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Bulgaro
     
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Un complesso e numerose affinità

06.11.2003 - Sofia

In Bulgaria è nato un caso Romania. I rumeni sono infatti assai indietro nel processo di avvicinamento all’Unione Europea, previsto per il 2007, e c’è chi in Bulgaria teme ripercussioni negative, visto che i due paesi fanno parte dello stesso “pacchetto” e dovrebbero entrare insieme nell’Unione. L’autore invita però a guardare prima i problemi nel proprio cortile che non in quello dei vicini

Il complesso delle piccole nazioni di saltare sul carro di quelle ricche e potenti e di fuggire a gambe levate da quelle deboli e povere è esploso con tutta la sua forza in Bulgaria in seguito alla relazione della Commissione europea e alla strategia di allargamento dell’Ue. Dopo alcuni risultati reali nei negoziati (anche se solo adesso viene alla luce quanto costerà in concreto ai bulgari la chiusura di alcuni capitoli) è sorta la tentazione di contare le pagliuzze negli occhi dei rumeni, invece di parlare delle travi nei nostri. In definitiva nessuno sa che differenza ci sia nel tenore di vita di rumeni e bulgari, e quando un bel giorno (forse) del 2007 entreremo a far parte dell'Ue, il nostro standard di vita non avrà fatto alcun balzo avanti, né il nostro sistema giudiziario sarà migliorato sensibilmente, le esecuzioni in strada e il contrabbando difficilmente saranno diminuiti, e del livello dei redditi è meglio non parlare.

La tensione di questi giorni nasce da un messaggio ambiguo, tipico della burocrazia comunitaria: la Commissione dichiara di non vedere ragioni di separare Bulgaria e Romania, mentre il commissario Gunther Verheugen, alla presentazione dei livelli di reddito, ha detto che non accadrà che un paese blocchi l’altro. “Possiamo garantire che questo non avverrà. Se ci saranno rallentamenti o perdite di tempo, l’altro paese non dovrà aspettare”, ha dichiarato Verheugen al parlamento europeo.
Romano Prodi ha fatto il possibile per portare tranquillità rispetto alla questione più delicata, la cornice finanziaria che, come ha dichiarato giovedì, non deve essere vincolata ai negoziati e alla loro chiusura. Ultimamente sembrano chiari i prossimi passi della strategia di allargamento, all’inizio del 2004 la Commissione proporrà il quadro finanziario e la Bulgaria sarà in grado di chiudere i capitoli più spinosi.

Questo è stato promesso, e più volte, dallo stesso Verheugen. Che ha però sottolineato l’altro grande problema, cioè che Bulgaria e Romania si muovo a due velocità e i negoziati con le due nazioni potrebbero essere chiusi in tempi diversi. La questione è: che cosa accadrà nel momento in cui Sofia chiude tutti i capitoli, la Romania continua a negoziare e la Croazia bussa alle porte dell’Europa? L’agganciarsi della Croazia al nostro gruppo ci creerebbe davvero un bel problema, perché significherebbe la creazione di un pericoloso “pacchetto”. Zagabria non ha ancora cominciato i negoziati per l’adesione e per la Bulgaria sarà molto importante chiudere tutti i capitoli prima che a Bruxelles decidano di invitare i croati al tavolo delle trattative. Il 23 novembre in Croazia ci saranno le elezioni politiche, cosa che probabilmente rallenterà l’invito. Il problema però è che sia il processo di preparazione della Romania, sia il “caso Croazia”, sono totalmente al di fuori del nostro controllo.

C’è da dire che per i bulgari non è ancora il caso di disperarsi. Le ultime direttive relative all’allargamento ci danno tempo fino alla fine del 2005 per firmare l’accordo di adesione: questo significa che, alla chiusura dell’ultimo capitolo (che dovrebbe avvenire nell’estate del 2004, se rispettiamo il programma che ci siamo dati), avremo ancora un anno e mezzo circa per preparare l’accordo stesso.

E’ vero che il rallentamento della Romania causerà problemi, e c’è il rischio che i negoziatori dell’Unione ne vengano demotivati, ma se guardiamo le cose da un altro punto di vista questa situazione potrebbe portarci anche dei vantaggi, perché la Bulgaria sarà nella posizione di poter difendere con più forza i propri argomenti. Questo non significa che possiamo gridare ai quattro venti quanto siamo più bravi dei rumeni, perché questa affermazione è perlomeno discutibile. I due paesi sono anche ostaggi di fattori geopolitici, e si sono spesso scambiati il ruolo di primi della classe. Non bisogna dimenticare che ai tempi di Videnov i rumeni erano considerati i numeri uno nella regione in prospettiva dell’integrazione nell’Ue e nella Nato, e che la Bulgaria ne ha tratto vantaggio. Nel 1997 a Madrid, nonostante la pressione francese, la Nato lasciò fuori la Romania dalla prima fase di allargamento perché prevalse l’idea che nei Balcani fosse preferibile che Bucarest e Sofia si muovessero insieme. Oltretutto, fino a quando non entreremo di fatto nell’Ue, esiste il rischio potenziale che capitoli già chiusi vengano ad essere riaperti, ad esempio per quanto riguarda l’energia, e di sicuro non sarà affatto piacevole, se con questo pretesto i rumeni cominceranno a malignare a nostro indirizzo.

