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Kerbala, la Nassirya bulgara

16.01.2004 - Sofia

L’opinione pubblica bulgara è uscita scioccata dall’attentato del 27 dicembre scorso al campo base “India” a Kerbala, Iraq, nel quale sono morti cinque soldati bulgari ed altri ventisette sono rimasti feriti. Mentre il governo rinnovava il proprio impegno a rimanere con un proprio contingente in Iraq tra i gruppi della società civile si sono alzate alcune voci contrarie alla permanenza, fatto accaduto solo di rado prima dell’attentato. Altri hanno invece criticato i sistemi di sicurezza della base “India” che non sono stati in grado di garantire l’incolumità dei soldati bulgari. Intanto è rientrata in fretta la polemica che ha coinvolto bulgari e polacchi. Questi ultimi, in seguito all’attentato, erano stati accusati di aver tradito il contingente bulgaro e di averlo messo alla mercé dei terroristi in modo da non subire perdite tra i propri soldati. Notizie poi ripetutamente smentite. Certo è che tutto quanto riguarda la presenza bulgara in Iraq è finito sotto sordina. I giornalisti non hanno potuto intervistare i militari feriti nell’attentato e ricoverati presso l’Istituto Militare di salute di Sofia. “Ci hanno proibito di parlare”, titola il quotidiano “Novinar” citando le parole di Radostin Kirilov, tra i soldati feriti a Kerbala. Poche notizie anche in merito alla difficoltà dell’esercito bulgaro nel reclutare volontari per Kerbala.

Le critiche

Iliya Marinov, ex vice-Ministro della difesa e padre di Petko Marinov, comandante del contingente bulgaro a Kerbala era stato il primo ad ipotizzare un contatto tra il comando polacco, all’interno del quale operano i bulgari, ed i leader sciiti locali. Oggetto dell’incontro un allentamento dei controlli a loro carico, secondo Marinov, pagato a caro prezzo dai soldati bulgari. “Chi ha tradito i nostri ragazzi a Kerbala?”, si è chiesto il 2 gennaio scorso in un’intervista per “24 Chassa”. Sdegnate smentite sono arrivate subito da Varsavia e le autorità bulgare hanno immediatamente porto le proprie scuse.

Stefan Dimitrov, generale in pensione ed ex consulente per la Presidenza bulgara, ha invece chiesto venisse creata una commissione parlamentare che compia una missione di indagine in Iraq. “Il comando bulgaro in Iraq ha fatto valutazioni errate della situazione sul campo” ha affermato Dimitrov “innanzitutto sbagliando nello scegliere la collocare della base militare”. “I militari bulgari sono andati incontro a molte delusioni” ha aggiunto “innanzitutto che la situazione a sud di Baghdad fosse calma, che la guerra fosse terminata e che erano impegnati in un’operazione di peacekeeping”. “In realtà si tratta di una vera e propria operazione militare”. Ma contrari alla commissione parlamentare sarebbero i due partiti di governo: il Movimento Nazionale di Simeone II ed il Movimento per i Diritti e le Libertà, che rappresenta la minoranza turca. Il Presidente bulgaro Paravanov, i partiti d’opposizione ed molti rappresentanti della società civile si sono dichiarati a favore della creazione di una commissione d’inchiesta. “Non ritengo una commissione sia necessaria. La mia convinzione è supportata anche dalla pratica adottata in Italia ed in Turchia” ha affermato Stanimir Ilchev, capogruppo parlamentare del Movimento Nazionale Simeone II. Unica voce in parte dissenziente all’interno della maggioranza quella di Borislav Tsekov, vice di Ilchev, secondo il quale una commissione sarebbe necessaria ma non per indagare su Kerbala ma per fissare le linee guida per il futuro della presenza bulgara in Iraq.

Intanto Boyan Saraev, sacerdote ortodosso e parente di una delle vittime di Kerbala si è scagliato contro la permanenza in Iraq. Il suo sfogo ha ottenuto molto spazio nei media bulgari. “Non abbiamo alcun ruolo in un Paese distrutto e misero come l’Iraq, non possiamo macchiarci degli stessi crimini dei quali si macchiano gli USA solo per difendere i loro interessi economici” ha affermato a “24 Chassa”. “Abbiamo abbandonato i nostri figli al sacrificio”, ha dichiarato sempre Saraev alla televisione nazionale bulgara. Hristo Genchev, architetto e rinomato analista politico ha affermato che a suo avviso la Bulgaria dovrebbe salvare la sua gente ed abbandonare l’Iraq.

