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Nel nome dei migranti

18.12.2003

Per il 18 dicembre, a Vicenza, Cgil, Cisl e Uil – presenti i rispettivi segretari generali – hanno organizzato una giornata nazionale di mobilitazione sui diritti degli immigrati definendo per l’occasione una vera e propria piattaforma di lotta. Ne vediamo in queste pagine i punti fondamentali, ma intanto è bene ricordare le ragioni per cui si è deciso di scegliere quella data. Il 18 dicembre è il giorno dedicato dall’Onu ai migranti e alle loro famiglie perché è in questo giorno, appunto, che nel 1990 l’Assemblea delle Nazioni Unite ha varato la Convenzione per la protezione dei diritti dei migranti. La Convenzione ha avuto una storia travagliata e paradossale. È entrata formalmente in vigore soltanto nel luglio scorso perché solo in quel mese è stata ratificata dal numero minimo previsto di venti paesi membri dell’Onu. Inoltre i venti paesi sono tutti piccoli e del terzo mondo; nessuna nazione ricca dell’Occidente, nessun paese europeo, neanche l’Italia – che pure nel ’90 è stata tra i promotori della Convenzione –, l’ha ancora fatta propria.

Ratificare la Convenzione
La forza della Convenzione sta nel fatto che essa definisce una tavola di diritti minimi che devono essere riconosciuti a tutti i migranti indipendentemente dalla soglia di regolarità e, di converso, di clandestinità fissata dai singoli paesi; uno quadro di diritti fondamentali volti a disegnare un percorso di acquisizione piena di stabilità e cittadinanza. Se la Convenzione venisse ratificata i singoli paesi sarebbero costretti a rivisitare le legislazioni nazionali sull’immigrazione e adeguarle allo standard di diritti che essa protegge. Quindi il primo punto della piattaforma di Cgil, Cisl e Uil è la richiesta – rivolta al parlamento e al governo del nostro paese e, tramite quest’ultimo in quanto titolare del turno di presidenza Ue, anche agli altri paesi europei – di ratificare la Convenzione.

Residenza
Il secondo punto, rivolto anch’esso ai governi e ai parlamentari europei, riguarda l’inserimento nel trattato costituzionale della cittadinanza di residenza per gli extracomunitari che vivono stabilmente in Europa. Stiamo parlando di 15 milioni di persone e di un principio che rafforza ed estende lo spazio giuridico, sociale, politico e culturale della cittadinanza europea che altrimenti rimarrebbe confinata nella sommatoria delle cittadinanze delle singole nazionalità. Questa rivendicazione ha un grande significato strategico non solo perché consente di far acquisire diritti sociali, civili e politici, compreso il diritto di voto, a milioni di lavoratori stranieri che vivono e lavorano nelle nostre comunità, ma anche perché supera il vecchio e angusto criterio della nazionalità definita sulla base del sangue e della razza.

No alla Bossi-Fini
È il terzo punto. La legge va cambiata: si tratta essenzialmente di una legge-barriera nei confronti dell’immigrazione. Essa alza infatti in modo abnorme la soglia della regolarità, fissando requisiti di reddito, di stabilità occupazionale e di qualità dell’alloggio che sono semplicemente irrealistici e proibitivi per gli immigrati ma anche per molti italiani. Se quei criteri valessero pure per noi, avremmo otto milioni di cittadini italiani irregolari e clandestini.

Superamento delle quote 
Da parte di Fini e Pisanu si dice che il sistema delle quote nazionali è troppo rigido e centralizzato, ma poi si aggiunge che bisognerebbe stabilire le quote a livello europeo: con quale beneficio in fatto di snellimento e decentramento non si capisce. La stessa Confindustria è per il superamento delle quote ma puntando a disporre di una totale e assoluta libertà di reperimento della manodopera sul mercato del lavoro interno e internazionale. Bossi dal canto suo sostiene che le quote sono necessarie sia per gli immigrati che per le merci, i suoi alleati di governo gli rispondono che è fuori dalla civiltà perché mette sullo stesso piano, uomini e merci, ma in realtà le merci godono di una maggiore libertà di movimento rispetto agli immigrati. Secondo Cgil, Cisl e Uil è necessario superare le quote da una parte perché si sono rivelate un fallimento; dal ’98 a oggi, attraverso le quote programmate, sono entrate in Italia circa 50-60mila persone mentre parallelamente attraverso altre strade sono arrivati in Italia, più o meno irregolari, in circa 200mila l’anno – e ne abbiamo avuto la prova con la enorme quantità di domande di regolarizzazione, oltre 700mila –. Dall’altra, per affermare un principio di maggiore libertà d’ingresso e il diritto a cercarsi il lavoro attraverso l’istituzione di un permesso di soggiorno temporaneo per la ricerca d’occupazione. Il lavoro, quindi, e tanto più la ricerca di lavoro, come diritto e non come clausola ad escludendum – che è quanto prevede invece la legge Bossi-Fini. Solo consentendo un flusso regolare si potrà sconfiggere il traffico illegale che alimenta il business delle centrali criminali. Gli immigrati, affrancati dal traffico illegale, avranno anche le risorse per pagarsi il soggiorno temporaneo e inserirsi nel mercato del lavoro.

