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La scuola che cambia: le 190 nazioni dei nuovi italiani

10.09.2004 - Roma

La scuola italiana si tinge di colori sempre nuovi. Sono i volti dei bimbi immigrati che anche quest'anno, sempre più numerosi, saranno al loro posto tra i banchi al suono della prima campanella. Quasi trecentomila oggi, poco più di trentamila dieci anni fa, più di seicentomila tra dieci anni. E, fenomeno unico in Europa, rappresentano 191 etnie diverse. Un processo che sta trasformando dalle fondamenta il nostro sistema scolastico, che obbliga ad una seria riflessione e impone un piano d'intervento proiettato nel futuro.

"Si sta delineando un modello variegato, policentrico, "diffuso" nel quale i poli di attrazione non sono solo le grandi metropoli, ma anche le piccole città e i paesi", commenta Vinicio Ongini, ricercatore, uno dei curatori dell'analisi dei dati raccolti nella ricerca del ministero dell'Istruzione, fresca di stampa, che fotografa la situazione degli "alunni con cittadinanza non italiana".

La caratteristica del modello italiano è che, a differenza degli altri Paesi europei di più lunga tradizione multiculturale, il cambiamento è stato rapidissimo. E lo si vede molto bene prendendo in esame i dati di piccole città, dove dieci anni fa il numero degli studenti non italiani si contava sulle dita di una mano. Nessuno avrebbe previsto che nella "piccola" provincia di Mantova si sarebbe raggiunto il record del 9.3 per cento di piccoli studenti figli di immigrati. Accade poi un fatto singolare. Ci si aspetterebbe una concentrazione di famiglie e quindi di bimbi in città come Venezia, Bari, Napoli e Palermo, città cosmopolite e grandi porti del Mediterraneo. Invece basta andare a visitare le scuole della provincia di Cuneo, Treviso, Macerata o Siena per scoprire quanti bimbi non italiani le frequentano.


Nell'immaginario collettivo è diffusa la convinzione che gli immigrati arrivino dal mare. Questo è vero, anche se solo in parte, ma da lì parte l'avventura verso una nuova "frontiera", in cerca di lavoro nelle valli delle regioni del Centro e soprattutto del Nord. Il Sud d'Italia è dunque solo un luogo di transito e di prima accoglienza.

Una volta approdati in Italia, gli immigrati cercano una sistemazione soprattutto nei luoghi e nelle zone dove già vivono i loro connazionali. Così gli ecuadoregni preferiscono la provincia di Genova e le città del Nord, i rumeni Roma e Viterbo. E gli indiani? Loro hanno scelto la provincia di Cremona, ma anche le pianure di Mantova e Reggio Emilia. Sono più di seimila e provengono in gran parte da una regione dell'India del Nord, il Punjab, la "terra dei cinque fiumi". Quasi tutti agricoltori, fanno i mungitori o "bergamini" nelle stalle abbandonate dagli italiani, i loro bambini affollano le scuole del sud della Padania, in barba agli anatemi leghisti.

E cosa fanno le istituzioni per affrontare un problema così complesso? Si parla di multietnicità, integrazione, comprensione delle diversità. La scuola è uno snodo cruciale. "Abbiamo creato l'Ufficio integrazione immigrati, per mettere a sistema le migliori pratiche destinate alla cultura dell'integrazione - afferma Mariolina Moioli, direttore del dipartimento studenti del ministero dell'Istruzione, che ha promosso l'indagine - tra un paio di mesi avremo a disposizione i dati sull'inchiesta relativa agli esiti scolastici degli alunni immigrati, e ragioneremo su dati certi. Nel frattempo sono stati stanziati 53 milioni di euro destinati alle scuole che assorbono flussi migratori superiori al 10 per cento. Ma la scuola da sola non basta, serve un sistema integrato tra il sistema scolastico, gli enti locali e il welfare".

Secondo il professor Benedetto Vertecchi, ordinario di Pedagogia Sperimentale all'università Roma Tre, "I mediatori culturali sono una via di fuga dal problema, occorrono tanti insegnanti bilingue, preparati a comunicare ma anche ad insegnare. Di fronte agli insuccessi scolastici prevedibili la croce verrà scaricata sulle spalle dei docenti, occorre invece un grande sforzo culturale per prepararli al difficile compito che li aspetta".


Autore: Maria Reggio
Fonte: La Repubblica




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