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Bulgaria: la letteratura divide le etnie?

03.02.2004 - Sofia

“Tempi di divisioni”. Si intitola così il romanzo storico scritto da Anton Donchev, in passato candidato al nobel per la letteratura, che tra non molto uscirà tradotto anche in turco. Un fatto rilevante poiché Donchev è stato accusato in quest’opera di aver mostrato l’inconciliabilità tra la comunità bulgara e quella turca. La traduzione ad opera della casa editrice Dunya Kitaplari in parte smentisce queste accuse.

Il romanzo, scritto 40 anni fa, è stato oramai tradotto in trenta lingue diverse. In Italia la traduzione risale al 1977. In Francia solo al 2002, ad opera della Livre de Poche. Nella sola Bulgaria è arrivato alla sedicesima ristampa ed ha venduto più di 700.000 copie.

Anton Donchev è divenuto membro nel 2003 dell’Accademia bulgara delle Scienze, ed, almeno in patria, è stato paragonato a Ivo Andric, Gogol, James Joyce, Thomas Mann. Nel 1999 ha vinto il premio Balkanica per la sua novella “Lo strano cavaliere del libro sacro”, pubblicato in Italia da Besa Editrice.

Il quotidiano bulgaro Troud commenta positivamente l’edizione in turco del romanzo di Donchev. “E’ un chiaro esempio di come la buona letteratura possa favorire la comprensione tra le diverse culture e la riconciliazione”.

Il romanzo narra della conversione forzata all’Islam, durante l’impero Ottomano, della popolazione della zona dei Monti Rodopi, Bulgaria meridionale. L’anno è il 1668, la vallata nella quale si svolge al vicenda quella di Elindenya. Nel 2002 una traduttrice e studiosa francese, Marie Vrinat-Nikolov, aveva attaccato Donchev accusandolo di aver trasformato un mito in una mistificazione. Secondo la traduttrice Donchev avrebbe dimostrato nel romanzo un approccio nazionalista. Avrebbe abusato di scene di violenza e si sarebbe limitato ad una troppa manichea divisione tra i bulgari, i buoni, ed i turchi, i cattivi. La sua dura presa di posizione è stata poi divulgata da Troud. Molte in quell’occasione le risposte di semplici lettori e di altri scrittori bulgari, tutti in difesa del romanzo di Donchev.

La Vrinat in particolare contesta il documento storico sul quale è basato il romanzo. La “Cronaca di Metodi Draginov”, più volte citata nel romanzo, non sarebbe una fonte attendibile. Scritta da un prete ortodosso, nel 17mo secolo, narra dell’islamizzazione delle genti della regione di Chepino nei Rodopi occidentali. E’ stata per la prima volta pubblicata da Stefan Zakhariev, scrittore, professore, giornalista con una forte verve patriottica.

A sostegno della posizione della Vrinat l’opinione espressa da Tzvetana Gueorguieva, storica, professoressa presso l’Università “Svety. Kliment Ohridski” di Sofia. “Non si può ritenere quel documento una fonte storica attendibile. E’ un’evidente mistificazione. Mistificazione poi accentuata da parte di Stefan Zakhariev, esponente del cosiddetto rinascimento bulgaro, nazionalista, ma di un nazionalismo che allora aveva un’anima sociale molto accentuata”.

Attualmente in Bulgaria vivono poco meno di un milione di persone che professano la fede musulmana. 750.000 di loro appartengono alla comunità turca.

L’islamizzazione delle popolazioni che abitano nella regione dei monti Rodopi è stato un tema da sempre molto caro a storici ed antropologi bulgari. “Vi è una visione spesso erronea del livello di cristianizzazione non solo per quanto riguarda i Balcani ma l’intera Europa” chiarisce Tzvetana Gueorguieva “spesso è meno radicata di quanto si voglia credere ed usanze antecedenti all’arrivo del cristianesimo sono state assimilate da quest’ultimo e sono ancora in vigore. Soprattutto in zone remote. Questo è ancor più vero per i Monti Rodopi dove si sono sedimentate usanze e costumi che possiamo derivare dalle antiche popolazioni slave, dai Pechenegs, antica tribù nomade proveniente dall’Anatolia e dai vari colonizzatori che si sono alternati nella regione”.