Ai limiti della rottura con la Polonia

“Scandalo con la Polonia su Kerbala”, ha titolato nei giorni scorsi il quotidiano Monitor. “Parvanov chiama Kwasniewski sull’Iraq. I polacchi negano un accordo con gli sceicchi sulle spalle dei bulgari”, riporta 24 Chassa. La stampa in Bulgaria ha riservato molto spazio alla conversazione telefonica tra i Presidenti di Polonia e Bulgaria sulle vicende irachene. Kwasniewski ha negato ogni accusa. Dal canto suo Parvanov ha richiesto un maggior coordinamento tra i due contingenti. “E’ assurdo e pericoloso muovere delle accuse ai polacchi sull’attentato a Kerbala” ha affermato il vice Ministro della difesa Ilko Dimitrov al quotidiano Dnevnik. Lo stesso Marinov, che per primo aveva sollevato i dubbi sul comportamento del comando polacco ha poi in parte ritrattato affermando che “non intendeva creare tensioni tra Sofia e Varsavia”. Ad un giornalista polacco dell’agenzia di stampa PAP ha poi ricordato che gli argomenti da lui sollevati erano stati tratti da un articolo pubblicato sul quotidiano polacco Gazeta Wyborcza. Il generale Nikola Kolev, a capo dell’esercito bulgaro, si è scusato con Varsavia per le accuse di “tradimento” mosse la contingente polacco.

Di chi le responsabilità?

Secondo molti esperti militari bulgari ed ex membri dell’esercito a Kerbala sarebbero stati compiuti molti errori per quanto riguarda la messa in sicurezza della base. “I colpevoli per la morte dei cinque militari bulgari sono a Sofia”, ha affermato Velizar Shalamanov, ex vice Ministro della difesa. E nel settimanale “168 Chassa” si accusano le forze armate bulgare di nascondere la verità e di non voler riconoscere le responsabilità di chi si sarebbe dovuto occupare della sicurezza. Il settimanale inoltre insiste sul fatto che le responsabilità di quanto accaduto sono solo bulgare e non da attribuire al comando generale polacco. Viene ricordato infatti che in un accordo segreto firmato a Varsavia nel luglio del 2003 da rappresentanti di 24 Paesi, e tra questi il vice Ministro della difesa Ilko Dimitrov si stabiliva che fosse diretta responsabilità delle autorità di ciascun Paese e del proprio comando militare quanto avvenisse all’interno delle proprie basi in Iraq.

“Possono i vertici dell’esercito essere denunciati?” si chiedono invece i giornalisti del quotidiano “Troud” dopo che un procuratore militare di alto livello aveva reso noto che le indagini sulla morte dei 5 soldati bulgari erano state archiviate. “Denuncerò lo Stato perché ha fallito nell’adottare le misure necessarie per garantire a mio figlio ed ai suoi colleghi quanto necessario alla sua sicurezza” ha affermato la madre di Svilen Kirov, giovane rimasto ucciso nell’attentato “lo farò assieme ad altri parenti delle vittime di Kerbala”. I genitori di Nikolai Saraev, un’altra vittima, sono categorici: “morto per negligenze criminali”. “Presenteremo denuncia non appena sarà finito il lutto, tra 40 giorni” ha affermato il loro legale “dimostreremo che nulla è stato fatto per salvare quei ragazzi”. Fortemente critico sull’operato dei comandi militari bulgari anche Pavel Gonevsky, inviato in Iraq del quotidiano “24 Chassa”. “L’incidente trasuda mancanza di professionalità. La base militare India era mal difesa su tre lati. I nostri soldati erano un obiettivo ideale”. “Le uniche misure di sicurezza adottate erano trincee e muri di mattoni collocati però a soli dieci metri dall’edificio principale”, specifica Tzvetan Tomchev, inviato a Kerbala del quotidiano Troud.

Sessantadue soldati hanno detto no

Sessantadue soldati appartenenti al secondo battaglione dell’esercito bulgaro che dovrebbe essere presto inviato in Iraq si sono rifiutati di partire. “Uno ogni dieci lascia il secondo battaglione”, titola Troud. L’attuale regolamento prevede infatti che per missioni all’estero occorra l’assenso del militare selezionato per partire. Secondo il quotidiano “Sega” il ministro della Difesa sarebbe già al lavoro per proporre al Parlamento una modifica dell’attuale legge che regolamenta le missioni di peacekeeping in modo da renderle obbligatorie ai militari di carriera. Queste modifiche legislative ricadranno su circa 8.000 militari professionisti e sui 1.500 militari che hanno già partecipato, come volontari, nella loro carriera a missioni all’estero.

Ma la polemica in Bulgaria è anche scoppiata sull’inadeguatezza dell’equipaggiamento dei militari a Kerbala. “I nostri soldati vanno in giro con torce elettriche da 1 leva (50 centesimi di euro)”, titola “24 Chassa”. Il quotidiano poi riporta che molti dei soldati che partono per l’Iraq stanno spendendo migliaia di euro procurandosi privatamente un miglior equipaggiamento. Anche in seguito ad esplicite richieste il rinnovamento dell’equipaggiamento a disposizione sarebbe stato negato. Nonostante i 5 milioni di euro spesi negli ultimi dieci anni per riformare l’esercito non vi è ancora un solo soldato bulgaro in grado di partecipare a missioni come quelle in Iraq, constata il settimanale 168 Chassa.


Autore: Tanya Mangalakova
Fonte: Osservatorio sui Balcani




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