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Recensione dell'antologia della poesia bulgara (R. Adinolfi)

01.03.2005

Nel mese di maggio 2004 è stata edita la prima antologia di poesie bulgare; il ventidue dello stesso mese è stata presentata presso l’Università Bocconi di Milano. Il titolo dato alla raccolta è Petali di rose, Spine dei Balcani. La traduzione delle poesie dal bulgaro in italiano è opera di Leonardo Pampuri (1914), nato a Sofia da genitori italiani, il quale già in passato si è occupato di traduzioni dal bulgaro, a partire dal 1957, anno in cui viene pubblicata Non chiudere la porta, raccolta di poesie del poeta N. Vapcarov.

L’importante iniziativa vede la partecipazione di Giuseppe Dell’Agata (Università di Pisa), nelle vesti di consulente scientifico, di Paolo Modesti e di Milena Kotseva, membri dell’Associazione Bulgaria-Italia, che ne hanno curato il coordinamento organizzativo. Nella presente antologia, alle poesie tradotte, sono preposti una presentazione a opera di Moni Ovadia, una rassegna bibliografica sulle opere di L. Pampuri a cura di Dell’Agata, e il capitolo introduttivo “Breve prospetto di Storia della Letteratura Bulgara”, opera dello stesso Pampuri, in cui egli, in maniera concisa come richiedono ovvie ragioni di brevità, ma il più possibile esauriente, delinea a volo d’uccello, senza trascurare alcuna delle tappe fondamentali dello sviluppo storico-letterario, un quadro della letteratura bulgara dalle origini all’epoca contemporanea. Si passa successivamente alle poesie. A ogni traduzione è affiancato il testo originale in bulgaro; la traduzione è corredata da numerose note esplicative. La poesia che dà il via alla raccolta è un frammento della “Prefazione al Vangelo”, opera da alcuni attribuita a S. Cirillo, da altri a Costantino Vescovo, vissuto tra il IX e il X secolo: il testo a fronte è una traduzione in bulgaro moderno.

Successivamente vengono presentati alcuni canti popolari, per molto tempo una delle principali espressioni dell’animo bulgaro, patrimonio culturale di inestimabile valore, in cui sono narrati episodi storici, vicende amorose, la triste dicotomia quotidiana tra i propri desideri e aspirazioni, da una parte, e le difficili contingenze, di varia natura, dall’altra. E poi, fulcro del lavoro diviene la presentazione delle opere dei poeti esponenti delle varie scuole letterarie a partire dal secolo XIX, secolo che verso la sua fine vede il termine della lunga dominazione ottomana e il progressivo formarsi in Bulgaria di correnti letterarie e artistiche che da un lato si avvicinano a quelle del resto d’Europa, dall’altro rispondono a criteri più o meno autonomi e a situazioni determinate da particolari contesti storici. Così, in questa panoramica della poesia bulgara, sono trattati alcuni tra i maggiori nomi di poeti bulgari, come H. Botev e I. Vazov, altri generalmente inclusi nell’ambito simbolista (P. Javorov, D. Debeljanov, N. Liliev ed E. Popdimitrov, sebbene quest’ultimo a parere di L. Pampuri e di altri critici letterari non si collochi in realtà in questa corrente), i membri del cosiddetto “gruppo dei Giovani” (P.P. Slavejkov) e poeti la cui produzione, ricca di tematiche sociali o rivoluzionarie, si colloca nell’epoca tra le due guerre, come G. Milev, N. Vapcarov, H. Smirnenski. Il poco spazio riservato agli autori viventi al momento della pubblicazione dell’antologia, rappresentati dal solo V. Petrov, è da L. Pampuri stesso motivato con queste parole: “troppo lungo sarebbe stato, e prematuro, aggiungere qui anche soltanto una scelta fra l’abbondante produzione poetica contemporanea. Essa potrebbe costituire invece il materiale per un’altra raccolta”.

L. Pampuri conclude la serie dando ai lettori la possibilità di conoscere anche una parte del patrimonio culturale di una tra le principali minoranze etniche della Bulgaria: è infatti presentato, alla fine della raccolta, il poeta zingaro Usin Kerim. Gli autori sono disposti secondo un ordine cronologico che tiene conto del loro anno di nascita: Petko Rachev Slavejkov (1827-1895), Hristo Botev (1848-1876), Ivan Vazov (1850-1921), Pencho P. Slavejkov (1866-1912), Kiril Hristov (1875-1944), Peju Javorov (1877-1914), Nikolaj Liliev (1885-1960), Emanuil Popdimitrov (1885-1943), Dimcho Debeljanov (1887-1916), Elisaveta Bagrjana (1893-1991), Geo Milev (1895-1925), Hristo Smirnenski (1898- 1923), Nikola Vapcarov (1909- 1942), Atanas Dalchev (1904-1978), Valeri Petrov (1920), Usin Kerim (1928-1983).

Un discorso a parte merita il criterio linguistico adottato da L. Pampuri. In generale la traduzione è in molti sensi una vera e propria ricomposizione poetica; se ciò vale per la prosa, a maggior ragione vale per la poesia. Ciò è particolarmente vero per la lingua italiana usata in questa traduzione, che fa riccamente uso di forme auliche. Per citare alcuni esempi, vanno ricordati versi come “Così dicea quell’uomo, / nella sua cella, il guardo assorto, immerso nel futuro” dalla poesia “Paisij” di I. Vazov, “per questi incolti anfratti […] cerulee l’iridi crescon” dalla poesia “Peruniki” [Iridi], o “Dietro di te, come cervo maculato, io vo pe’ monti errando”, dalla poesia “Prespa”, ambedue di E. Popdimitrov, “ami tu, fanciulla, andar / pel bosco dagli uccelli diserto?”, dalla poesia “Koga pechalna esen nabližava” [Quando il mesto autunno s' avvicina] di K. Hristov, “Un segno volea lasciare a ricordo di sé, / seppur già noto ei fosse […] Quando, per Pasqua, caricò l’oriolo, / non s’avviò, immobil restò la metallica lancia”, da “Chasovnikăt navrăh kulata” [L'orologio della torre in cima] di V. Petrov.


Autore: Roberto Adinolfi
Fonte: eSamizdat



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