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Bulgaria, in provincia di Arcore

27.01.2005 - Di ritorno da Sofia

Sofia è la nuova Mecca del capitalismo di casa nostra. Anche del peggiore.

Il calendario della Bulgaria si sfoglia con una sola data: 1° gennaio 2007. Dopo l'ingresso nella Nato (con tanto di truppe schierate in Iraq al fianco degli Usa), il più sovietico dei paesi dell'Est si prepara a diventare la «piattaforma di mercato» verso Russia e Turchia dell'Unione Europea. E a Sofia si vive (o si sopravvive...) in funzione dell'ultima tappa del viaggio dal socialismo reale al modello occidentale. Ogni giorno sbarcano all'aeroporto internazionale businessmen con la valigetta d'ordinanza, «consulenti globali» delle grandi aziende, imprenditori-esploratori dell'ultimo confine della delocalizzazione, specialisti nell'investimento dei fondi garantiti da Bruxelles. In prima fila, nello «sbarco» in Bulgaria - accanto a Grecia, Germania e Spagna - c'è anche l'Italia: Berlusconi ha spianato la strada con il suo personale legame con il premier Simeone, sangue savoiardo nelle vene e carisma monarchico da salvatore della patria. In poche settimane una raffica di «missioni»: dalla Sicilia e dal Friuli, seguite dal pool di municipalizzate emiliane e da Uninudustria Padova.

Gli indicatori economici della Bulgaria sono tutti rose e miele rispetto alla crisi strutturale del Belpaese. Il costo del lavoro a 0,60 cents di dollaro all'ora; inflazione al 2,3% e pil che cresce del 5% all'anno; disoccupazione a due cifre e privatizzazioni galoppanti. Senza dimenticare che fino al 2009 l'Unione europea finanzierà con almeno 5,7 miliardi di euro l'integrazione della Bulgaria.

Così dall'Italia si è mobilitato un piccolo esercito. Nei primi nove mesi del 2004 l'interscambio con la Bulgaria ha raggiunto i 1.560 milioni di euro e il saldo attivo è tricolore per 51 milioni di euro. E le statistiche 2003 segnalavano l'Italia come terzo fornitore della Bulgaria (alle spalle di Germania e Russia) con un volume di esportazioni di 1.099 milioni di dollari.

Ma è sul fronte degli investimenti diretti che si gioca la partita all'italiana. L'Enel impegnata per 400 milioni di euro nella centrale termoelettrica di Maritza East III. Italcementi con 120 milioni di dollari per lo stabilimento Devnjia Ziment di Varna, sia pure attraverso la controllata Ciments Français. Unicredito, invece, controlla la rete delle filiali e degli sportelli di Bulbank. L'elenco del made in Italy sbarcato in Bulgaria si rivela significativo: il gruppo Miroglio, Marconi Mobile e Alenia. Ma anche Amga nel settore public utilities, Rigoni di Asiago in quello agroalimentare e Termomeccanica in quello ambientale.

Vite in saldo

L'altra faccia della medaglia è squadernata senza tanti complimenti da Moneva Svetoslava, giornalista economica di Biznes Ves: «Siamo un paese con otto milioni di abitanti, ma circa un milione di pensionati, anziani, contadini (soprattutto nelle province) può contare sui 20-30 euro al mese. Il salario medio dei lavoratori si avvicina ai 150 euro. Ma la disoccupazione ufficiale è a quota 13%. E comunque è diffusa la necessità di un doppio lavoro, del lavoro nero, di qualche sistema per sbarcare il lunario». Sorseggiando una tazza di thè all'hotel City ammicca dietro gli occhiali: «Una stanza qui vale un mese di stipendio bulgaro. L'Europa resta lontana. Certo, abbiamo superato la drammatica crisi del 1997. L'inflazione al 300% ha polverizzato risparmi e risorse. Ma l'approdo della Bulgaria nell'Ue non sarà indolore. Avrà altri costi sociali. I sindacati, per esempio, si battono per far rispettare le regole di sicurezza nelle fabbriche. Denunciano, ma non hanno potere. La sanità, poi, è ridotta ai minimi termini. E molti servizi sono accessibili solo al 30% di classe media. I grandi ricchi, che non superano il 7% della popolazione, non hanno problemi. Ma la stragrande maggioranza dei bulgari rischia di diventare europea in condizioni peggiori della Romania...».

A Sofia, i palazzi del potere sono impegnati su due fronti. La ratifica dei trattati con l'Europa e le elezioni politiche. Si voterà in autunno. Di fatto, le grandi manovre sono cominciate. Nell'urna sarà un referendum sulla transizione dal comunismo al consumismo. Simeone cerca la conferma, anche se sarà impossibile replicare il trionfo del 17 giugno 2001: il suo Movimento nazionale conquistò 120 dei 240 seggi in un'Assemblea nazionale con i socialisti (48 seggi) sorpassati anche dall'Udf di Nadejda Mihailova.