Le carrette del mare
Il quinto punto della piattaforma sindacale riguarda gli sbarchi delle carrette del mare nel Mediterraneo e nel mare di Sicilia. Alcuni riescono a sbarcare, altri purtroppo muoiono in mare e i giornali e le televisioni spendono fiumi di parole spesso a sproposito. Sembra si tratti di un fenomeno di proporzioni bibliche, in realtà sono circa 10mila quelli che vengono dal mare: appena il 5 per cento dell’intero flusso migratorio nazionale e l’1 per cento di quello europeo. Inoltre si parla di immigrati clandestini. In realtà essi sono per il 99 per cento profughi curdi o palestinesi, persone che fuggono dalla Somalia, dall’Algeria, dai paesi della diaspora subsahariana, dal Pakistan, insomma da terre sconvolte dalla guerra. Quindi andrebbero accolti e protetti come profughi e richiedenti asilo; altro che respingerli, occorrerebbe invece che l’Italia e l’Europa, sotto l’egida dell’Alto Commissariato dell’Onu per i rifugiati, attrezzino navi in servizio civile nel Mediterraneo che battano i porti più sensibili, facciano opera di prevenzione, mediazione e gestione del flusso legale dei profughi in modo da contrastare la tratta illegale delle persone.

Il lavoro discriminato
Il sesto punto riguarda le condizioni di discriminazione sul lavoro e la previdenza. Se si studia con attenzione il rapporto dell’Inail sugli infortuni – così come ha fatto Amedeo Spagnolo dell’Istituto italiano di Medicina sociale nell’indagine curata per il dossier della Caritas sull’Immigrazione –, si vede subito come la drammaticità del fenomeno dei rischi infortunistici dei lavoratori immigrati sia una verità scientifica assoluta che reclama provvedimenti urgenti e adeguati da parte delle autorità competenti. I lavoratori immigrati sono circa il 3,4 per cento del totale dei lavoratori ma la percentuale di infortuni degli immigrati sul totale è di gran lunga superiore: il 9,1. Ciò vuol dire che il rischio per gli stranieri è tre volte superiore a quello dei lavoratori italiani, soprattutto perché ad essi sono affidati i lavori più pericolosi e nei settori dove più alte sono le probabilità d’infortunio, ovvero edilizia, lavorazione dei metalli e del legno (14 per cento). A questo fa riscontro un altro dato, speculare, che riguarda gli indennizzi: il fatto che gli infortuni dei lavoratori stranieri siano mediamente meno gravi degli altri; ma in realtà ciò segnala un altro brutto fenomeno: l’occultamento della gravità dell’infortunio e una scarsa tutela medico-legale. A questa condizione si aggiunge una discriminazione odiosa legata all’età pensionabile, che per i lavoratori stranieri è stata portata già a 65 anni senza tenere conto delle differenze di genere, della particolare usura dei lavori tipici degli immigrati e della notevole differenza di aspettative di vita. La discriminazione riguarda poi molte altre prestazioni (disoccupazione, maternità, invalidità civile e pensione sociale), delineando una condizione complessiva che in un serio progetto di riforma dello Stato sociale dovrebbe essere radicalmente modificata.

Segregati
L’ultimo punto riguarda le condizioni dei lavoratori migranti nel mercato del lavoro. Condizioni pessime, come ci dice anche l’ultima ricerca del Censis. Il collegamento rigido fra permesso di soggiorno e contratto di lavoro, quello che la Bossi-Fini chiama contratto di soggiorno, fa sì che l’immigrato che perde il lavoro perda tutto; e, quindi, che sia doppiamente ricattabile e costretto a subire le condizioni di lavoro più servili. Queste norme, inserite in un contesto di precarizzazione selvaggia del mercato del lavoro per tutti, producono per i lavoratori stranieri una condizione di vera e propria segregazione. I diritti dei migranti “diritti di tutti” questo è l’impegno che assumiamo con la manifestazione del 18 dicembre.

Pietro Soldini é responsabile per le politiche dell'immigrazione Cgil


Autore: Pietro Soldini
Fonte: rassegna.it



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