con quattro soldi, senza contratto. «Ma quale custode... Il padrone, commosso dalla miseria in cui viveva quel disgraziato, gli aveva prestato la baracca per consentirgli di dormire al riparo dalla pioggia», spiegano, e negano anche che la ditta sia finita sotto il tallone dei taglieggiatori: «Estorsione? Mai avuto richieste di danaro, lavoriamo in tutta tranquillità».

Ma la verità, sospettano i carabinieri, è un'altra. Radoslav dormiva in quella casupola con la sua donna, testimone dell'omicidio, perché lavorava come guardiano notturno della fabbrica «Ige. Mar. Srl» di Gennaro Marrone, un imprenditore di Qualiano. Sperava di mettere radici nel paese, tanto che aveva chiesto e ottenuto il permesso di ristrutturare la baracca. Ma i sogni, per lui, sono finiti l'altra notte, quando davanti ai cancelli è arrivato un commando di camorristi. Un incarico facile, il loro: dovevano sparare contro la guardiola per convincere l'industriale, evidentemente restio a pagare, a versare la quota al racket.

Il resto della storia è affidato all'unica testimone del delitto, la fidanzata di Radoslav. Poche parole, le sue, pronunciate in un italiano stentato davanti a un ufficiale dei carabinieri: «Dormivamo, quando abbiamo sentito gli spari. Sono saltata sul letto, lui era già in piedi e mi ha detto: resta dove sei, non muoverti. Si è alzato, ha spalancato la porta ed è stato colpito. Perdeva tanto sangue, ho cercato di tamponare le ferite con un cuscino... L'ho visto morire». Radoslav, centrato dai proiettili alla gola e al petto, non ha avuto scampo. I carabinieri hanno trovato il suo corpo nella baracca, dove erano già arrivati i vigilantes di un istituto privato convenzionato con la fabbrica. Chi li ha chiamati? Probabilmente proprio lui, il bulgaro che oggi tutti negano quasi di conoscere: evidentemente aveva preso sul serio il lavoro che gli era stato affidato in cambio di una baracca in cui dormire e un pugno di euro per mangiare.


Fonte: La Stampa




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