Comunque il focalizzare troppo l’attenzione sul “gruppo” significa chiudere gli occhi di fronte alla realtà e alle sue sfaccettature. Solo la Grecia è stata inglobata nell’Ue separatamente, mentre gli accordi di adesione con Spagna e Portogallo prima, Gran Bretagna, Irlanda e Danimarca poi, e infine con Svezia, Austria e Finlandia nel 1995, sono stati firmati sempre in gruppo. La nuova ondata è di dieci paesi, ma il loro raggruppamento è in buona parte solo formale, le differenze tra le nazioni che ne fanno parte sono, secondo molti indicatori, più larghe di quelle tra Romania e Bulgaria. Cos’ hanno in comune Slovacchia e Malta, ad esempio? Ma al di là di questo, ciò che conta davvero non è solo il legame tra le varie nazioni che emerge dalle decine di migliaia di pagine dell’acquis comunitario, ma ciò che non compare nella relazione della Commissione. L’allargamento ad est è un progetto senza precedenti per dimensioni, e a differenza dell’adesione di Spagna, Portogallo e Grecia dopo regimi autoritari e militari, questa volta si tratta di un’enorme gruppo di paesi post-comunisti. In particolare i nove ex-satelliti sovietici, sono arrivati ad oggi, a partire dal 1989, senza una classe politica ed economica che si possa definire normale. Quest’ultima considerazione è valida soprattutto per Bulgaria e Romania: quanti sono gli esperti, i diplomatici e funzionari dello stato in grado di comprendere la legislazione europea, la struttura e le sottigliezze dei negoziati? Quando sono state create le prime cattedre in “europeistica”, e che potenziale investe lo stato per spiegare le conseguenze che comporta l’accettazione di ogni capitolo?

Non ci sono dubbi che oggi i rumeni siano rimasti più indietro, e che tempi duri li aspettano. Un funzionario dell’Ue ha dichiarato alla Reuters che c’è “una voragine tra le promesse che ci vengono fatte e la capacità dell’amministrazione rumena di realizzarle”. Nonostante assorba il 30% dei fondi del programma Phare, ha concluso recentemente l’ “Economist intelligence unit”, la riforma dell’apparato amministrativo rumeno è in una situazione ben triste. Prima dell’89 la Romania aveva più ministeri di qualsiasi altra nazione ad economia pianificata se si eccettua l’Urss, e oggi continua ad avere più di 1800 tra istituzioni controllate dal governo, ministeri e agenzie statali. Naturalmente ne conseguono mancanza di coordinazione, che arriva fino ad aperte rivalità personali, competizione, e l’alternarsi di eccesso e assenza di iniziativa. Gli analisti occidentali avvisano apertamente gli investitori, che passeranno ancora molti anni prima che la burocrazia rumena raggiunga il livello comunitario, il che significa che bisogna conservare tutta la propria pazienza prima di poter ottenere il permesso o la licenza richiesti. Tutto questo ci suona familiare.

E ancora un’altra affinità. Il sistema giudiziario può rivelarsi il tallone d’Achille per la candidatura della Romania all’Ue, visto che anni fa i rapporti della Commissione mettevano l’accento sulla corruzione, sulla partigianeria e dipendenza politica, sul basso livello di qualificazione e sull’ignoranza in materia di legislazione europea della magistratura rumena.Ultimamente al procuratore capo è stato riconosciuto anche il diritto di impugnare con poteri eccezionali le sentenze già pronunciate. Le critiche più blande verso la Bulgaria in questo campo sono però più che altro espressione della speranza di Bruxelles che da noi si riesca comunque a fare i conti con problemi, ugualmente profondi, nell’applicazione della legge.

La Romania ha maggiori difficoltà economiche, anche se ogni anno segna una crescita. Le aziende statali ancora non sono state privatizzate, il 44% della forza lavoro è impegnata in agricoltura, c’è mancanza di personale qualificato, il salario netto si aggira intorno ai 117 dollari, e il 44% della popolazione vive sotto la soglia di povertà. Non si sa come i rumeni riusciranno a raggiungere gli standard comunitari, ma neanche le prospettive della Bulgaria sono rosee. Nel 2008 le famiglie continueranno a spendere una parte rilevantissima delle proprie entrate per il cibo,il 41,8%, che non segna nessuna differenza significativa dall’attuale 43,8%. Il confronto con l’Ungheria è insostenibile ( si prevede che nel 2007 la spesa per il vitto in quel paese sarà sotto il 25%), mentre siamo molto più vicino alla situazione rumena, dove nel 2007 si spenderà per cibo, bevande e sigarette il 46% ciò che si guadagna.

Così che, se per alcuni fattori ci sembra ingiusto vedere il nostro destino legato a quello della Romania, per altri si dimostra logico e naturale. E tanto meglio se non cerchiamo scuse all’estero.


Autore: Petar Karaboev
Fonte: Dnevnik
Traduzione: Francesco Martino - Notizie Est



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