La Guerguieva sottolinea come senza dubbio le popolazioni dei Monti Rodopi erano state cristianizzate. “Ma quanto profondamente? Alcuni di loro professavano il bogomilismo, poi dichiarato eretico e represso. Questo può aver provocato una certa resistenza se non manifesta opposizione nei confronti delle istituzioni ecclesiastiche. E in parte pavimentato la strada per la conversione ad un Islam noto per la sua elasticità all’assimilazione”. “La prima moschea venne eretta nei monti Rodopi solo nel 18mo secolo. Ma prima erano molti i templi realizzati da sette dei Dervisci”.

La studiosa bulgara sottolinea inoltre come in tutti i Balcani un argomento che favorì le conversioni fu la de-tassazione di chi professava la fede islamica. “Da quanto risulta dai registri fiscali ottomani interi villaggi della Bosnia e dell’Albania si convertirono all’Islam. Non vi sono invece informazioni dirette per quanto riguarda la Bulgaria ma possiamo presumere che anche qui vi furono dinamiche molto simili”. “Conversioni violente?”. “Può anche essere, vi sono documenti che testimoniano la distruzione di chiese e monasteri”.

Anton Doncev è uno scrittore, non uno storico. Alla domanda di commentare le critiche della Vrinat preferisce non rispondere. “Si è già scritto molto in merito ed il mio romanzo ha ricevuto critiche positive da molti quotidiani e riviste internazionali. Da Le Figarò al Messaggero, dal New York Times al tedesco Algemeine Zeitung”.

Ma poi entra nel merito. “Il tentativo di ritrovare in ‘Tempi di divisioni’ lo scontro tra due religioni è errato. Descrivo solo la volontà dei bulgari di preservare la loro fede cristiana. Nel romanzo il conflitto è piuttosto legato alla necessità tutta politica dell’Impero Ottomano di reclutare giovani cristiani, portarli poi ad Istanbul, convertirli all’Islam e fare di loro i condottieri e gli ufficiali che garantissero la stessa sopravvivenza dell’Impero. E questo ricalca le orme di quanto già fatto dall’Impero Bizantino precedentemente. Vedere quindi uno scontro tra civiltà, tra religioni, tra stati è ideologico”.

Donchev nel suo romanzo descrive due diverse reazioni all’islamizzazione forzata. Da una parte quella di Manol, il protagonista, che combatte e muore pur di non cambiare fede. Dall’altra quella di Aligorko, prete ortodosso, che sceglie invece la via della conversione.

“La religione non è comunque padrona di tutto l’aspetto spirituale di ciascuna persona" ricorda Donchev "Il romanzo prova che la religione non può arrivare ad ossessionare le persone. L’amore per il prossimo, per l’altro, anche se di religione differente, per la propria terra, per la propria lingua è così forte che la religione non lo sconfigge. Siamo testimoni del fatto che intere comunità sono state convertite all’Islam senza però cambiare la loro nazionalità, i loro usi e costumi”. “Un esempio?”. “La famiglia Bukov, del villaggio di Belen. Metà si è convertita all’Islam, l’altra metà è rimasta cristiana, ma hanno preservato il cognome e l’unità della casata”.

Donchev nel romanzo descrive due tipi di Islam. Quello crudele e testardo impersonato dal giannizzero Janissary Karaibrahim pronto ad imporre anche con la forza la propria religione, e quello severo ma giusto di Suleyman Aga nel cui konak, casa di città dell’alta società ottomana, le donne non devono portare il velo.

“Vi è un forte parallelismo nei Monti Rodopi tra Islam e Cristianesimo. Quando la cristianità invase il territorio bulgaro non fu in grado di sconfiggere totalmente le usanze pagane, in particolare in quest’area remota del Paese. Ed allora cercò di adattarle alla fede cristiana. Fu poi la volta dell’Islam che non poté fare altro di attrarre ed inglobare ciò che resisteva delle altre religioni. Di qui il sincretismo tipico di quest’area montagnosa della Bulgaria”.


Autore: Tanya Mangalakova
Fonte: Osservatorio sui Balcani




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