Il premier di Sassonia-Coburgo ha affidato le chiavi del governo (e dell'economia) agli yuppies di Sofia: ministri con poco più di 30 anni, a volte figli della nomenklatura intermedia, che hanno imparato a Londra i segreti del nuovo capitalismo. «Berluscones» bulgari, insomma. Hanno privatizzato il 65% dell'azienda nazionale di telecomunicazioni: con 230 milioni di euro è finito al fondo americano Viva Ventures. Stessa sorte per la rete di distribuzione elettrica: impacchettata, su misura, per le aziende di Austria, Germania e Repubblica Ceca. Sono in corso le privatizzazioni degli Enti bulgari delle sigarette, del gas naturale e del riscaldamento. Nel 2005 si prosegue con la compagnia di bandiera, le centrali termiche e il trasporto fluviale. Fra due anni, si chiude con l'energia di Bulgargaz.

Il partito socialista, negli ultimi sondaggi, è accreditato di una rimonta sull'onda della delusione più che fra gli «euroscettici». Tramontata la leadership di Sergei Staniscev, nel Bsp i giovani leoni non offrono un'alternativa carismatica e scontano l'inesperienza. Per di più, i socialisti bulgari dovrebbero clamorosamente ribaltare gli equilibri parlamentari per riuscire a governare.

E già si vocifera con insistenza della discesa in campo di personaggi «indipendenti», in grado di sparigliare i giochi e soprattutto di far da sponda a Simeone. In particolare, c'è il generale Serpico che si è fatto la fama popolare di giustiziere del crimine. Uomo di punta del ministero degli interni, compare in ogni angolo di Bulgaria dove occorre combattere la malavita. Sta meditando di dar vita ad un «partito d'ordine» che cercherebbe voti in cambio di sicurezza...

Dal comunismo al consumismo

Nella capitale, l'atmosfera di decadenza balcanica si mescola con il logo dell'occidente che avanza. Sofia sembra galleggiare nel gelo dell'inverno. Sogna l'Europa e prega non sia un incubo. Il cuore della capitale pulsa intorno alla cattedrale costruita in memoria della liberazione dai turchi. Il mercatino certifica il passato della Bulgaria con i souvenir dell'epoca sovietica accanto ai simboli militari nazisti. Sui banchetti, spazzati dal vento gelido, anche matrioske e riproduzioni di icone, orecchini di malachite e collane d'ambra, scacchi intagliati e collezioni di carte telefoniche, colbacchi con la stella rossa e tovaglie ricamate.

Nel parcheggio e lungo il grande viale principale, il contrasto fra passato e futuro viaggia a quattro ruote. Sul pavè si fanno strada gli stessi modelli di Suv, berline e coupè all'ultima moda di spot occidentale. Auto di pochi. Il parco macchine oscilla, invece, fra le serie utilitarie tedesche e giapponesi di fine anni Ottanta e le mai rottamate Leda e Trabant a furor di popolo. Ma dalla gigantesca periferia con i palazzoni dell'architettura socialista la gente si sposta sempre con le due linee della metropolitana, i filobus e i tram. Non si vedono moto, scooter e nemmeno biciclette. Spuntano i cani randagi, i pedoni camminano spesso a testa bassa, mentre i taxi gialli esibiscono il marchio SoFiat.

In pieno centro, si riproduce l'Europa clonando luoghi e loghi. Centri commerciali modulati come i nostri: gallerie di negozi, scale mobili e scaffali di merce occidentale. Cellulari all'orecchio con tanto di videofonia per chi può permetterselo. Altrimenti, si resta appesi alla lotteria delle cabine pubbliche Btk: No connecting people come ironizzano i graffiti. L'immancabile Mc Donald's è circondato dalle catene locali del mordi-e-fuggi, ma al parco e all'angolo dei viali resistono i baracchini bulgari che sfamano in economia. La pasticceria dell'hotel Bulgaria mette in vetrina un arredamento post-moderno con la scelta di dolci viennesi, ma il conto è ben diverso rispetto al baretto che sforna brioches tipicamente bulgare. Il marchio Geox campeggia di fronte al palazzo presidenziale: le scarpe respirano agli stessi prezzi italiani, inarrivabili per chi continua a lucidare vecchi stivali.

Sofia by night insegue come può l'integrazione europea. La discoteca Planet ospita la bella gente che si diverte sotto l'occhio attento di un esercito di gorilla, svezzati dalla malavita degli anni Novanta. Il Tequila Bar con la terrazza in piazza riproduce il battito animale nell'amplificazione intorno a tre banconi ognuno con cubista da tavolo: ingresso 2,5 euro (ragazze gratis) con passaggio al metal detector prima di guadagnare la vista sulle ventenni truccatissime. Il Kamasutra propone spogliarelli e spettacoli lesbo: una sorta di lap dance alla bulgara, frequentato dai militari della Nato che parcheggia gli uomini in divisa da Pm davanti all'ingresso.

Miraggio Europa

Tutto sotto controllo, come la prostituzione. Gli alberghi infilano un paio di condom in tutte le stanze, nel cestino del bagno fra sapone, shampoo e dentifricio. E nella hall è l'uomo della sicurezza a gestire il «portafoglio clienti». Basta scegliere le caratteristiche e con un trillo la squillo scende dal taxi. Le «tariffe» sono identiche al resto del mondo...

Mendicano, invece, le lavavetri all'angolo del parco centrale. Vanno a caccia nei cestini le anziane con l'incubo del calendario. Estraggono il lucidascarpe dalla borsetta signore di mezza età che non si compreranno mai il lucida labbra. Indossano cappotti bulgari molte mamme che accompagnano i figli a scuola. Anche a Sofia l'altra Bulgaria si affanna a sopravvivere, pericolosamente al confine della soglia di povertà.

E nell'imperante europeismo bulgaro la «restistenza», più o meno nostalgica, è confinata nelle nicchie. Provocazioni estemporanee, mezzi d'altri tempi, urla nel deserto. La scritta che ammicca dal muro del complesso che dalle elementari alle superiori istruisce centinaia di bambini e ragazzi: fucking-school.org traduce l'esuberanza giovanile in un indirizzo Internet. In piazza, volantini in inglese contabilizzano l'acquisto in saldo dei Balcani da parte della Cia: un'accusa che accomuna l'ex Yugoslavia degli anni Novanta all'Ucraina «arancione». Il pacifismo No War è soffocato dalla fermata del tram, che passa dipinto di viola come la pubblicità della cioccolata.

Restano impressi anche gli occhi smaliziatamene disillusi dei Rom, minoranza etnica insieme ai turchi. Ai piedi della montagna imbiancata, Sofia per loro non cambia. Gli altri vanno a sciare nel week end e durante la settimana slalomeggiano fra affari, finanza, commerci. Il milione e 300 abitanti della capitale hanno, invece, aggiornato lo sport nazionale. Il sollevamento pesi, fino al 2007, sarà collettivo. E non è detto che la Bulgaria si innalzi fino agli standard europei.

Nessuno guarda più il cielo sopra la cattedrale di Sofia, dove gli aerei di linea iniziano la fase di atterraggio con i carrelli pronti. Tutti vedono marciapiedi e strade con le buche dell'èra Gorbaciov. Pochi si sentono all'altezza della vicina Romania, ultima provincia di Bruxelles. Molti cullano l'incertezza del futuro, segnalata dai suicidi degli anziani di cui si sussurra in privato.

Il conto alla rovescia continua: la Bulgaria ha meno di due anni di tempo per diventare europea, non soltanto con le firme dei trattati. Dall'Italia berlusconiana prosegue lo sbarco a Sofia, terra di affari e conquista. Il piccolo schermo è già occupato da Striscia la notizia in versione bulgara: la televisione trasmette format in stile Mediaset. Ora bisogna sintonizzare le 28 province e le 41 università sulla privatizzazione in versione Forza Italia. Sofia come Roma, provincia di Arcore?


Autore: Ernesto Milanesi
Fonte: Il Manifesto




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05.02.2005Commento [zeumir]
Ernesto, scusami, ma ti voglio chiedere personalmente una cosa, quanto tempo sei stato in Bulgaria per qualificarla in questo modo, ti rendi conto che l'hai descritta non come un paese dell'est ma come un paese islamico totalmenete decaduto o peggio come un paese africano? E poi, sei stato mica in Romania per permetterti di confrontare Sofia con Bucarest?
Non credere che sia così difficile scrivere cose simili anche per l'Italia, basta solo prendere alcune delle caratteristiche negativ ...
leggi tutto
16.02.2005Commento [dancho]
Condivido in pieno il commento di Zeumir.
Inoltre mi chiedo se ci è stato e cosa ne pensava Ernesto della Bulgaria e della gene che ci viveva quando i nostro "partito" finanziava il suo...

Da come è messo giù l'articolo sembra che Berlusconi e non 50 anni di comunismo è colpevole di come si sta in Bulgaria..




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